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La censura nella società dell’immagine e dei social

ottobre 19, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Loredana Biffo –

Di questi tempi, si sente spesso parlare di libertà d’espressione, qualcosa che spesso viene dato per scontato, per acquisito e inviolabile, ma da anni ormai, molti casi di violenza hanno fatto dubitare che questa preziosa conquista della modernità sia tutt’altro che definitiva. A partire dalla famosa fatwa di Khomeini nei confronti dello scrittore Salam Rushdie, colpevole di aver scritto nel 1988 il libro Versetti satanici, inviso all’Ayatollah per il suo approccio ritenuto blasfemo nei confronti della religione islamica.

All’epoca l’uscita del libro, decretò la condanna a morte dell’autore considerato un bestemmiatore, fu perfino messa una taglia per la sua testa. Rushdie si salvò grazie al rifugio trovato nel Regno Unito dove visse per molti anni sotto protezione. Le cose non andarono altrettanto bene per il traduttore giapponese del romanzo, Hitoshi Igarashi che venne barbaramente ucciso dagli sgherri del regime iraniano, e il traduttore italiano Ettore Capriolo si vide entrare un sicario in casa sua che però riuscì solo a ferirlo.
La Fatwa fu reiterata il 17 febbraio del 2008, poiché è una condanna a morte storica quella dell’Imam Khomeini nei confronti di Rushdie.

Ma sono stati molti i giornalisti, blogger, intellettuali o semplici dissidenti del regime iraniano, che sono stati investiti dalle poco gradevoli attenzioni mortifere dei fedeli da parte di questo. Così come in tempi più recenti sono avvenuti numerosi omicidi in nome del profeta coranico nei confronti di personaggi considerati blasfemi oltreché infedeli. La vicenda più famosa e tragica è certamente quella dei componenti del giornale satirico francese Charlie Ebdho, i cui giornalisti vignettisti sono stati trucidati il 7 gennaio 2015 alla redazione parigina. E proprio in questi giorni, un insegnate francese di nome Samuel Paty che insegnava storia in una banlieu di Parigi, è stato decapitato da un islamico ceceno, studente di 18 anni, perché reo di aver mostrato le caricature di Maometto da parte del giornale Charlie Ebdho durante una lezione sulla libertà d’espressione.

Dopo avergli tagliato la testa con una precisione chirurgica, il terrorista l’ha fotografata e postata sui social corredata di frasi inneggianti alla misericordia di Allah, la foto ha circolato nella rete, poi è stato apposto un filtro che ne sfoca l’immagine, e non si è più trovata nella versione originale e per altro postata sui social dal terrorista subito dopo l’attentato di cui il professore è rimasto vittima.

 

A quanto pare l’opinione pubblica viene considerata una amalgama di minorati mentali che non possono reggere l’orrore di un’immagine così dura, ma reale, questo è il punto, la realtà delle immagini non deve far paura, non Pagine che confermano quello che a novembre era stato liquidato come un rumor infondato, e che giornali cosiddetti «di riferimento» come Le Monde avevano frettolosamente tacciato come «invenzione»: gli ostaggi che si trovavano al secondo piano del Bataclan sono stati torturati brutalmente dai miliziani islamici e ci sono state delle decapitazioni.

Durante l’audizione del 21 marzo scorso, un poliziotto della Bac (Brigade anti-criminalité), tra i primi soccorritori ad entrare nel Bataclan, descrive con freddezza quello che si è ritrovato davanti agli occhi assieme ai suoi colleghi: uomini castrati con i testicoli in bocca, donne seviziate nelle parti intime, corpi con gli occhi strappati fuori dalle orbite e teste decapitate. «Dopo l’assalto, eravamo con dei colleghi a livello del passage Saint-Pierre-Amelot (stradina accanto al Bataclan, ndr), quando ho visto uno degli inquirenti uscire in lacrime e vomitare. Ci ha detto quello che aveva visto», testimonia il poliziotto. «Le torture sono state commesse al secondo piano?», chiede Alain Marsaud, uno dei membri della Commission Fenech. «Credo di sì», risponde l’agente della Bac, «perché quando sono entrato al pianoterra non c’era niente di simile, solo persone colpite da proiettili».

Riportava la Gazzetta di Lucca:
“Lo stesso agente, durante l’audizione, dice al presidente della commissione che «alcuni corpi non sono stati presentati alle famiglie perché c’erano delle persone decapitate, sgozzate, sventrate. C’erano donne che sono state accoltellate a livello dei genitali». Secondo la sua testimonianza, uno dei terroristi, prima di farsi esplodere, avrebbe anche mimato degli atti sessuali con alcune donne. Non solo: tutte le torture sarebbero state filmate dagli islamisti a fini di propaganda. A confermare la testimonianza che il procuratore di Parigi, François Molins, ha messo in discussione, e che il governo socialista ha voluto nascondere, è emersa inoltra la lettera struggente che il padre di una delle vittime del Bataclan avrebbe inviato al giudice d’istruzione. «Sulle cause della morte di mio figlio A., all’istituto medico-legale di Parigi mi è stato detto (…) che gli erano stati tagliati i testicoli, che gli erano stati messi in bocca e che era stato sventrato. Quando l’ho visto dietro un vetro, disteso su tavolo, con un telo bianco che lo copriva fino al collo, mi accompagnava una psicologa. Quest’ultima mi ha detto: “La sola parte che si può mostrare di suo figlio è la sua parte sinistra”. Ho constatato che non aveva più l’occhio destro. L’ho fatto notare; mi è stato detto che glielo avevano strappato».

E pensare che tutto poteva essere più chiaro già tre giorni dopo l’assalto, il 16 novembre, quando il quotidiano Le Progrès, ha riportato la testimonianza di una madre, il cui figlio, poliziotto, aveva dichiarato di aver visto «teste decapitate» al Bataclan. Versione evocata due settimane dopo su Twitter da una sopravvissuta alla strage, @mahahh, il cui account è stato quasi subito disattivato, senza possibilità di avere ulteriore conferme.

Censura – Resta la questione principale: perché il governo di François Hollande a suo tempo ha voluto censurare la notizia? Perché ha intimato ai media francesi di tenere nascoste queste barbarie islamiste? Sono passati più di otto mesi dalla mattanza jihadista del Bataclan, ma restano ancora troppe zone d’ombra su quella tragica nottata. Dallo stesso rapporto, pubblicato il 12 luglio sul sito dell’Assemblea nazionale, spunta addirittura l’ipotesi di un quarto terrorista presente nella sala per concerti parigina, che si sarebbe mimetizzato tra i sopravvissuti per sfuggire alle autorità. la Gazzetta di Lucca: “ essere censurata, perché questo oscuramento rende complici, non ci rende compassionevoli, ma dei codardi che girano la faccia dall’altra parte, e quel che è peggio, si diventa complici anche di quel sistema ipocrita che ce lo impone. Questo è accaduto esattamente dopo l’attentato multiplo del 13 novembre 2015 a Parigi la strage del Bataclan, il governo francese ha «soffocato» i media che tentavano di riportare la notizia secondo cui diversi ostaggi del Bataclan avrebbero subito «torture abominevoli» dai jihadisti.Sono dettagli macabri e raccapriccianti quelli emersi dalle pagine del rapporto ufficiale della commissione d’inchiesta relativa ai mezzi utilizzati dallo Stato per lottare contro il terrorismo dal 7 gennaio 2015, la Commission Fenech”.

Possiamo ragionevolmente utilizzare lo stesso paradigma per la recente decapitazione del professore francese, occultare l’immagine non è un atto di riguardo alla vittima o alle presunte fragili anime e menti dei cittadini, ma un atto voluto per annacquare la realtà, mistificarla. Del resto altrettanto si sarebbe potuto dire per i reporter di guerra che ormai non esistono più perché i giornalisti embedded sono nientant’altro che un’emanazione del potere che sovrasta tutti e decide cosa si deve e cosa non si deve sapere.

Nelle nostre  “società dell’immagine”, dove si vedono le cose più incredibili, un morto per terrorismo scatena l’istinto censorio perché si tratta di terrorismo islamico, questo è il punto, tutto il resto è aria fritta, con buona pace della storia illuminista tanto decantata a sinistra, in base alla quale la verità dev’essere pubblica. Purtroppo di pubblica ormai c’è solo la menzogna, la “soumision” diversamente spacciata per compassione.
Non dimentichiamoci che la Rivoluzione Francese, con il riconoscimento della libertà di stampa, implicò una netta cesura, peraltro nient’affatto esente da rapidi mutamenti in merito al ruolo degli uomini di cultura: dalla panthéusatuion di Voltaire e Rosseau nel 1791 alla chiusura delle accademie nell’incandescente clima politico del 1793.

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