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La pace si fa con il nemico

maggio 18, 2014 • Mondo, z in evidenza

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Marco Bruanzzi*

Mahmoud Abbas ha recentemente rilasciato una dichiarazione in cui riconosce l’olocausto, condannando lo sterminio nazista di 6 milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale, e ritratta la sua vecchia tesi di laurea in cui nel 1983, accusava i dirigenti sionisti di aver collaborato con i nazisti per mettere in atto lo sterminio al fine di indurre gli ebrei ad emigrare in Palestina.I falchi del governo israeliano rilanciano le vecchie accuse nei confronti di Abbas. Le tematiche scottanti continuano ad essere che le due parti si sono – fin dal 1948 – scontrate sul confronto tra la Shoah e la Nakba, “la catastrofe” la definiscono i palestinesi. Ovvero l’espulsione di oltre 700.000 di questi dalle terre annesse poi allo Stato ebraico. Insomma, il solito rimpallo di responsabilità, un pantano da cui non si riesce ad uscire.

La prima osservazione che viene in mente è che da parte israeliana e, non solo, si sottolinea che da parte dei dirigenti arabi vi sono aperture che appaiono costruttive, sarebbe utile capire se dichiarazioni come questa recentissima di Abbas, vengono fatte anche in arabo. Perchè anche se all’apparenza positive, fatte in inglese sarebbero più per captare la benevolenza internazionale, probabilmente in arabo sarebbero meno aperte a causa delle probabili reazioni contrarie all’interno del mondo arabo. Gli accordi di Oslo furono la dimostrazione che si poteva pervenire ad un accordo, i testi furono scritti in inglese ebraico e arabo. Da anni le tesi negazioniste che hanno intercorso l’occidente, trovano rilancio in paesi mussulmani, in particolare in Iran al tempo di Admadhinejad, arrivando al punto di proporre convegni sul tema.

 In tutti i paesi arabi il tema dell’olocausto viene evitato accuratamente, la pubblicistica dimostra che a livello di divulgazione popolare arabo, viene sistematicamente rimosso, e se citato suscita l’insurrezione – anche in Francia – e violente reazioni da parte degli studenti di fede musulmana. Tutto questo rende estremamente interessante questa dichiarazione da parte di un ex negazionista. É certamente vero che è stata fatta per attenuare l’impatto negativo con Hamas. La dichiarazione ha comunque la sua importanza, pur con i suoi limiti.

 Lo storico israeliano Zeev Sternell, sostiene che allo stato attuale in Israele non vi è alcun segnale che indichi la volontà e la capacità di forgiare una maggioranza a sostegno di un accordo con i palestinesi, al fine di raggiungere la pace. Perchè secondo lei il governo israeliano ha dimostrato scetticismo e fastidio nei confronti della dichiarazione di Abbas?

 Il governo di destra israeliano, ha considerato con fastidio questa novità, perché questo lo obbligherebbe a riconsiderare la posizione nei confronti dell’interlocutore. Consideriamo anche il ruolo degli intellettuali – in particolare quelli di sinistra – è diffusa l’opinione tra gli intellettuali israeliani che l’idea di pace sia fortemente radicata tra l’opinione pubblica israeliana. Una pace vista come conseguenza di qualcosa che va oltre la pretesa di una resa incondizionata dei palestinesi. Giustamente uno dei più importanti intellettuali israeliani, Sternhell, sostiene che l’idea di pace non può prescindere dal concetto di “giustizia”, altrimenti rimane un esercizio retorico. Questo riporta alla questione dell’occupazione. C’è anche chi vede il rischio che l’occupazione possa diventare una apartheid infinita, cosa che del resto i palestinesi denunciano da tempo.

 E’ evidente che un governo di destra e autoritario quale quello che vige attualmente in Israele, non ha la capacità di riformulare una politica della pace, che può passare solo attraverso una politica delle “concessioni”.

Sbaglia tanto chi dice che la svolta a partire dalla quale le cose saranno diverse. Ma sbaglia anche chi vuole mascherare una scelta polititca di “non trattativa”. Non sappiamo ancora quanto l’autorità governativa palestinese si riconosca in questa posizione, ma il governo israeliano sbaglia a bocciarla e sottovalutarla, perché potrebbe essere importante se dovesse mostrare una effettiva efficacia nel tempo. E certamente vale la pena provarci.

Gli intellettuali israeliani dicono di rappresentare la realtà israeliana e non la realtà coloniale, e ritengono che il calpestare i diritti dei palestinesi sia una macchia indelebile sulla storia ebraica, cosa ne pensa?

 Si parla poco degli intellettuali israeliani, anche in termini elettorali. In Israele poco più della metà della popolazione vota per governi di destra, il che vuol dire che almeno il 40% vota per partiti che hanno posizioni molto più concilianti nella trattativa con i palestinesi. Come in tutti i casi di crisi economica (avviene in tutto il mondo) la tendenza è di andare a destra.

Mentre gli indicatori economici finanziari sono buoni, perché di fatto Israele ha flussi di capitali che favoriscono con le politiche di destra liberista. Di contro il resto dell’elettorato non condivide affatto questa politica liberista. La spaccatura è tra la maggioranza culturale laica e la fortissima aggressività crescente della componente religiosa(10-15%) la destra religiosa ha un forte impatto sociale.

E’ una società molto divisa tra laici e religiosi (che ha la sponda di Netahniau che è un destrone e non un religioso). Gli intellettuali hanno più udienza all’estero che in patria, non godono di molta considerazione in casa. Come spesso succede, le componenti più progressiste sono sulla difensiva perché c’è una componente di destra religiosa molto aggressiva. Così come avviene per l’applicazione della Sharia, altrettanto avviene anche per la Thorà.

Son due le questioni;

la questione laici /religiosi,che vede i laici sulla difensiva e i religiosi che cercano di imporre le norme della tradizione religiosa. Chiedendo di applicarla solo all’interno della sfera dei praticanti, in realtà lo scopo è di estenderli in seguito alla società civile tutta. In questo senso ritengo sia molto pericoloso accettare che vi siano tribunali religiosi. Il nocciolo dei tribunali religiosi (sia islamici che ebraici, ed è stato così anche per i cristiani) hanno come obiettivo di far arretrare i diritti delle donne. Le norme contenute in essi, sono in conflitto con la legge civile in tema di diritti. Anche in Europa è stato così fino alle leggi napoleoniche, quando, tanto per dirne una, la donna non poteva firmare atti giudiziari. La questione delle scuole religiose che infondono una visione ideologica religiosa. In questo senso le tradizione religiose sono tutte uguali, queste discriminazioni e annientamento dei diritti erano normali prima che nascesse lo stato moderno.

In Israele i laici sono in difficoltà perchè queste posizioni non sono abbastanza contrastate. L’occidente ha l’ipocrisia di pensare che sono questioni di “tradizione”, in realtà erano tradizioni anche nostre, cristiane, ora ce ne scandalizziamo solo quando ci fa comodo.

Quanto l’aspetto religioso – sia israeliano che palestinese – può essere d’ostacolo al superamento di questo immobilismo politico?

 La società laica in Israele è solida, ma certamente in difficoltà. E’ passata l’idea laica che anche i religiosi devono fare il militare. Si consideri che il servizio militare è costitutivo e identitario per lo stato di Israele. Oggi perfino i cittadini arabi cristiani di Galilea chiedono di fare il servizio militare, questo dimostra quanto sia un concetto pervasivo nell’identità del paese, nonostante 7 milioni di abitanti, in Israele un milione e mezzo sono arabi. Parliamo dunque di un 20%, dato non trascurabile.

 Ma anche l’Olp è in crisi, oggi quantomai, la religione non è un fatto di fede, ma di identità familiare, non a caso non si accetta il matrimonio misto con i cristiani, sono piuttosto i cristiani che devono diventare musulmani, essendo tra l’altro in numero molto minore. Questo dimostra che lo scontro tra laici e religiosi si sta radicalizzando in questi paesi.

 Nethaniau è ricattato sia dalla destra religiosa: finanziariamente, scuole centri di assistenza eccc. che altro non sono se non sono un formidabile veicolo di consenso. Perchè in Israele ci sono molti poveri, anche tra pensionati. Si è creato un partito di militari in pensione che si è collocato a sinistra a causa del governo di destra e liberista. La questione dei religiosi al servizio militare è passata a stento. La situazione sociale si è aggravata perché i salari sono troppo bassi.

 Continuano tutti a dire che la formula due popoli due stati sia l’unica possibile. Dieci anni fa quando ci fu l’ultimo tentativo sull’accordo di Taba, in quell’ accordo mancato, gli israeliani avevano proposto la questione dei confini, ai palestinesi, circa il 90 per cento della Cisgiordania. Si parlava anche di uno scambio di territori per motivi logistici che però conteneva in sé l’importante dato che spezzava il tabù che la trattativa può riguardare solo la Cisgiordania e non la parte di Israele .In Israele in realtà oggi è ancora maggioritaria la linea di chi vuole ancora due stati? Ma anche per i palestinesi è maggioritaria la linea di uno stato palestinese?

In questo momento c’è un paradosso, la destra nazionalista israeliana vorrebbe tenersi tutto, e trova una sponda nell’ala più radicale palestinese, che dice : va bene, facciamo uno stato unico: perchè sanno benissimo che diventeranno demograficamente maggioranza. Nel frattempo la formula di due popoli due stati si è complicata e resa meno realizzabile: la crescita dei coloni, la questione dei profughi nel campo palestinese, questa unificazione Hamas/ Abumazen potrebbe essere una soluzione sulle concessioni. C’è però molta ipocrisia internazionale…..

 Il problema di come trattare con autorità palestinesi – considerando credibile questa apertura – è che questa rappresenta solo una parte, perchè l’altra parte di Gaza si contrapponeva già in passato. Nel momento in cui si va all’accordo si dice che si imbarca una formazione politica che non consente le condizioni di chiarezza nelle trattative. Discorso che in passato è stato smentito dai fatti.

Rabbin diceva: “le trattative si fanno con il nemico Hamas, Infatti la trattativa di Oslo era andata in porto alla fine, nonostante le difficoltà. Hamas oggi ha interesse a pervenire ad un accordo perché sono venute meno le sponde che erano a base della sua forza: i fratelli musulmani in Egitto, con una frontiera permeabile dove passavano armi e e altro. E inoltre la guerra in Siria ha spaccato il fronte dei fratelli musulmani. Hamas si trova oggi ai margini, si sente più debole. Perchè il governo siriano è sotto attacco dei ribelli radicali di Alquaeda.

Questo è un accordo tra due debolezze, Abu Mazen e Hamas che si è molto indebolito. Si spiega la convergenza e la conseguente apertura. Da osservatore esterno direi che se si ricompone il fronte di un interlocutore, poi si discuterà e accapiglierà, ma alla fine, torno a ripetere l’accordo Se lo si vuol fare, dovrà passare necessariamente attraverso la “politica delle concessioni” , questo deve essere il punto da cui entrambe le parti dovranno partire, è la precondizione per la pace.

*Docente di Storia moderna e Contemporanea all’Università di Bergamo. Dal 1979 è Direttore dell’Istituto di studi storici “Gaetano Salvemini” di Torino.

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