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Turchia, califfato,curdi, uno scenario complicato

agosto 4, 2015 • Mondo, z in evidenza

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Redazione

La Turchia è all’incrocio fra Europa, Russia e Medio Oriente. In tutte le direzioni la Turchia vede ostacoli e pericoli, più che opportunità (vedasi mappa sotto).

In quanto custode del Bosforo, cioè del passaggio fra il Mar Nero e il Mediterraneo, sarebbe necessariamente coinvolta in un eventuale conflitto fra la Russia e la NATO sull’Ucraina, con il rischio di ritrovarsi a pagare, come avvenuto nei secoli passati, guerre cui non aveva alcun interesse a partecipare. Un vero incubo storico che ritorna.

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D’altra parte l’evidente politica iraniana di espansione della propria egemonia sul mondo sunnita, con l’appoggio delle minoranze non sunnite del Medio Oriente, mette a repentaglio gli equilibri regionali di cui da quasi 70 anni sono garanti gli Stati Uniti, che ora però stanno cambiando politica. Questo risveglia i secolari rancori inter-etnici dei popoli della regione e offre possibilità di riscatto a popolazioni a lungo oppresse, che non hanno un proprio stato autonomo, ma ora vedono la possibilità di ottenerlo: in primo luogo i Curdi, che vivono sugli altopiani e sulle catene montuose a cavallo fra Iraq, Iran, Siria e Turchia.

La Turchia ha lungamente esitato a intervenire, soppesando i rischi. Alla fine ha scelto di contrastare quello che avverte come il pericolo più urgente e più vicino: la possibilità che nasca uno stato curdo ai suoi confini, e che anche i cittadini turchi di etnia curda, che da secoli resistono al processo di turchizzazione, rivendichino l’indipendenza. Prima di agire la Turchia ha voluto il consenso degli USA e della NATO, di cui anche noi siamo parte. E noi, purtroppo, glielo abbiamo dato. Così ora la Turchia bombarda i Curdi sotto pretesto di aiutare la lotta contro il Califfato Islamico o ISIS.

Il movente ufficiale della discesa in campo della Turchia è stato il grave attentato, organizzato e rivendicato dall’ISIL o Califfato Islamico, che il 20 luglio ha ucciso a Suruc, in Turchia, decine di cittadini turchi appartenenti a un circolo culturale che intendeva portare aiuti alla Città di Kobane, in Siria, attualmente sotto controllo dei combattenti curdi che l’hanno strappata all’ISIS. Guarda caso, quei giovani Turchi morti a Suruc erano Curdi o filo-Curdi, e la loro morte ha provocato la discesa in campo ufficiale della Turchia contro l’ISIL, ma per bombardare… i Curdi.

Tutto questo con l’autorizzazione degli USA, che d’altra parte hanno appena firmato un accordo per porre termine alle sanzioni contro l’Iran, il cui oppressivo governo combatte contro il Califfato Islamico in Iraq, ma rifiutando ogni coordinamento con i Curdi, che però sono per ora i più efficaci e decisi combattenti contro il Califfato stesso.

È uno scenario che ci appare troppo contorto e complicato? Non basta: occorre ricordare che l’Arabia Saudita, da 70 anni grande alleata degli USA e del mondo occidentale, armata ed equipaggiata con armi occidentali, fornitrice di petrolio a tutto il mondo occidentale, dalla fine degli anni ’70 in poi ha alimentato con i suoi predicatori e con i proventi del petrolio quasi tutti i gruppi islamisti e terroristi della regione di cui pronunciamo i nomi con orrore: dai Talebani ad al Qaeda, ai gruppi che sono confluiti nell’ISIS.

Ora che gli USA non hanno più bisogno del petrolio del Golfo e debbono concentrare l’attenzione sui rapporti con la Cina e con l’America Latina, cioè con i Paesi attorno al Pacifico, assistiamo al loro sganciamento dalle alleanze in Medio Oriente. Noi però rimaniamo vicini di casa del caotico Medio Oriente lacerato da guerre settarie, nonché dipendenti dal loro petrolio, oltre che dal gas russo. Che politica adotteremo ora? Staremo a guardare e aspetteremo di capire chi vince, per schierarci con il vincitore. Oppure parteciperemo anche noi al gioco del pendolo, e aiuteremo a turno la parte che sembrerà più in difficoltà, per evitare che emerga una sola potenza egemone, troppo pericolosa perché troppo forte? Forse non possiamo fare null’altro: ma non illudiamoci di appartenere a una società e a una cultura che rispetta e difende alti valori.

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