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La violenza di Stato sulle donne iraniane

novembre 25, 2019 • Mondo, z in evidenza

di Loredana Biffo –

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vale la pena di ricordare le donne combattenti della Repubblica islamica dell’Iran, che conducono una lotta quarantennale contro l’oppressione del regime clericale fondato da Khomeini.

Le donne della Resistenza iraniana, si trovano in prima linea nel conflitto provocato dalla dittatura teocratica e fortemente misogina instaurata da Khomeini nel 1979: si tratta dell’unico caso al mondo di opposizione a base femminile.

La Resistenza ha denunciato la situazione politico-sociale di un paese che vive in condizioni drammatiche, e in cui si registra la costante violazione di qualsiasi diritto: politico, di stampa, sociale e umano. In particolare il regime teocratico fonda la sua essenza proprio sulla sottomissione delle donne, attraverso un’applicazione letterale della sharia. Ciò rende unica in tutto il mondo musulmano l’egemonia femminile sulla Resistenza iraniana, che non a caso vede a capo, nel ruolo di Presidente eletta, una donna: Maryam Rajavi.

Le donne in Iran sono il motore del cambiamento, lo si vede chiaramente nel loro ruolo nelle proteste che da più di un anno scuotono il paese e che si sono intensificate negli ultimi giorni da quando il regime ha annunciato l’aumento del prezzo del carburante, fatto che ha intensificato la lotta legata ad un malessere generalizzato del popolo intero.

La discriminazione di genere, e la segregazione a cui sono sottoposte, anziché indebolirle, hanno reso le donne sempre più forti e ribelli. Esse sono le vittime predestinate del governo degli ayatollah. L’abbassamento dell’età legale ed il matrimonio forzato per le bambine, la discriminazione nell’istruzione, la povertà e altri fattori hanno fatto si che decine di migliaia di queste abbandonino la scuola.

Sono 77 i campi di studio vietati alle ragazze (quelle che appartengono alle classi medio alte e che riescono a portare avanti gli studi) molte università non danno l’accesso alle donne. Anche in campo sportivo subiscono pesanti limitazioni, nelle gare internazionali, dove devono gareggiare con il velo per non incorrere nell’arresto una volta rientrate in patria, inoltre non possono entrare negli stadi. E’ stato un fatto di cronaca recente che ha fatto il giro del mondo il caso di Sahar Khodayari, la 22enne che si è data fuoco per protesta a causa del divieto di entrare allo stadio.

Non più di qualche mese fa un importante ayatollah ha dichiarato in seguito a proteste della comunità internazionale, che la “questione femminile non è negoziabile”.

Le donne in Iran sono quelle che pagano il prezzo più alto per le proteste che portano avanti, vengono arrestate per “Atti contro la sicurezza nazionale”, torturate, violentate e uccise nelle famigerate carceri del regime.

Raheleh Rahemipour: è stata arrestata il 10 settembre 2017 nella sua abitazione di Teheran. Colpevole di aver chiesto al regime notizie del fratello scomparso, Hossei Rahemipour e di sua nipote Golrou Rahemipur, nata in carcere da Reheleh Rahemipour detenuta per sedizione, la bambina è stata separata dalla madre a soli 14 giorni e fatta sparire.

Mansoureh Behkish: condannata nel febbraio 2018 a 8 anni di reclusione per aver chiesto giustizia per 6 dei suoi fratelli e cognati giustiziati negli anni 80. Si tratta di una delle più note attiviste che chiedono giustizia per le vittime del grande massacro di prigionieri politici del 1988.

Mryam Kalangari: di anni 65 prelevata dalla sua abitazione e reclusa nel carcere di Arak il 13 gennaio 2018 nonostante utilizzasse un deambulatore e soffra di varie patologie tra cui complicazioni cardiache, polmonari artrite reumatoide e non sia in grado di sopportare la condizione carceraria. Condannata a 5 anni di reclusione con l’accusa di “Propaganda contro lo Stato”.

Sono innumerevoli i casi di donne vittime della ferocia del regime, ma il loro motto è “combattere l’oppressore fino alla morte”. La libertà delle donne iraniane, è indissolubile dalla libertà di quell’intero popolo.

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