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Partiti d’opinione e senza società

ottobre 28, 2013 • Politica, z in evidenza

QUIRINALE: GIOVANI PD OCCUPANO SEDI PARTITO

di Loredana Biffo

 Le ricerche condotte in Europa non molto tempo fa, evidenziavano una forte tendenza al declino della presenza sociale dei partiti, che agiscono ormai quasi unicamente ripiegandosi sulle istituzioni, rappresentative e di governo, centrale e locale. Attraversano una dimensione organizzativa centripeta a quello che ormai diventato un ceto burocratico e professionale, ossia i gruppi dirigenti, che appaiono esclusivamente come la massima esplicazione delle èite classica della definizione di Robert Michels.

E’ però stanziale la differenza del ruolo interpretato dallo Stato e dalle istituzioni pubbliche, con cui partiti e oligarchie intessono una rete di rapporti che vanno dalla complicità all’identificazione. Si tratta di una tendenza che interessa tutta l’Europa anche se non in modo uniforme e lineare.

Rispetto al tradizionale modello esplicato nel partito di massa (Weber 1922, Duverger 1951) che è stato protagonista in Europa fino al dopoguerra, appare evidente che il punto di partenza di ogni analisi e riflessione in merito, non può non considerare il progressivo ritiro dei partiti dalla società e dal territorio. Questo è un fatto che potremmo definire di senso comune, il distacco fra i partiti e la società appare un processo avviato da tempo e drammaticamente incontrastato, come emerge dalle indagini riguardanti comportamenti e atteggiamenti della società nei confronti della politica. Per poi sfociare drammaticamente nei partiti di estrema destra che sono presenti in tutta Europa.

In passato si poteva rilevare una tendenza all’allineamento ai gruppi partitici da parte di vecchi e nuovi movimenti, con la conseguente formazione di nuove famiglie partitiche. Soprattutto in Europa, non solo il movimento operaio ma pure i nuovi movimenti socialisti si allineavano con i partiti di sinistra. Tra gli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, nel ciclo di protesta, la sinistra emergente ha criticato la sinistra istituzionale per il sospetto tradimento di quelli che erano considerati i valori rivoluzionari (Pizzorno 1996), i partiti di sinistra (tradizionale), hanno canalizzato e dato voce a molte delle domande dei movimenti sociali nelle istituzioni. Questi movimenti sociali in auge negli anni Settanta, non hanno unicamente dato vita a partiti forti come i Verdi (in particolare in Nord Europa), hanno soprattutto contribuito alla rivitalizzazione dei partiti socialdemocratici, a vantaggio di una nuova sensibilità rispetto all’ecologia, e alle politiche di genere.

Dagli anni Ottanta in poi si assiste ad una divisione dei compiti: i movimenti sono rifluiti nella sfera sociale, i partiti di sinistra riprendevano alcune loro richieste nelle istituzioni politiche.La caratteristica fondamentale dei partiti, era quella di avere strutture organizzative tendenzialmente centralizzate, a differenza dei movimenti sociali che hanno reticoli laschi, costituiti perlopiù da gruppi più meno formali e da singoli membri.

Mentre i movimenti sociali usano quasi esclusivamente la protesta, i partiti usano i modus operandi determinati dalla dinamica elettorale. Alla crisi di fiducia nei partiti si affianca una crescita del sostegno alle associazioni di volontariato e ai comitati cittadini, se i partiti perdono membri, le forme di partecipazione convenzionale (in primis la partecipazione elettorale), sono sempre meno frequenti, mentre le forme non convenzionali, come le organizzazioni non governative (ONG), crescono in presenza e legittimità.

Quale la critica che i movimenti hanno fatto in questi anni ai partiti? Il primo dato la crisi della democrazia rappresentativa, il declino della partecipazione istituzionale. Da un lato l’adesione ai partiti stessi, non di meno alle manifestazioni politiche ufficiali, dall’altro, in particolare abbiamo l’astensione elettorale che aumentata in tutti i tipi di elezioni, in particolare per quelle europee.  Attraverso alcuni studi condotti in vari paesi, si è evidenziato che si tratta di un fenomeno che nasconde motivazioni e dinamiche differenti: la marginalità sociale, l’indifferenza e, solo in modo limitato la protesta e il rifiuto. Il numero crescente degli astenuti è stato tuttavia interpretato come un segno di delusione e distacco dei cittadini dal rituale fondativo della democrazia rappresentativa. Dato questo che deve indurre ad allarmare ulteriormente e considerare l’ossimoro di una democrazia senza elettori, visto che un fenomeno generalizzato in Europa, con proporzioni ampie e soprattutto in crescita negli ultimi anni.

 Inutile dire che altrettanto bassa è la convinzione di influire sulle scelte politiche, anche se la sfiducia rispetto ai soggetti politici, non mette in dubbio la bontà della democrazia, che continua ad essere ritenuto il migliore regime politico, o meglio l’unica alternativa.Quello che viene fuori da tutte le ricerche, è la diffusa “Sindrome dell’antipolitica” per essere più precisi si deve parlare di un sentimento sociale di ostilità e sfiducia nei confronti della politica, che porta ad un clima d’opinione fortemente critico nei confronti della democrazia rappresentativa e le istituzioni ad essa legate. E’ chiaro quanto questo sia stato il brodo di coltura dell’ affermarsi del populismo, pur non coincidendo con esso, in quanto l’antipolitica, definisce un clima d’opinione, e in alcuni casi una determinata visione. Mentre il populismo si riferisce in particolare ad attori politici: leader e partiti.

Il populismo oltre ad essere un fenomeno complesso e altamente differenziato, è sicuramente espressione di un malessere e opposizione alle idiosincrasie della democrazia rappresentativa, ed è confluito in modo naturale nella ripresa dei movimenti sociali, i quali orientano nuove forme di protesta sulle questioni emergenti; dalla giustizia all’antiliberismo, alla lotta contro la precarietà del lavoro.

 Donatella della Porta evidenzia che i movimenti non sono aderenti alle famiglie politiche e alle ideologie di tipo tradizionale, ma sono piuttosto portatori di una visione alternativa della politica, critica nei confronti della rappresentanza partitica e con lo scopo di sostenere la partecipazione dal basso . Altrettanto efficace il ricorso alla rete, intesa come luogo di comunicazione critica nei confronti del potere. Questo dimostrato dalla moltiplicazione di blog che sono canali per esprimere contenuti, per scambiare opinioni e pareri, attraverso fattori di democrazia informata, operante come rete organizzativa per i movimenti.

Tutto questo non può non suggerire l’emergere di una terza faccia della democrazia, oltre a quella diretta e rappresentativa, la democrazia della sorveglianza In un frame che vede i partiti sempre più cartellizzati, leaderizzati, trasformatisi in comitati al servizio di un leader che sviluppa le sue relazioni con la società servendosi dei media e delle tecniche di marketing politico-elettorale, i partiti così sono sempre più isolati.

Evidente è il degrado, e la deviazione della democrazia in altri tipi di regime, di post democrazia direbbe Colin Crouch, in quanto mantiene i tratti formali della democrazia, ma ha perso i fondamenti sostanziali da cui ha tratto origine, in modo particolare la partecipazione dei cittadini alle decisioni, e e all’affermazione dei diritti di uguaglianza sociale. Quello a cui stiamo assistendo è una traslazione ad un sistema diverso che non sappiamo cosa e come sarà, ma che non sembra essere desiderabile.

Probabilmente queste considerazioni possono essere tacciate come nostalgiche dei partiti di massa, in realtà comprendono altre problematiche affrontate negli studi dei classici della sociologia e della scienza politica, ossia la tensione tra la democrazia diretta e la democrazia rappresentativa (democrazia degli antichi e dei moderni), tra democrazia sostanziale e democrazia reale, fra democrazia di massa e delle èlite. E’ necessario riconoscere che i sintomi della crisi non sono certo inediti, bensì riemergono e si oscurano ciclicamente. Si pensi alle polemiche sulla ferrea legge dell’oligarchia (Michels) e sulla gabbia d’acciaio (Weber) che imprigiona la società e la politica.

Nel tempo che stiamo vivendo, i partiti non sono affatto scomparsi, si sono bensì ripiegati sui leader, sempre più personalizzati e presidenzializzati, stiamo assistendo attraverso la figura di Renzi, alla prosecuzione del partito leaderizzato già visto in Forza Italia prima e il Pdl successivamente. Per quel che concerne la situazione italiana, si può rilevare che l’Italia è un sistema di frontiera, e non solo in senso geografico, ma anche geopolitico. Sono evidenti le analogie con i sistemi del socialismo reale: la presenza del partito comunista più forte in Occidente, e il peso dello Stato nell’ economia, sono questi i fattori primari nell’accelerazione della fine della prima Repubblica agli inizi degli anni Novanta. Conseguenza, ritardata, del crollo del Muro e del comunismo. Occorre osservare i diversi sistemi politici, sorti al di qua e al di del Muro, come varianti (per quanto specifiche) di un medesimo processo.

 E’ necessario da parte della politica farsi carico di interpretare un malessere di ceti che si mescolano sempre di più, anche nelle fasce in cui è più forte il capitale culturale che non trova sbocco alle competenze, e di conseguenza declina a lavori non adeguati creando quello che i sociologi definiscono “squilibrio di status”, causa di una pericolosa discendenza sociale in atto nel nostro paese.

 Il capitalismo ha atomizzato i ceti, che sono sempre più vulnerabili. Purtroppo nonostante tutte le ricerche sui movimenti sociali evidenzino tensioni tra il vecchio concetto sull’uguaglianza da parte della sinistra, e l’attenzione dei nuovi movimenti sociali per la libertà individuale, il prepotente riemergere della questione sociale come preoccupazione centrale, le proteste sono guardate con sospetto dai partiti di sinistra che sono portatori di notevoli trasformazioni nelle loro posizioni ideologiche e struttural-organizzative.

Cambiamenti non solo strutturali, ma anche attitudinali ostacolano l’alleanza tra i cittadini e i maggiori partiti della sinistra, un’alleanza più che necessaria per affrontare la deriva democratica del paese. L’origine del problema sta nella incapacità dei partiti di saper includere il malessere dei cittadini. Errore gravissimo da parte di una classe politica (tutta) che ha la responsabilità sopratutto rispetto all’esistenza di una legge elettorale che ha privato i cittadini elettori del loro unico potere, quello di scegliere i candidati, aprendo così il varco ad un malessere diffuso che non trova alternative se non nella defezione nei confronti di una classe politica autoreferenziale che da tempo ha smarrito la connessione sentimentale con gli elettori.

Quello che si sta delineando per il Pd, è la vaghezza e l’inconsistenza di un “nuovo partito d’opinione”, cosa che raramente poteva succedere nei partiti di massa dove nessun leader poteva emergere attraverso slogan, ma unicamente attraverso una seria preparazione e costruzione della classe dirigente. Pare che oggi non vi sia neanche l’ombra di un tale presupposto verosimilmente indispensabile per ricostruire il Paese dopo la devastazione messa in atto dal berlusconismo.

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One Response to Partiti d’opinione e senza società

  1. Elena Saita ha detto:

    Anche il PD opta, con Renzi, per la politica marketing? D’altronde se è vero che i partiti sono dicotomizzati dalla realtà dei cittadini non è altrettanto vero che possano fare a meno del loro voto. Ecco quindi che cedono al comunicatore di turno sperando che possa ottenere gli ambiti voti. Ma la domanda è: ”Se i partiti si riducono solo in semplici accrocchi per ottenere consenso tramite il leader di turno” ed il loro agitarsi è esclusivamente mirante al consenso e non ad un programma ben definito a vantaggio della collettività tutta … a noi costoro a cosa servirebbero?

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