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Chana Malka che suonava il flauto e la Rosetta Cutolo di Palestina

gennaio 9, 2018 • Medioriente, z in evidenza

di Ariella Lea Heemanti –

L’edizione serale del tg3 del 7 gennaio 2018 la presenta come “l’icona della resistenza palestinese”. Si tratta di Ahed Tamimi, la bionda adolescente araba dall’incarnato madreperlaceo appartenente al clan Tamimi, che sin da piccola si esibisce, davanti alle telecamere, in calci, pugni, schiaffi e spintoni a soldati israeliani imperturbabili; per la gioia, la soddisfazione e l’immancabile iconografia dell’eroismo palestinese di quanti amano parlare di “resistenza” non solo nel caso di attentati al tritolo sugli autobus, di stragi, di accoltellamenti e assassinii tramite camion e automobili che dopo Israele hanno fatto scuola nel mondo, ma anche in quello di una piccola guappa cutoliana dotata della stessa teatralità delle mogli, sorelle, figlie e comari dei camorristi quando questi ultimi vengono arrestati e le loro donne inscenano un vituperio di urla, calci, pugni, ingiurie, sfondamenti di parabrezza, con accerchiamento massiccio di quella banda di sbirri che si sono permessi di inoltrarsi nei quartieri e di arrestare nientepopodimeno che i capi della resistenza di Gomorra.

Il padre di Ahed, Bassem, agente cinematografico della figlia e suo allenatore per il consueto campionato mediatico di botte ai sionisti, nel tempo libero si occupa, su Facebook, di informare il mondo, insieme a qualche onesto reporter scandinavo ripreso da molti colleghi internazionali, che i soldati israeliani uccidono i bambini palestinesi per prelevarne gli organi del cui traffico- come ogni giudeo responsabile di tutti i mali dell’umanità – sono gli inventori e la lobby più potente al mondo.

La madre, Manal, si preoccupa, oltre che di accompagnare puntualmente la figlioletta a schiaffeggiare quei “demoni sionisti assetati di sangue”, come li definiva Vittorio Arrigoni, di riversare su Twitter il suo senso di esaltazione e quello di altre madri palestinesi ogni volta che un “15 y/o hero stabbed a zionist settler”, e di rivolgere il suo “God bless you” per esempio all’assassino di Eitan e Na’ama Henkin. Due tzadiqim, due ebrei, due esseri umani giusti, un uomo e una donna che si amavano, due coniugi il cui ricordo è invece la benedizione dell’umanità, la santificazione vera del nome di D-o, e che sono stati massacrati sotto gli occhi dei loro bambini, mentre tutti quanti tornavano a casa, in macchina, in una sera che già custodiva, nella terra d’Israele, la loro anima dolce, la loro autentica resistenza.

Un’altra eroica parente di Ahed Tamimi – la Rosetta Cutolo del Medio Oriente che il tg3 offre in prima serata all’iconolatria antisionista – è Ahlam Tamimi, giornalista, studentessa universitaria all’epoca in cui, con il sorriso delle vergini del paradiso di Odino affiorante sulle labbra, accompagnò Izz al Din Shuehil al Masri a farsi saltare in aria alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme, situata tra le vie King George e Jaffa. Un luogo che l’eroina mortifera palestinese aveva ben perlustrato, per accertarsi che il suo compagno di strage e di odio, immolandosi, facesse il maggior numero possibile di vittime tra gli ebrei e magari tra quegli indegni avventori non ebrei, arabi compresi, che si fossero mescolati a loro senza avere a cuore le sorti della Palestina una, araba, e Judenrein.

Quindici furono le vittime, quella volta, tra cui sette bambini e una donna incinta. Centotrenta i feriti gravi per la carica esplosiva di tritolo, chiodi e bulloni contenuta nella cintura del liberatore della Palestina, nel sorriso malvagio della sua colta guida turistica verso l’inferno del sacrificio umano. La bambina Yocheved Shoshan morì. Sua sorella Miriam, di quindici anni, sopravvisse, anche se bruciata, perforata dai chiodi, dilaniata per sempre.

Chana Nachenberg, scampata alla morte con la sua bimba di tre anni, per tredici anni rimase in uno stato vegetativo. Mordechai e Tzira Schijveschuurder, sopravvissuti alla Shoah, perirono con tre dei loro bambini. Mentre tuttora ci vengono a raccontare che i palestinesi non c’entrano niente con la Shoah, che sono loro le vere vittime, che Hitler doveva finire il lavoro, noi sentiamo ancora il debole ultimo respiro del piccolo Avraham Schijveschuurder, di quattro anni, disteso sul lettino di un’ambulanza in corsa, la voce consolante sulla sua faccia bendata delle sue tenere sorelle Leah e Chaya, nate dopo la Shoah dai fianchi di Mordechay e Tzira, genitori trucidati dalla lunga mano hitleriana in terra d’Israele scambiata per Resistenza:- “Torneranno, torneranno alla vita tutte le persone uccise in guerra, negli attacchi del terrore”, sussurravano Leah e Chaya al loro piccolo fratello morente, mentre l’ambulanza correva. E noi ancora crediamo loro, mentre il Tg3 alimenta l’iconolatria di un mondo dove sostituire il ricordo delle vittime con quelle dei loro assassini.

“Lo rifarei, mi dispiace solo di non averne uccisi di più”, disse davanti alle telecamere Ahlam Tamimi, zia di Ahed, in carcere e biancovelata, prima di essere scarcerata in cambio, insieme con altri detenuti nelle carceri israeliane per gravi crimini, della liberazione del soldato Ghilad Shalit dalle fosse di Hamas e di riaffermarlo:- Non sono pentita, lo rifarei, prima o poi ci libereremo degli ebrei. Ahed Tamimi appartiene a questa gente, a questo clan di morte e di antisemitismo, di incitamento all’uccisione di ebrei al grido di “Got mit uns” esteso nell’idea hitleriana della Palestina occupata dai sionisti, dove non solo lo sterminio degli ebrei e la sua nera, infera continuità con la Shoah vengono chiamati Resistenza, ma anche le esibizioni camorristiche di una Rosetta Cutolo navigata, la quale sin da piccola ha appreso le arti violente di Gomorra e dello spauracchio agli sbirri che si permettono di addentrarsi nel regno del pizzo, dei cimiteri di auto e di speranze vere per bambini veri.

Come Ahmed Kathib, il bambino palestinese ucciso per sbaglio dai soldati israeliani mentre giocava con una pistola, i cui organi furono donati da sua madre e da suo padre, Abla e Ismail, a un ospedale israeliano, e trapiantati in sette bambini israeliani, ebrei e drusi, oggi vivi grazie alla speranza di pace di una donna, Abla, religiosa e buona, di un uomo, Ismail, che non ce la faceva più, che fumando e guardando con le lacrime agli occhi l’orizzonte diceva, “Siamo esseri umani, non conosciamo la crudeltà. A noi stessi e agli altri vogliamo donare, con gli organi del nostro bambino ucciso, un seme di speranza per gli altri bambini”.

“Nel nome di Dio, il più clemente, il più misericordioso”, così scrivevano Abla e Ismail ai genitori dei bambini israeliani, restituendo loro la vita tolta al loro bambino, e una speranza di pace resistente come le rose che essi coltivano nei loro cuori, nei cuori dei bambini vivi grazie al dono di Ahmed. Questo scrissero Abla e Ismail, in nome di D-o e del loro bambino, non le balorde eppure terribili menzogne del padre di Ahed Tamimi sugli israeliani dediti al traffico di organi di bambini palestinesi, o le istigazioni a delinquere di sua moglie, il suo inno agli assassini.

Questo sentiamo, insieme all’ultimo, debole respiro del piccolo Avraham. Questo hanno sentito e sentono Frimet e Arnold Roth, la madre e il padre di Malka Chana, che suonava il flauto e amava il sorriso della vita, che fu uccisa con il tritolo, con i chiodi, con i bulloni, col fuoco, con l’immolazione di un figlio del mito hitleriano della Palestina autoctona, guidato da una vergine nefasta col sorriso malvagio a fior di labbra, rispondente al nome di Ahlam Tamimi, quel giorno a Gerusalemme, alla pizzeria Sbarro di un angolo fra via King George e via Jaffa.

Frimet e Arnold che anch’essi, nel nome della loro figlia morta a sedici anni insieme con la sua amica Michal, e non per sbaglio, ma per il calcolo abbondante delle esistenze ebraiche da sterminare e poi ancora sorridere, accolgono e curano, da quel giorno, i figli e le figlie in difficoltà e con disabilità di ogni famiglia, di ogni religione, di ogni speranza che sia veramente una rosa piantata nel cuore del deserto e del mondo.

Al Tg3, all’iconolatria della menzogna lasciamo l’immagine falsata di una piccola, feroce camorrista dai lunghi capelli biondi, definita dal quotidiano Lettera 43, senza vergogna, senza una menoma cognizione della realtà, “la Malala araba di Palestina”, e che invece è cresciuta alla scuola delinquenziale della sua famiglia, di sua madre, di suo padre, di sua zia, Ahlam Tamimi, ispiratrice e coautrice della strage alla Pizzeria Sbarro, a Gerusalemme, in un giorno di felicità semplice trasformato in morte. Di una vita che Malka Chana, suonatrice di flauto, ragazza assassinata che amava le creature tutte, chiamava “a beautiful life”.

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