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Le settantatré sette e i “fetusi” da ammazzare

novembre 27, 2017 • Cultura e Società, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Le parole ripetute all’infinito creano assuefazione, come certe frasi, vere e proprie formule incantatorie che stregano la mente soprattutto quando è scarsa l’attitudine alla riflessione e si preferisce il fast food di pensierini già confezionati per la bisogna. In fondo non viviamo forse l’epoca più selvaggiamente esposta all’idiozia trasformata in marketing? Non siamo forse proiettati in un futuro gaudioso in cui la scienza e la tecnologia provvederanno a ogni nostro bisogno materiale lasciando lo spirito ad affievolirsi lentamente lontano dalla scena?

Il massacro avvenuto a Bir Al Abed dentro una moschea Sufi da parte di un presunto distaccamento sinaitico dell’ISIS, il più grave fino ad ora avvenuto in Egitto, ha sciolto subito la lingua dei recitatori della filastrocca, “Le prime vittime dei terroristi islamici sono i musulmani”, il che implica che la prima solidarietà da avere è nei confronti dei musulmani e non dei cristiani, degli ebrei, degli yazidi e così via. Ulteriore implicazione, i musulmani pregano e vengono uccisi da terroristi che con l’Islam nulla hanno a che fare.

Quante volte abbiamo sentito recitare queste strofe? Dall’ex presidente americano, l’elegante suadente manichino plaudito dalla folla up to date al nuovo papa del pueblo, abbiamo appreso che la religione è incompatibile con la violenza, soprattutto quella maomettana. Strano. Evidentemente, Maometto, il “profeta armato”, secondo la definizione di uno dei suoi massimi biografi, Maxine Rodinson, non lo sapeva che il culto teopolitico che aveva edificato, massimamente espansionista e fondato su una netta ripartizione tra fedeli e infedeli, i secondi da soggiogare, convertire o uccidere, era sbagliato fin dal principio.
Avrebbe fatto meglio a restare alla Mecca, mansueto ed ecumenico e non correre a Medina a costituire un esercito con cui poi sarebbe tornato là dove il suo messaggio di fraternità era stato accolto male, per sterminare chi non lo aveva saputo apprezzare come meritava.

I Sufi, cultori di un Islam interiorizzato e mistico, si sono scontrati presto con l’ortodossia islamica che ha visto immediatamente i rischi di una corrente che privilegiando troppo l’interiorità e il rapporto soggettivo con il divino rischiava di uscire pericolosamente dai confini dell’ortoprassi.
Per chi ha fatto fuoco su di loro, uccidendone centinaia, la questione è assai semplice, si tratta di eretici, di “fetusi”, direbbero i mafiosi. E’ questa la chiave principale di comprensione dell’evento. L’eresia. Non si tratta, come la fola vuole, che vi siano assassini estranei all’Islam i quali uccidono con foga chi invece mansuetamente vi appartiene.
Si tratta invece di guerra intraislamica, la cui madre risale alla morte del Profeta, quando si creò il grande scisma tra sunniti e sciiti per la sua eredità. E’ da allora che continua. Non c’è mai stata nel mondo islamico alcuna Pace di Vestfalia e all’orizzonte non si intravede alcun segno che presto giungerà.

Dunque, i musulmani che hanno ucciso altri musulmani, indubbiamente vittime, li hanno uccisi trasgredendo la sura del Corano che proibisce a un musulmano di ucciderne un altro, e per un motivo assai evidente, perché per loro che si considerano “veri” musulmani, le vittime del massacro non lo erano.
Il rapporto falso che vorrebbero istituire i sacerdoti del politically correct, per i quali gli assassini non sarebbero veri musulmani si ribalta davanti ai loro occhi. Sono le vittime a non esserlo, per i loro carnefici, rigorosi interpreti del verbo salafita che prevede un ritorno a una purezza originaria fondata sulla lettera e di cui le gesta di Maometto, tutte, sono il modello da imitare in un VII secolo eternato da imporre socialmente.

Quindi sì, i musulmani si sono sempre ammazzati tra di loro, come fanno, con alti e bassi da 1385 anni. Lo hanno fatto anche i cristiani, naturalmente, e con foga non minore, e lo hanno fatto anche indù e buddisti di massacrarsi per questioni religiose, ma, per restare all’Occidente, dalla Guerra dei Trent’anni in poi, l’Europa non è più stata perenne contesa sanguinaria tra cattolici e protestanti, salvo conflitti localizzati come quello irlandese in cui la religione si è sovrapposta all’irredentismo.
C’è d’altronde un detto attribuito a Maometto il quale recita, “Questa Umma (nazione) mia si dividerà in settantatré sette, una sarà in paradiso e settantadue saranno all’inferno”. Quando gli venne chiesto quale setta sarebbe andata in paradiso, Maometto rispose, ‘al-jama-à’, il gruppo che segue più alla lettera la sunna (consuetudine)”.

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