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Sull’orlo del baratro

settembre 15, 2021 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Non in tanti, in Italia, conoscono il Nexus Instituut. Si tratta di un’organizzazione che studia il patrimonio culturale europeo e promuovere i valori dell’umanesimo: tolleranza, laicità, democrazia, libertà individuale e giustizia. Tre volte l’anno l’istituto pubblica Nexus, una raccolta di saggi in forma di libro, oltre ad allestire conferenze e simposi. I relatori sono rinomati intellettuali mondiali: David Grossman e Leon Wieseltier, Garry Kasparov e Ian Buruma, Claudio Magris e Adam Michnik, Anne Applebaum e i premi Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa e Wole Soyinka.

Prima della loro scomparsa hanno collaborato col Nexus anche Tzvetan Todorov, George Steiner, Roger Scruton, Joseph Frank, Leszek Kolakowski, Roberto Calasso e il rabbino capo della Gran Bretagna, Sir Jonathan Sacks.

Due anni fa, il Nexus Instituut, per celebrare il venticinquesimo anniversario della sua fondazione, ha organizzato un importante dibattito, disponibile su YouTube in versione integrale, tra Bernard-Henri Lévy e Aleksandr Dugin. La discussione, idealmente, voleva ricalcare quelle che si tengono tra il razionalista ottimista Settembrini e il pessimista rivoluzionario Naphta nel romanzo La montagna incantata di Mann.

Questa perla della cultura europea è stata fondata, ventisette anni or sono, dallo scrittore olandese Rob Riemen, ideatore e creatore delle attività dell’istituto. Riemen è un grande ammiratore di Thomas Mann, al quale si richiama nel suo libro più eloquente, La nobiltà di spirito. Elogio di una virtù perduta.

Il fondatore è un colto liberale di sinistra, cosmopolita, ama Mahler e Wagner, crede nell’idea di Europa e si abbevera quotidianamente presso gli scritti di Platone, Spinoza, Leone Ginzburg e, ovviamente, Thomas Mann. Nel suo Paese è un acceso critico di Geert Wilders. 

Sostiene che l’ascesa del PVV, Partito per la Libertà, nazionalista ed euroscettico, del sopraccitato Wilders, dovrebbe essere intesa come “il risultato di partiti politici che negano le proprie idee, intellettuali che coltivano un facile nichilismo, delle università che non sono degne di questo nome, dell’avidità di denaro nel mondo degli affari e dei mass media che preferiscono essere il ventriloquo invece di uno specchio critico per la gente”.

Fin qua tutto bene, si tratta di critiche accettabili ma, di tanto in tanto, Riemen perde la calma e, con essa, la ragionevolezza. Non pago di aver paragonato, alcuni anni fa, l’ascesa elettorale di Wilders a quella di “Mussolini e Hitler”, fatto piuttosto increscioso dato che il politico olandese vive sotto scorta perché minacciato di morte dagli islamisti, dall’elezione di Donald Trump ha cominciato a lanciare, con regolarità, strali e accuse banali e infondate.

Ha definito la famiglia Trump “una banda semi-criminale” e accostato l’ex presidente americano ad Adolf Hitler. Al giornalista che li ha chiesto se non fosse un confronto troppo forte, Riemen ha risposto: “Hitler credeva che il popolo fosse il leader di un movimento per il popolo, che non avrebbe mai usato mezzi termini e avrebbe sempre difeso gli interessi del popolo. Fu creduto, tra l’altro, perché non apparteneva all’establishment politico. Non è esattamente lo stesso con Trump?” e ancora: “Trump è un grande fascista. Mettilo in maiuscolo e con punti esclamativi nel tuo foglio”. Un delirio incomprensibile data la statura intellettuale, forse sopravvalutata, di chi le ha pronunciate.

La deriva rabbiosa dello scrittore olandese si riverbera anche sulle attività del suo istituto. 

Riemen, che in passato si era rivelato aperto anche al pensiero conservatore, interpellando intellettuali come Jean Clair, Roger Scruton, Alain Finkielkraut o Aleksandr Dugin, si è definitivamente convertito al progressismo più fanatico e maldicente, come dimostrano gli ospiti della prossima conferenza del Nexus Instituut, che si terrà il venti novembre, intitolata “The Revolution of Hope”, che saranno: 

Giuseppe Conte, presentato come uno statista dalla brillante mente politica: “combina realismo politico e attivismo sociale e ha piani rivoluzionari per realizzare una democrazia più diretta per affrontare gli abusi sociali”. 

Seguiranno, Mary L. Trump, cugina del presidente e autrice di un libello sovietico nel quale usa la sua “competenza” di psicologa per diffamare lo zio con storie pruriginose; il radicale nero Kehinde Andrews, portavoce di Black Lives Matter nel Regno Unito; il cattognostico Antonio Spadaro, consigliere di Papa Francesco; Nadia Harhash, attivista palestinese; la cofondatrice di Volt, Colombe Cahen-Salvador e il repubblicano “Never Trump” Jeff Flake. 

Non esattamente un Parnaso. Come si è potuti passare da Steiner a Conte? Da Benedetta Craveri a una scribacchina scandalistica come Mary L. Trump?

Sorge il sospetto che, almeno in Europa, sia impossibile promuovere la cultura evitando di scadere nel radicalismo di sinistra, con la sua perenne ossessione per il ritorno del fascismo. Ritorno incipiente da almeno settant’anni.

Anche il Nexus Instituut diventerà l’ennesimo ente imbevuto di correttezza politica, capace solo di rifilare ai lettori il solito impasto indigesto a base di antifascismo, antitrumpismo, vittimismo nero e antisionismo? Ci auguriamo di no, ma la china presa è terrificante.

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