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La nuova legge antiterrorismo francese

novembre 6, 2017 • Mondo, z in evidenza

 

di Soeren Kern –

La nuova legge autorizza i prefetti a decidere autonomamente la chiusura delle moschee o di altri luoghi di culto per un periodo massimo di sei mesi se si ritiene che i predicatori esprimano “idee o teorie” che “incitano alla violenza, all’odio o alla discriminazione, provocano degli atti di terrorismo o ne fanno apologia”.

La polizia francese e i servizi di intelligence sorvegliano circa 15 mila jihadisti che vivono nel paese, secondo quanto riportato il 9 ottobre scorso da Le Journal du Dimanche. Di questi, circa quattromila sono “in cima alla lista” e ad alto rischio di compiere attacchi.

Secondo quanto rivelato il 26 ottobre dal quotidiano Le Figaro, dei 19 mila jihadisti francesi che combattono con lo Stato islamico, almeno un quinto ha ricevuto fino a 500 mila euro di benefit sociali dallo Stato francese.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha promulgato una nuova legge antiterrorismo che conferisce ampi poteri ai prefetti, alla polizia e alle forze di sicurezza – senza la preventiva autorizzazione di un giudice – di perquisire abitazioni, stabilire le modalità di attuazione degli arresti domiciliari e chiudere i luoghi di culto. Le misure autorizzano inoltre la polizia a eseguire controlli d’identità alle frontiere francesi.

La nuova legge, approvata dal Senato il 18 ottobre, rende permanenti molte delle misure eccezionali previste dallo stato di emergenza, che era stato introdotto dopo gli attacchi jihadisti compiuti a Parigi nel novembre 2015 e prorogato fino al primo novembre scorso.

Durante la cerimonia della firma, avvenuta all’Eliseo il 30 ottobre in diretta televisiva, Macron ha detto che il testo offre un giusto equilibrio fra la sicurezza e il rispetto delle libertà individuali. Secondo i fautori della linea dura, le nuove norme non sono sufficienti, mentre le organizzazioni per i diritti umani lamentano il fatto che esse lasceranno la Francia in uno stato di emergenza permanente.

La nuova legge, che “rafforza la sicurezza interna e la lotta contro il terrorismo, consta di sette parti principali:

Perimetri di protezione (o Zone di sicurezza). La nuova normativa conferisce ai prefetti, i rappresentanti del governo centrale in ogni dipartimento o regione, il potere di istituire dei perimetri di protezione attorno ad aree pubbliche e a eventi sportivi e culturali, compresi i concerti, che sono considerati a rischio di terrorismo. La legge autorizza la polizia a procedere alla perquisizione di persone o veicoli che tentano di accedere a queste aree o eventi. A chiunque rifiuti di sottoporsi a tali perquisizioni sarà vietato l’accesso.

Chiusura dei luoghi di culto. La nuova legge autorizza i prefetti a decidere autonomamente la chiusura delle moschee o di altri luoghi di culto per un periodo massimo di sei mesi se si ritiene che i predicatori esprimano “idee o teorie” che “incitano alla violenza, all’odio o alla discriminazione, provocano degli atti di terrorismo o ne fanno apologia”. Le violazioni sono punibili con sei mesi di reclusione in carcere e un’ammenda di 7.500 euro. Gli oppositori della normativa sostengono che le “idee” e le “teorie” sono soggettive e pertanto si prestano ad abusi.

Arresti domiciliari. La nuova normativa autorizza il ministro dell’Interno a confinare i sospetti islamisti, anche coloro che non sono accusati di un reato specifico, nella città o nel paese dove hanno il loro domicilio. Ogni persona nei cui confronti “sussistono seri motivi di ritenere che la sua condotta costituisce una minaccia particolarmente grave per la sicurezza e l’ordine pubblico”, può essere messa agli arresti domiciliari – senza la previa autorizzazione di un giudice – per una durata di tre mesi, rinnovabili di altri tre, fino a un massimo di un anno. Le persone soggette a tale confinamento saranno tenute a recarsi una volta al giorno alla locale stazione di polizia. In alternativa, possono essere sottoposte a misure di sorveglianza elettronica. Il ministro dell’Interno può inoltre vietare alle persone di avere contatti diretti o meno con determinati soggetti, specificatamente indicati, che si ritiene rappresentino una minaccia per l’ordine pubblico. Le violazioni di tali misure sono punibili con una pena detentiva della durata di tre anni e un’ammenda di 45 mila euro.

Perquisizioni e sequestri. La nuova legge autorizza i prefetti a chiedere a un giudice un mandato per perquisire la casa di chiunque sia sospettato di costituire una minaccia alla sicurezza pubblica. La persona sottoposta a perquisizione può essere trattenuta per non più di quattro ore se lui o lei rappresenta “una minaccia particolarmente grave per la sicurezza e l’ordine pubblico” e ha “contatti abituali con persone o organizzazioni con finalità di terrorismo” oppure appoggia o aderisce a idee che incitano a tali atti. La normativa autorizza inoltre la polizia a sequestrare i documenti, gli oggetti o i dati elettronici rinvenuti nel luogo della perquisizione.

Dipendenti pubblici radicalizzati. Un dipendente pubblico che lavora in settori connessi alla sicurezza nazionale o alla difesa può essere trasferito o addirittura licenziato dal servizio pubblico se le sue convinzioni sono considerate “incompatibili con l’esercizio delle sue funzioni”. Anche i militari possono essere congedati per motivi simili.

Monitoraggio dei dati informatici e raccolta dei dati. La nuova legge autorizza il ministro dell’Interno, il ministro della Difesa e il ministro dei Trasporti a controllare le comunicazioni telefoniche e i messaggi di posta elettronica delle persone sospettate “per prevenire, individuare, indagare e perseguire i reati terroristici e gravi”. La normativa consente inoltre ai servizi di sicurezza di accedere alle informazioni di viaggio, comprese quelle fornite dalle agenzie di viaggio e quelle riguardanti i passeggeri delle linee aeree e marittime. Da questo trattamento automatizzato dei dati sono esclusi i dati a carattere personale suscettibili di rivelare l’origine razziale o etnica di una persona, le sue convinzioni religiose o filosofiche, le sue opinioni politiche, la sua adesione a un sindacato, o i dati relativi allo stato di salute o alla vita sessuale dell’interessato.

Controlli alle frontiere. La nuova normativa autorizza la polizia a effettuare controlli d’identità in più di 118 zone frontaliere e 373 aeroporti, porti e stazioni ferroviarie, nonché nelle aree circostanti fino a un raggio massimo di 20 chilometri. Secondo Le Monde, questo riguarda il 28,6 per cento del territorio francese e il 67 per cento della popolazione francese. I detrattori sostengono che tale disposizione riguarderebbe molti dei quartieri periferici con un’alta densità di popolazione musulmana e potrebbe comportare una vessazione delle minoranze etniche.

Macron ha ribadito che la nuova legge consentirà alle autorità di combattere il terrorismo “senza abbandonare i nostri valori e principi” e sancirà “il pieno e permanente rispetto per l’ordine costituzionale e per le tradizioni di libertà della Francia”. Il presidente ha inoltre promesso di rivedere la normativa entro due anni e apportare le modifiche ritenute necessarie.
Marine Le Pen, la leader del Front National, il partito anti-immigrati, ha criticato la legge perché molto carente:

“Questa legge è una truffa, è un sotto-stato di emergenza, non voteremo questo testo deleterio. Sarà ancora meno efficace dello stato di emergenza perché è meno applicabile. Questo testo non disciplina la specifica dimensione islamica del terrorismo né l’ideologia islamista che ci ha dichiarato guerra”.

Invece, i gruppi impegnati nella difesa dei diritti civili si lamentano della “normalizzazione dei poteri d’emergenza”. Human Rights Watch ha scritto:

“La legge recepisce le misure d’emergenza – perquisizioni intrusive, arresti domiciliari, chiusura del luoghi di culto – che hanno dato luogo ad abusi dal 2015, per trasformarle in pratiche penali e amministrative ordinarie. E lo fa indebolendo il controllo della magistratura e la sua capacità di impedire l’uso abusivo dei nuovi poteri antiterrorismo da parte dei prefetti, i rappresentanti debitamente designati in ogni regione dal ministro dell’Interno”.

Amnesty International ha ribadito queste preoccupazioni:

“Anziché ristabilire le libertà e le libertà civili, la legislazione rischia di fare l’esatto contrario integrando una serie di misure repressive nel diritto comune”.

La nuova normativa ha incontrato poca resistenza da parte dell’opinione pubblica. Da un sondaggio del 26 settembre scorso condotto da Le Figaro è emerso che il 57 per cento degli intervistati è favorevole alla legge; secondo il 62 per cento, la misura violerebbe le libertà civili; e per l’85 per cento essa contribuirebbe a migliorare la loro sicurezza.

Più di 230 persone sono rimaste uccise negli attentati jihadisti compiuti in Francia dal gennaio 2015, quando i radicali islamici attaccarono la sede della rivista satirica Charlie Hebdo, nel centro di Parigi.

Le vittime più recenti sono due ragazze accoltellate a morte il primo ottobre scorso, nella stazione ferroviaria centrale di Marsiglia, da un immigrato illegale tunisino. L’uomo, identificato come Ahmed A., aveva usato sette identità diverse e commesso una lunga serie piccoli reati comuni. Era stato arrestato qualche giorno prima dell’attacco per un furto in un negozio, ma poi rilasciato per mancanza di prove. Non è ancora chiaro perché non sia stato mai espulso dal paese.

La polizia francese e i servizi di intelligence sorvegliano circa 15 mila jihadisti che vivono nel paese, secondo quanto riportato il 9 ottobre scorso da Le Journal du Dimanche. Di questi, circa quattromila sono “in cima alla lista” e ad alto rischio di compiere attacchi.

Secondo quanto rivelato il 26 ottobre dal quotidiano Le Figaro, dei 19 mila jihadisti francesi che combattono con lo Stato islamico, almeno un quinto ha ricevuto fino a 500 mila euro di benefit sociali dallo Stato francese.

Altre fonti: it.gatestoneinstitute.org

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