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Come l’Europa si autodistrugge

giugno 14, 2016 • Europa, z in evidenza

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di Enrico Cipriani

Nel periodo fra il 1930 e il 1935, durante la Grande Depressione, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti era fra il 20 e il 25%; oggi, in Italia, si registra un tasso del 12%, con un picco per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, che si attesta intorno al 37%.
La crisi in cui ci troviamo dal 2007 è stata affrontata dagli esperti partendo da tre parole-chiave: debito pubblico, liquidità, e riforme. Debito pubblico: da ormai dieci anni incombe su di noi il fantasma del debito pubblico.

L’Europa ci chiede non solo di non andare in debito – e cioè che le entrate delle casse dello stato siano superiori o uguali ai costi – ma anche di risarcire il debito. Il problema, in questa richiesta, è doppio.
Da una parte, i sostenitori di questa dottrina (così paternalistica e falsamente giustificata) non considerano che uno Stato non può essere in credito: lo Stato sostiene spese di assistenza, giustizia, amministrazione, sanità pubblica, interventi pubblici, ecc. che non possono essere coperte senza che si faccia ricorso al debito; lo Stato non è un’azienda.
Dall’altra, si pensa che lo Stato possa addirittura risarcire il debito, il che è fuori da ogni plausibilità: come scriveva Kant, è obbligatorio ciò che è possibile.

Il grande economista John M. Keynes scriveva, nel suo Le conseguenze economiche della pace, che i risarcimenti imposti alla Germania sconfitta dai vincitori durante la Conferenza di Versaille del 1915, dove egli era rappresentante della Gran Bretagna in qualità di esperto finanziario, avrebbero portato ad un disastro economico e politico per l’intera Europa: gli eventi gli hanno dato ragione. Ora, sta accadendo esattamente lo stesso: si vuole che l’Italia – e non solo l’Italia – restituisca un debito che è stato contratto quando la politica monetaria (quella dei gloriosi e tanto rimpianti anni Cinquanta, Sessanta e Settanta) era basata sull’aumento di liquidità da parte dello Stato, attraverso il debito, per far ripartire l’economia nei momenti di stagnazione.
Questo metodo, di matrice keynesiana, si basava su un’assunzione che oggi sembra essere dimenticata: la moneta è soltanto un valore relativo, e, in quanto oggetto convenzionale, irreale, essa può essere manovrata come si preferisce.
In questa prospettiva, l’intervento dello Stato era giustificato: lo Stato finanziava il welfare, dava lavoro a chi non lo aveva creando enti inutili, aumentava la liquidità, e faceva così ripartire l’economia, al contrario di quanto oggi avviene.

Questa prospettiva è stata abbandonata a partire dagli anni Settanta, quando, per uno sciagurato momento di crisi petrolifera che determinò un periodo di stagflazione (la situazione in cui si ha, contemporaneamente, aumento dell’inflazione e della disoccupazione), le tesi di Keynes che fino allora avevano generato tanta felicità furono abbandonate in favore del monetarismo, capitanato da Milton Friedman. È a Friedman, in fondo, che dobbiamo la situazione in cui ci troviamo.
Nella nuova prospettiva, detta neoliberista, si assume che lo Stato, lungi dall’intervenire, deve addirittura esentarsi da qualsiasi interferenza nell’economia. Il mercato, si assume, si autoregola, cioè è in grado di andare in equilibrio da solo.
L’intervento pubblico deve limitarsi all’erogazione, entro ristrettissimi vincoli, di determinate quantità di moneta, che però non devono far aumentare l’inflazione.
Come può il mercato autoregolarsi? Ebbene, oggi non si parla più della mano invisibile di Adam Smith, ma in fondo l’idea è la stessa: per esempio, se aumenta la disoccupazione, le imprese possono diminuire i salari, cosicché potranno assumere più persone, e la disoccupazione diminuirà. Oppure, c’è poca domanda di un certo prodotto: abbassiamo il prezzo del prodotto, e la domanda aumenterà.

In questa convinzione neo laissez faire, i governi hanno attuato una serie di riforme, tutte devolute a togliere diritti ai lavoratori, e rendere il mercato più libero. Conseguenza: oggi è molto più semplice licenziare, i salari sono più bassi, e aumenta lo sfruttamento a nero (si pensi ai recenti casi di caporalato, una nuova forma di schiavitù). Eppure, i vari governi che si sono alternati ci dicono che questo va bene: infatti, aumentando la libertà del mercato – cioè degli imprenditori – aumenta la dinamicità dello stesso, la semplicità negli investimenti, la competitività, ecc. E allora, se tutto questo è vero, perché l’economia non riparte? Non riparte: non ci sono che brevi, politicamente schierati accenni ad una ripresa del più zero e qualcosa; ma chiunque, dall’esperto di economia all’uomo della strada, si accorge che la crescita non c’è. Non c’è una crescita sistematica.

La sfiducia è alle stelle, e le persone risparmiano sempre di più.
La combinazione di queste tre parole-chiave – debito pubblico, riforme, e liquidità – sta strozzando l’economia di alcuni Stati, incluso il nostro (ma si pensi anche alla sventurata Grecia, o alla Spagna).
Come avviene questo soffocamento? Non è difficile spiegarlo, né comprenderlo. Riprendendo quanto il già citato Keynes diceva, i due grandi problemi di ogni economia, la disoccupazione e l’inflazione, devono essere affrontati partendo dalla domanda globale.
Bisogna ricordare che disoccupazione e inflazione non possono contemporaneamente coesistere: la disoccupazione è dovuta ad una diminuzione dei consumi, e dunque dell’inflazione; e se l’inflazione aumenta, vuol dire che c’è troppa domanda e troppa poca offerta, per cui la gente ha soldi da spendere, e, per produrre adeguatamente, le imprese assumono: quindi, la disoccupazione diminuisce.
La domanda globale è determinata da variazioni su quattro elementi: consumi, costo del denaro, investimenti pubblici, e tasso di cambio della moneta. Come si fa a dimunuire la disoccupazione?

Aumentando la domanda globale. E in che modo si aumenta la domanda globale? Con un aumento dei consumi dovuto alla diminuzione delle tasse; con una diminuzione del costo del denaro (quindi, abbassando il tasso di interesse); con più investimenti pubblici (se lo Stato finanzia determinate attività, quella attività sono fonte di occupazione, e generano dunque consumo); e, infine, con la diminuzione del tasso di cambio, così da favorire l’esportazione. E come si fa invece a diminuire l’inflazione, nel caso in cui aumentasse? In modo opposto: si devono diminuire i consumi aumentando le tasse; si deve aumentare il costo del denaro (aumentando i tassi di interesse); si devono diminuire gli investimenti pubblici; e, infine, si deve aumentare il tasso di cambio.
Si vede da questa semplice spiegazione che non è possibile, con buona pace degli esperti, avere minore disoccupazione mantenendo inalterata l’inflazione: delle due, l’una; e, ovviamente, è meglio un aumento dell’inflazione.

Se si pensa per un attimo a questi quattro fattori, ci si rende conto della trappola in cui ci si trova. La domanda globale è determinata dal consumo, che è determinato dalle tasse, dal costo del denaro, dalla spesa (investimento) pubblica, e dal tasso di cambio della moneta.
Si noti che, allo stato attuale delle cose, lo Stato non può agire liberamente su queste variabili.
Tenendo a mente il problema del debito – che deve essere restituito, o comunque non aumentato – vediamo chiaramente che lo Stato non può agire sui tassi di interesse, perché questi sono determinati dalla Banca Centrale Europea, che, si noti, li determina sulla base di considerazioni non specifiche ai singoli Paesi, ma al panorama europeo nel suo complesso, dove coesistono economie forti ed economie deboli, fra loro molto diverse e necessitanti diverse soluzioni; ma non può nemmeno agire sulla spesa pubblica, per ridurre la disoccupazione: non può aumentare gli investimenti pubblici perché questo comporterebbe un aumento del debito, a meno che non si pensi di finanziare la spesa pubblica con la liquidità interna, che però è più bassa che mai.

Il solo modo per autofinanziare ulteriori servizi – cioè aumentare gli investimenti pubblici al fine di creare occupazione – sarebbe con ulteriore tassazione, che però colpirebbe più di quanto già non siano le aziende e le famiglie.
Le tasse non possono essere aumentate: sarebbe un collasso per quelle poche aziende che resistono, e spingerebbe gli imprenditori che possono a delocalizzare le loro attività. Come garantire, allora, i servizi essenziali per la comunità, se non si possono aumentare le tasse e si deve diminuire la spesa pubblica per restare nel vincolo di bilancio?
Non è possibile, e oggi si vede: i governi, se devono contemporaneamente mantenere almeno inalterato il livello di imposizione fiscale e restare nel vincolo di bilancio, non possono garantire un miglioramento dei servizi.
E la situazione è ancora più grave: se, come ho detto, i governi devono ripagare il debito pubblico, allora lo possono fare o aumentando le tasse, o diminuendo la spesa pubblica, cioè diminuendo i servizi; se non possono aumentare le tasse, possono solo diminuire la spesa pubblica, ed assottigliare dunque i già insufficienti servizi pubblici che abbiamo (assistenza sociale, sanità, ecc.).

Infine, i tassi di cambio: i tassi di cambio sono determinati dal mercato, dalla domanda e dall’offerta, ma anche dall’intervento statale, che, nel caso dell’Europa, è l’intervento della Banca Centrale Europea, che può decidere di stampare più o meno moneta per diminuire o alterare il valore della moneta corrente. Anche in questo senso, però, le carte sono a nostro svantaggio: l’euro, infatti, è una moneta forte, e in quanto tale favorisce le importazioni ma sfavorisce le esportazioni, e, dunque, non aiuta a combattere la disoccupazione. Come si vede, dunque, siamo in una trappola, senza una via d’uscita.

Come già accennato, alcuni economisti – fra cui ricordiamo  Mario Monti, insigne rappresentante del neoliberismo – sostengono che tutto questo ragionamento è sbagliato: in realtà, dicono, è sufficiente rendere il mercato più libero per far sì che si autoregoli.
E cosa significa “rendere il mercato più libero”? In primo luogo, facilitare il licenziamento, la chiusura delle aziende: insomma, aumentare la benedetta flessibilità, parola più bella di “incertezza”, “precarietà” o “insicurezza”, che però serve a denotare il medesimo concetto. Questa flessibilità, però, ha un effetto opposto a quello sperato.
Infatti, gli esperti neoliberisti sembrano dimenticare un fattore che è rilevante in molte discipline recenti (come la psicologia economica, l’economia comportamentale, ecc.) e cioè la psicologia: a partire dagli anni Settanta, almeno, gli economisti (si pensi solo a Amos Tversky e Daniel Kahneman, cui si deve la teoria del prospetto, a George Akerlof, cui dobbiamo gli studi sull’asimmetria informativa, ecc.) hanno cominciato a integrare l’economia con la psicologia, sviluppando un’idea che è ovvia, ma che è spesso persa fra astrattismi matematici e modelli formali: l’economia è una scienza umana, in particolare una scienza della decisione umana.

Per troppi anni – secoli – gli economisti hanno creato modelli formali partendo da assunzioni irreali sul comportamento umano (come l’onniscenza logica, l’informazione completa, ecc.), assunzioni che sono state messe in discussione negli ultimi decenni.
Fra i diversi risultati dovuti a queste discipline, ce n’è una di particolare rilevanza quando si guarda ai periodi di crisi, e cioè che le persone scelgono l’opzione certa all’opzione incerta, anche se quest’ultima potrebbe essere più fruttuosa: in altre parole, si cerca sempre di minimizzare il rischio.
La conseguenza più evidente è che nei momenti di crisi le persone tendono ad assicurarsi il più possibile contro le incertezze del futuro: in altre parole, risparmiano anziché consumare, persino se il loro reddito aumenta.
Negli ultimi anni, cioè a partire dalla crisi del 2007, alcuni economisti hanno sostenuto che sia necessario ritornare all’economia keynesiana: si parla infatti, a volte, di rinascita di Keynes, dopo decenni di sostanziale oblio. Il caso più eclatante è quello del Premio Nobel Joseph Stiglitz, che ha difeso il cosiddetto piano Keynes contro l’austerità durante il rapporto della Commissione di Esperti delle Nazioni Unite nel 2009. La rinascita di Keynes, però, resterà solamente su un piano teorico, fino a quando non sarà possibile uscire dalla trappola, dal labirinto che la cattiva governance europea ha costruito intorno a noi.

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