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La violenza politica

ottobre 11, 2021 • Politica, z in evidenza

 

di Loredana Biffo – 

La violenza politica non è una “deviazione” della politica, bensì il manifestarsi della sua essenza. 

In merito alla “devianza” e all’azione collettiva, sono molto strette le connessioni tra la violenza istituzionale e quella antiistituzionale. La violenza politica si configura in due dimensioni: quella della “forza autorizzata”, ovvero quella voluta dall’autorità come strumento di conservazione o di istituzione di nuovi sistemi e nuovi poteri – i quali ovviamente, non è scontato che siano di per sé buoni e auspicabili – e quella della forza non autorizzata, volta a contestare la legittimità di un sistema.

Già Beccaria e Jeremy Bentham nelle loro nozioni di “Contratto sociale” ravvisavano un collegamento tra le due violenze, in particolare il primo nella sua celebre analisi Barbarie di Stato e sedizione  – ovvero sulla violenza istituzionale – avvertiva che questa può essere replicata dagli oppressi in forma di esplosione antiistituzionale. Là dove l’eccesso di violenza autorizzata, provoca risposte speculari anche se non autorizzate. La Rivoluzione francese è solo uno degli esempi che la storia ci consegna con le sue esplosioni di violenza dal basso, così come la violenza che pervadeva l’Europa nel 1848, la diffusione del nichilismo russo, il movimento socialista durante la sua ascesa e non solo. Si potrebbe definire la violenza politica non come “atavistica” ma come “evolutiva”, come dicevano i positivisti “tende ad affrettare il futuro”, è anticipatrice dei sistemi sociali e politici a venire. 

Già i sociologi di Chicago teorici del conflitto, parlavano di “violenza in appalto” a gruppi criminali organizzati, a beneficio di gruppi di attori istituzionali; in tal modo il crimine organizzato e la politica ufficiale divengono alleati. 

Di storica memoria sono pure i conflitti tra “movimenti sindacali, classe proprietaria e Stato”; per non parlare di “movimenti riformisti e movimenti rivoluzionari”. La differenza tra ribellione e rivoluzione e la relativa distinzione tra gli aspetti infantili (quindi patologici) della prima, e gli elementi evolutivi (tesi al cambiamento) della seconda. Come non ricordare Durkheim che a proposito di violenza attraverso lo studio del suicidio diede grandi spunti e argomentazioni contenenti capacità analitica soprattutto al cospetto della violenza come comportamento collettivo. Certamente la violenza politica può essere la conseguenza del declino della regolazione inerente delle norme morali, in particolare quando il cambiamento economico e politico altera il diagramma delle aspettative individuali e di gruppo. Sempre secondo Durkheim nella sua analisi del socialismo e del comunismo, delinea un confine tra il cambiamento e il programma di distruzione sociale, questo ultimo aspetto è da considerare peculiare di queste ideologie politiche, che per sussistere hanno sempre invocato la “costruzione dell’uomo nuovo”, e non certo attraverso metodi democratici. 

I “Teorici del conflitto” dalla scuola di Georg Simmel, avevano ampiamente evidenziato che il conflitto è alla base dell’interazione umana, e che è assai dannoso reprimerlo attraverso coercizione. In merito alla violenza antiistituzionale, questi teorici la definiscono come “risposta disorganizzata” alla violenza poliziesca che la istiga, le rivolte non sarebbero altro che “rivolte di polizia”. A tale proposito il concetto di “violenza pura” si auto avvera quando forze politiche organizzate, dichiaratamente o meno, infliggono violenza contro le masse civili. “La violenza istituzionale normalmente nella storia ha sempre fatto premessa a violenze future” (Ricoeur,1999). Potremmo concludere che poiché la violenza istituzionale alimenta, piuttosto che sopprimere, se stessa e la violenza degli altri; la violenza antiistituzionale non è la violenza “finale”, bensì la conseguenza di quella istituzionale. La vendetta, la repressione, la continua violenza politica anche nel linguaggio, l’uso strumentale dell’informazione e l’uso del consenso manipolato, sono esattamente quello che Ricoeur considerava il grande rimosso della cultura giuridica. Noi più semplicemente dovremmo chiederci quale sia il fine di uno Stato che demolisce i diritti fondamentali, quello della libertà in primis, del lavoro e dell’Habeas Corpus, e che come risposta ai disordini vorrebbe rispondere con ulteriore repressione.

Ai politici che dopo la manifestazione di sabato a Roma si sono indignati e hanno ululato al “pericolo fascismo”a reti unificate dalla solita informazione schierata, bisognerebbe far notare che secondo (https://www.telegraph.co.uk/…/britain-may-not-saintly…/), una delle più autorevoli testate inglesi, il titolo di un articolo che evidenzia la preoccupazione per la deriva autoritaria che il nostro paese sta prendendo è: “Può darsi che la Gran Bretagna non sia una nazione di santi, ma di sicuro non è mai stata un paese fascista”; sottotitolo: “Noi non ci siamo mai incamminati lungo il sentiero oscuro preso da alcune controparti europee”. Naturalmente i giornali del main stream si guardano bene dal riportare quello che la stampa estera scrive sulla china scivolosa imboccata della politica italiana che manda la polizia a manganellare cittadini disperati per i danni da essa causati, questo ci dovrebbe indurre a porci una sola domanda: a che gioco stiamo giocando? 

George Orwell disse che “se il fascismo fosse tornato, non avrebbe indossato la camicia nera, ma la giacca di tweed”. 

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