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American Sniper, una storia di odio e amore

gennaio 4, 2015 • Cinema e Dintorni

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di Giovanna Cambiano

L’ultimo capolavoro di Clint Eastwood, American Sniper,è nelle sale dal primo gennaio.

La storia di Chris Kyle (interpretato da Bradley Cooper), un cecchino dell’esercito americano inviato per ben quattro volte nell’inferno iracheno per proteggere i commilitoni.

Una narrazione indubbiamente da un punto di vista americano, ma non priva di spirito di ricerca e critica alla mostruosità della guerra che travalica ogni appartenenza. Impeccabili la regia e la fotografia.

Leggenda” è il soprannome che gli viene attribuito dai compagni, per la sua sagacia e precisione. Ma Chris è innanzitutto un uomo, vulnerabile difronte ad un bambino iracheno con in mano un ordigno pronto a farsi saltare per gli ordini impartiti dal “macellaio”, un combattente capo iracheno spietato e feroce, che non esita a trucidare il suo stesso popolo.

E’ un marito che quando torna in congedo, non può fare a meno di portare la guerra negli occhi e nel salotto di casa, dove trascorre il tempo a fissare lo schermo spento del televisore.

Un reduce che ci fa vivere l’orrore della guerra attraverso le sue psicosi, lui che come la maggior parte dei reduci, non poteva e non voleva dimenticare l’orrore infinito impresso nell’anima, ma che amava la vita, come dice la moglie.

Clint Eastwood scava nella personalità del terribile cecchino – che si congederà per ritornare alla vita normale di padre e marito.

Ma la guerra uccide anche fuori dal campo di battaglia, perché la guerra non rimane circoscritta nei luoghi fisici dell’orrore umano, travalica tutto, diventa follia che uccide anche attraverso chi si porta dentro per sempre l’esperienza di morte e distruzione.

La guerra è pervasiva. Questo ci raccontano i veterani, che oggi come tanti anni fa per il Vietnam, sono scarti umani che la società che li ha prodotti, una volta rientrati li rifiuta.

E’ un film che analizza i sentimenti umani, il coraggio, la paura, lo sgomento e la follia.

Disse Khris al suo rientro:  “In Iraq ho imparato cos’è l’odio, ma ogni giorno sentivo il bisogno di un grande amore”.

Un grande amore che ha messo a servizio dei reduci travolti dal disadattamento e dalla malattia mentale, ai quali ha dedicato il resto dei suoi giorni.

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