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L’informazione alla prova del virus

novembre 4, 2021 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

A Novara, un manipolo di manifestanti contrari alla tessera verde hanno sfilato travestiti da deportati ebrei della Shoah, con tanto di pettorina a strisce verticali e numero di matricola affisso sul petto. Per rendere ancora meglio l’idea hanno marciato, due a due, aggrappati a una corda inframezzata da nodi tesa a richiamare il filo spinato.

La suddetta sceneggiata, autenticamente kitsch, ha scatenato un vespaio di polemiche inutili e ipocrite. Le reazioni più scomposte sono arrivate dalla Sinistra, ossia da quella fazione politica che, più di ogni altra, ha sfruttato la Shoah sviluppando parallelismi tra gli ebrei deportati e gli immigrati, tra i centri di accoglienza e i lager, tra i nazisti e gli israeliani, tra Jenin e il ghetto di Varsavia e, ultimamente, tra Greta Thunberg e Anna Frank.

Nessuno dei confronti qui riportati ha mai suscitato riprovazione nei militanti o nei dirigenti dei partiti progressisti, tutt’altro, sono stati oggetto di applausi o presentati come accostamenti «coraggiosi» e «significativi».

In questo Paese, da sempre, ci si scandalizza solo per fatti marginali e di scarsa rilevanza. La mesta sfilata di Novara meriterebbe, al massimo, una scrollata di spalle. Non per mancanza di rispetto verso le vittime della persecuzione nazista, ci mancherebbe, ma perché una siffatta messinscena non dovrebbe, in alcun modo, ricevere attenzione sui quotidiani nazionali.

In Italia, purtroppo, ci sono più «buone coscienze» che buoni cervelli, dunque, il teatrino di un gruppetto di clown diventa l’alibi per un serie di prediche benpensanti, tartufesche e imbevute di una moralità insincera.

Ben più attenzione e indignazione dovrebbero ricevere, da parte dei sedicenti «professionisti dell’informazione», le compressioni della libertà operata dal governo con la scusa della pandemia e delle terapie intensive «stracolme».

La sistematica e volontaria «disattenzione» della stampa nazionale rispetto ai temi cruciali della politica e dell’economia, spiega perché l’Italia si collochi al quarantunesimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa redatta da Reporter Senza Frontiere. Persino i giornalisti della Giamaica, del Burkina Faso e del Botswana risultano più veritieri e attendibili di quelli nostrani.

Le radici di questa situazione disastrosa affondano, probabilmente, nella storica mancanza di una stampa libera e indipendente. Nel bel Paese, infatti, i giornali sono, tradizionalmente, espressione di gruppi di potere politico o economico.

La facilità con la quale, in Italia, si sono imposte misure e norme autoritarie e coercitive degne di Xi Jinping risiede anche nella più totale mancanza di una stampa libera. Non esiste, de facto, quotidiano o telegiornale che non tessa l’elogio di Mario Draghi, dei vaccini e della bontà naturale delle case farmaceutiche.

Al di qua delle Alpi, nel Paese della bruschetta al pomodoro e della mozzarella, quando un programma televisivo d’inchiesta, come Report, critica la narrazione del governo, ne viene chiesta la chiusura.

Se l’Italia, oggi, si ritrova come certi dannati della Divina Commedia, «attuffata in uno sterco», la responsabilità è, indubbiamente, anche, forse soprattutto, dei giornalisti. 

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