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La libertà delle donne in Iran è il presupposto del cambiamento in medio oriente

marzo 8, 2016 • Reportage, z in evidenza

 

Iranian university students, wearing the Islamic veil, make their way, in front of a picture of late revolutionary founder, Ayatollah Ruhollah Khomeini, inside the campus of Tehran University, in Iran, Sunday, Nov. 9, 2003. Iranian university students marked the first anniversary of a death sentence against one of their professors Sunday by condemning unelected hard-liners and criticizing President Mohammad Khatami's inability to fulfill promises of democratic reforms. Hashem Aghajari, a history professor at Tehran's Teachers Training University was sentenced to death by a court in western Iran last year over charges of insulting Islam and questioning the rule of hard-line clerics. The sentence prompted the biggest student protests in Iran in three years. Iran's Supreme Court lifted the death sentence in February. (AP Photo/Vahid Salemi)

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di Loredana Biffo

Gli scontri delle donne Iraniane con i “turbanti”, cioè il clero fondamentalista sciita, sono un caso emblematico della lotta femminile per i diritti (fin dai tempi del governo di Reza Pahlavi, che aveva intrapreso in qualche modo una via, seppur difficile, di modernizzazione sempre in bilico tra dittatura e tentativi di democratizzazione), il ritorno di Khomeini nel 1979, ha imposto una torsione fondamentalista che ha bloccato qualsiasi possibilità di riforma attraverso l’instaurazione di un regime clericale fondato sul partito unico.

Una scelta che ha impedito nel periodo del Khomeinismo, e con gli Ayatollah attuali (compreso Rohuani che l’occidente considera un democratico), l’emergere di leader laici riconosciuti e capaci di mettere fine all’identificazione del potere nel “velayate-e-faghih”, ossia la perfetta identificazione della politica e della società nella religione, in virtù del“giusto fagih”: il “dotto religioso”, che in assenza del Dodicesimo Imam (cioè i dodici successori del Profeta) ne esercita la funzione.

Gli obiettivi sono: la repressione dei costumi “corrotti”, la limitazione della “libertà di stampa”, e la lotta alla “depravazione e corruzione morale”.
E’ così che la “lotta contro il male” avviene attraverso una capillare azione repressiva contro l’inosservanza dei costumi islamici, ma soprattutto attraverso la pratica delle impiccagioni in pubblico; cosa che se in passato avveniva solo per criminali accusati di gravi reati, ora sono applicate anche ai giovani (si consideri che l’Iran è composto da una popolazione con un’altissima percentuale di giovani) che consumano alcool, dissidenti politici e adulteri.

Sono numerosissimi i casi in cui la “polizia religiosa” procede a frustare per strada le donne “mal velate”, le donne durante la lapidazione vengono sotterrate fino al collo per impedire che fuggano, agli uomini è concessa una “via di scampo” attraverso il sotterramento fino alla vita. Per esse si scelgono “pietre giuste”, che non siano troppo piccole perché non farebbero abbastanza male, o troppo grandi perché la morte sarebbe troppo veloce e impedirebbe il giusto grado di sofferenza previsto dai “guardiani del clero”.
Quando nell’estate del 2011 centinaia di ragazzi e ragazze avviarono una protesta e un’offensiva ai costumi, furono arrestati e fustigati nelle piazze di Teheran.
Quando una bambina iraniana compie 9 anni, secondo la Sharia islamica diventa dunque una donna e deve pertanto iniziare a rispettare tutti i precetti islamici riservati agli adulti. A segnare il momento del passaggio all’età adulta è la cerimonia di Jashn-e taklif, è esattamente il momento in cui le donne perdono definitivamente la libertà e l’autonomia da quel momento saranno sotto la tutela del padre, del fratello e del marito.

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Cerimonia di passaggio all’età adulta delle bambine
Si può certamente affermare che se e quando il regime degli Ayatollah verrà rovesciato, questo sarà per merito delle donne iraniane, e questa non sarà solo una vittoria iraniana, bensì un esempio e uno stimolo a tutte le donne del mondo. Perchè se è vero che il medioriente tutto ha come fondamento la misoginia e la repressione delle donne, è importante ricordare che L’iran pur non essendo un paese arabo, è l’unico al mondo ad avere al governo un “regime teocratico”, che basandosi sul velayat-e-faquih, ha come forma di governo la “perfetta identificazione tra politica e clero”, ovvero tutte le leggi, l’esecutivo, il legislativo e la magistratura sono governati dalla “Guida suprema degli Ayatollah”. Questa è una differenza fondamentale che aggrava di molto la condizione femminile in un paese dove è altissimo il tasso di suicidio da parte di donne.
La possibilità che nel mondo islamico nasca la democrazia, è legata unicamente all’acquisizione dei diritte e dell’autodeterminazione delle donne. Il caso iraniano è in questo senso esemplare, perché vede a capo della Resistenza una donna – Maryam Rajavy – il movimento politico per la liberazione dell’Iran dalla dittatura clericale degli ayatollah è composto al 60% da donne membri del Parlamento della Resistenza.

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Maryam Rajavy – Presidente della Resistenza iranana
Analizzando la società iraniana e il fondamentalismo religioso, è possibile mettere in luce quegli aspetti spesso sottovalutati, della pretesa maschile (non solo islamica) di imporre leggi soggette ad un credo religioso. Le religioni sono e sono sempre state, la più potente forma di dominio maschile, di controllo del corpo femminile; attraverso dogmi ai quali le donne vengono sottomesse; leggi che le vorrebbero “sotto tutela”.

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Loredana Biffo con una donna della Resistenza iraniana

 

Per questo è importante condurre una battaglia in senso olistico contro la misoginia, e in particolare contro un clero al potere che si regge proprio sulla discriminazione sessuale, e che crollerebbe se questa venisse smontata, il riconoscimento delle donne in Iran, sarebbe un effetto domino per tutto il mondo islamico, e una riflessione importante verrebbe sollecitata anche in occidente, dove troppo spesso siamo proni ai fondamentalismi con la scusa del rispetto delle tradizioni. Se una tradizione è un’aberrazione, una limitazione della libertà, una violazione dei diritti delle donne, vuol dire che è una tradizione sbagliata, e bisognerebbe essere coerenti, decisi a chiedere il cambiamento, non mettendosi il velo quando si è in presenza di un misogino che si nasconde dietro il pretesto della religione. Come giustamente sostiene Joumana Haddad intellettuale e poetessa libanese, ci vorrebbe più coerenza da parte dell’occidente, a partire dalle donne.
L’integralismo insiste sulla distinzione tra i sessi, e la dicotomia uomo-donna. La conseguenza immediata di questo punto di vista è inevitabilmente l’eterno dominio degli uomini sulle donne.

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