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La donna di Einstein

gennaio 18, 2018 • Io Leggo


di Antonella Stoppini –

Un’affascinante figura di donna controcorrente, purtroppo poco conosciuta, la quale con la sua acuta intelligenza, aveva ambito appartenere all’ambiente scientifico della fine Ottocento e prima metà del Secolo scorso.

“La donna di Einstein” (Piemme Editore, 2017, titolo originale The other Einstein, traduzione di Cristina Ingiardi) è la storia di Mileva Maric (1875-1948), moglie del fisico tedesco Albert Einstein (1879-1955), la quale dedicò la sua vita allo studio della fisica e al celebre marito.

Ottobre 1896. Zurigo, Svizzera. “Lisciai le pieghe che si erano formate sulla camicetta bianca appena stirata, aggiustai il fiocco che mi cingeva il collo e rinfilai una ciocca vagabonda nella crocchia an­nodata stretta”.
Mileva Maric, una ragazza di ventuno anni, bruna e minuta ma dalla ferrea volontà, si stava dirigendo verso il Politecnico federale per frequentare il corso quadriennale di fisica e matematica, noto come Sezione VI A.

Mitza, come veniva chiamata in famiglia, era la quinta donna ammessa a studiare presso l’università. “In molti consideravano un’imprudenza, la mia sola presenza al Politecnico”.
La studentessa, di origine serba, proveniva da Zagabria, dove risiedeva insieme alla sua famiglia. Il padre, l’ex militare Milos, funzionario governativo, aveva sempre incoraggiato la geniale mente della figlia garantendole le scuole più opportune, mentre la madre Marija si chiedeva il motivo per il quale Mitza non fosse come le sue coetanee.

La giovane donna riservata e un po’ chiusa a causa di una leggera zoppia per un problema congenito all’anca, aveva stretto amicizia con le altre studentesse che risiedevano nella stessa pensione. “Colleghe universitarie che, proprio come me, arrivavano dalle province orientali dell’Austria-Ungheria”. Nella progressista Svizzera, la nazione più moderna di tutta l’Europa, nascevano nuove idee e confluivano persone provenienti da tutto il vecchio continente.

Il giorno della sua prima lezione Mitza aveva conosciuto i suoi cinque colleghi che si erano mostrati stupefatti di avere una compagna di corso di sesso opposto al loro. Soltanto uno di loro un giovanotto “con una zazzera scar­migliata di riccioli scuri non mi levava gli occhi di dosso”. Lo studente di nome Albert Einstein, le aveva sorriso sotto i baffi con ammirazione. Albert, colpito dal sorriso seducente e dal cervello di Mitza, aveva cominciato a corteggiarla con discrezione invitandola al Café Metropole, dove si tenevano conversazioni sugli ultimi progressi scientifici.

All’ambiziosa studentessa sembrava di “avvicinarmi di più a quegli obiettivi professionali di cui discutiamo così spesso”.
Mileva iniziava a provare per il futuro Premio Nobel “una particolare emozione”.

Un’affascinante figura di donna controcorrente, purtroppo poco conosciuta, la quale con la sua acuta intelligenza, aveva ambito appartenere all’ambiente scientifico della fine Ottocento e prima metà del Secolo scorso. La bella prosa dell’autrice americana illumina Mitza di quella luce che le è stata negata, perché, all’epoca, le discipline scientifiche non si adattavano alle donne. Infatti, benché non ci siano prove certe, come scrive Marie Benedict in una nota alla fine del volume,
“la natura esatta del contributo di Mileva alle teorie del 1905 attribuite ad Albert è ignota, anche se nes­suno mette in dubbio che, come minimo, il suo sostegno sia stato significativo a livello emotivo e intellettuale”.

Sappiamo che le sue aspirazioni sono state poste in secondo piano a favore di quelle del coniuge. Quanto dunque Mileva sia stata determinante per la maturazione delle idee di Einstein, non è stato ancora scoperto.

“In compagnia del signor Einstein mi sentivo vivo, compresa e accettata”.

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