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Hamas e il nuovo statuto, quale cambiamento?

maggio 9, 2017 • Medioriente, z in evidenza

Redazione –

Il primo maggio il leader di Hamas Khaled Mashaal ha presentato il nuovo statuto di Hamas durante una conferenza stampa a Doha.  Il nuovo statuto sembra accettare uno stato palestinese pienamente sovrano e indipendente (dunque non smilitarizzato) lungo le linee del 4 giugno 1967, cioè prima della Guerra dei sei giorni, in altre parole lungo la linea armistiziale del 1949. Qualcuno dice che questo equivale al riconoscimento di Israele. Ma lo statuto aggiunge che Hamas non rinuncia a un solo acro di terra della ‘Palestina storica’, né alla lotta armata per ‘liberare la Palestina dal fiume (Giordano) al mare’, cioè per conquistare tutto il territorio di Israele.

Nella sostanza non cambia nulla, ma il linguaggio è stato moderato e la citazione dei confini del ’67 è stata inserita per rendere lo statuto formalmente più accettabile per la comunità internazionale. La mossa più astuta è aver inserito nello statuto la dichiarazione che l’aspirazione dei Palestinesi all’autodeterminazione nazionale è un diritto naturale inalienabile, riconosciuto dall’art. 1 dello statuto dell’ONU, che dunque l’ONU deve proteggere. Ma tutto il diritto internazionale, incluso lo statuto dell’ONU, parte dal concetto di stato-nazione, non prevede casi in cui lo stesso territorio venga reclamato da due nazioni diverse come sede del proprio stato. Il nuovo statuto ha anche tolto la precedente dichiarazione di guerra totale contro gli Ebrei, sostituendola con la dichiarazione di guerra al sionismo, non agli Ebrei in quanto tali. Ma è un nonsenso, perché il sionismo è il movimento nazionale degli Ebrei, dunque è impossibile far guerra al sionismo senza far guerra agli Ebrei. Sarebbe come voler far guerra all’indipendenza dell’Italia ma non agli Italiani.

Hamas divenne forte in quanto partito alternativo all’OLP di Arafat, di ispirazione religiosa, attento ai bisogni sociali e inflessibile nel volere guerra totale contro Israele, in un periodo in cui Fatah e l’OLP conducevano invece trattative. Ma dopo aver raggiunto il potere a Gaza ha esercitato grande violenza contro i rivali politici interni (Fatah) e non ha saputo aprire sbocchi né economici né politici per migliorare le condizioni di vita della popolazione, che ora sono molto dure. Osteggiato anche dall’Egitto, Hamas si è avvicinato all’Iran e a Hezbollah, perdendo ancor di più le simpatie dei vicini sunniti. Ora si trova isolato, con la popolazione scontenta, che accusa la leadership di averli condotti in un vicolo cieco.

La fazione politica più moderata di Hamas ha avuto buon gioco a chiedere una revisione dello statuto che permetta il riavvicinamento agli stati sunniti circostanti e la riconciliazione con Fatah. Ma la revisione ha soltanto inserito qualche frase contraddittoria nel vecchio testo, senza cambiarne la sostanza. Tuttavia i leader di Hamas si sono potuti presentare di nuovo alla ribalta internazionale, nella speranza di tornare a ricevere aiuti dall’Arabia Saudita, o di far riaprire all’Egitto i varchi di frontiera. Se però Hamas assumesse davvero posizioni flessibili la sua base, composta di duri estremisti, potrebbe avvicinarsi all’ISIS, che ha già una presenza nel Sinai.

 

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