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La cultura dello stupro come atto di guerra

settembre 4, 2018 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Loredana Biffo –

I numerosi casi di violenze sessuali da parte di immigrati (e non solo) che si verificano ci riportano prepotentemente ad una realtà che ci eravamo illusi di aver superato, quella che concerne lo stupro, il ratto e la prostituzione come mezzo di dominio dell’uomo sulla donna e premessa per il dominio di un popolo su un altro. Poiché i valori relativi ai ruoli sessuali riflettono non solo le usanze dei tempi passati, ma anche le opinioni e i pregiudizi correnti, non protetti dai riflussi di abitudini ataviche, è importante ravvisare cosa c’è nel quotidiano che riflette le antiche consuetudini.

Già nella civiltà omerica si possono riscontrare la solitudine e l’isolamento della donna, quando ormai sembra lontano il ricordo dei tempi di Omero, in cui Arete, la regina dei Feaci, sedeva accanto ad Alcinoo e conversava amabilmente con i maggiorenti della città; o quando Ettore e Andromaca mostravano pubblicamente il loro amore, e quando Ulisse condivideva il talamo con Penelope.

Con l’età classica si approdava ad un vero e proprio regime di clausura nei confronti delle donne. Il consolidamento della società patriarcale dà seguito a secoli oscuri, con una società primitiva, povera e analfabeta, che ha solo come lontano ricordo la cultura Micenea. Ed è proprio grazie a questa struttura autarchica che si restringeranno le capacità e le libertà femminili agli ambiti più modesti e insignificanti e ridotta a mero concetto di proprietà.

La tradizione occidentale da Platone in poi, emargina la figura femminile, concepisce la vita pubblica come condizionata dalla negazione del sentimento, di ciò che è personale e dell’incontro. Si ritiene che la politica e l’economia siano una conseguenza del calcolo razionale, che presuppongano realismo nell’affrontare le cose, e di conseguenza le donne non siano in grado di farvi fronte. Solone istituì l’Ecclesia, l’assemblea di popolo, composta da quattro classi con compiti e diritti diversi, ma anche se modificò completamente i rapporti sociali, non incluse ovviamente gli interessi femminili, bensì solo quelli dei cittadini maschi al di sopra dei venticinque anni.

Pur essendo considerato un legislatore democratico, Solone fu bersaglio di diverse polemiche, a seconda degli interessi della classe in gioco, però su quella che era riconosciuta come una necessità collettiva dei maschi, a questo scopo vi fu l’unanimità: “L’istituzionalizzazione della prostituzione”.

Fu lui ad inventare le “case chiuse”, utilizzando i guadagni per finanziare le pubbliche imprese. Inoltre questa impostazione interclassista, in materia sessuale, servì ad evitare una sanguinosa rivoluzione; la complicità fra le classi era radicata nella convinzione di possedere entrambe dei diritti sul corpo femminile, egli fu il primo grande legislatore della storia della prostituzione. Ateneo nel II-III sec. a.C. commemorava l’invenzione: “Tu trovasti, o Solone, una legge adatta per tutti gli uomini: ed essi dicono che fosti il primo ad adottare questo provvedimento, un provvedimento democratico, Zeus mi è testimone, e salutare (si conviene ch’io lo dica, o Solone); vedendo la nostra città piena di giovani, vedendo anche che essi erano in preda agli impulsi della natura, e cercavano uno sfogo seguendo una strada che non avrebbero dovuto percorrere (e che li avrebbe condotti all’omosessualità), ponesti nei diversi quartieri donne disponibili per tutti. Esse attendono svestite, per non deludere dopo i clienti, che possono così contemplarle a piacimento. Forse non ci si sente pienamente in forma o forse c’è qualche cosa che rattrista. Ebbene le loro porte sono aperte: prezzo un obolo, non resta che entrare. Non si si troverà né ritrosia, né stupidità, né ribellione da parte delle ragazze: si potrà andare direttamente allo scopo, in qualsiasi maniera vi si desideri arrivare… E uscendo si potrà mandarle al diavolo: esse non contano nulla”.

In questo modo si istituzionalizzò il potere dell’uomo sulla donna, in un duplice modello di moralità sessuale riscontrabile in tutti i ceti, che erano divisi da conflitti sociali, ma concordi nel sentirsi tutti singolarmente “padroni” della donna sia in casa che fuori.

La sopraffazione maschile si stabilizzava ai due poli estremi della “sacralità della vergine” e la “disponibilità della prostituta”, entrambe considerate come oggetti manipolabili, scambiabili e completamente privi di autonomia. Queste erano le forme di sessualità eterodirette, che corrispondevano a due istituzioni fondamentali e complementari nell’ordine sociale: la famiglia e il bordello.

Sappiamo bene che in epoca successiva, Engels deduceva la diversificazione della società ateniese dal rapporto di subordinazione conseguenza della monogamia. Sosteneva che la brutalità del maschio fosse dovuta alla proprietà privata rispetto alla proprietà comune, e che considerava le dinamiche sessuali strettamente dipendenti dal processo di produzione. Sebbene l’opera di Engels non fosse del tutto esatta dal punto di vista etnografico, ebbe però il merito di mettere in luce la questione della subordinazione della donna e di tentare di spiegare le cause materiali della sua oppressione, fornendo poi in seguito al movimento femminista l’occasione per rivedere i termini del problema non affrontati dal marxismo, anche perché Marx fu un esempio tipico di maschilismo.

Poiché il campo psicosociale è definito dalle totalità dei fatti che coesistono nella loro interdipendenza in un momento dato, è evidente che in episodi quali gli stupri commessi da immigrati portatori di valori arcaici rispetto alla condizione femminile e che vengono innestati nei valori della modernità che anche essa è portatrice di una storia di violenza nel rapporto con il femminile; è inevitabile che si inneschi un meccanismo di mescolamento.

Il fatto che numerose violenze avvengano anche nelle nostre società occidentali, o peggio, in famiglia, non esclude il fatto che il fenomeno possa subire una regressione repentina verso un passato dove questo era un atto non solo impunito, ma dovuto, nel senso che le donne sono sempre state oggetto di violenta predazione nelle situazioni di guerra, questo del resto è successo anche nelle guerre recenti (si pensi ai Balcani).

La cosa evidente è che in questo comportamento da parte di chi viene “accolto” nelle nostre società, è sinonimo di una dichiarazione di guerra, che inizia proprio con il ratto e lo stupro dei soggetti ritenuti “inferiori”, come le donne, gli omosessuali e i transessuali; rompendo e profanando attraverso lo stupro e la violenza il “Patto sociale” con il Paese accogliente.

Tutto ciò naturalmente non manleva di responsabilità i violentatori autoctoni, ma apre nuovi inquietanti scenari in cui le donne oltre a vittime delle loro stesse società evolute, tornano ad essere le prime vittime delle interminabili “guerre tra civiltà”; perché nel caso non fosse chiaro, di questo si tratta, una guerra in cui una civiltà, legata ad una determinata concezione sociale e religiosa della donna e della vita comunitaria, dichiara guerra alla civiltà occidentale proprio sulla separazione sessuale come fondamento di dominio politico e culturale.

Oggi l’uomo e la cultura sono un’immagine non più speculare ma contraddittoria, è quindi giunto il momento che si stabilisca un estremo fattore scatenante e ineluttabile di questa contraddizione che ancora pervade le nostre società dall’antichità ai giorni nostri.

 

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