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Ergastolo per Ratko Mladić il massacratore di Srebrenica

giugno 9, 2021 • Mondo, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia ha condannato all’ergastolo, in via definitiva,  , il generale del “comunista nazionale” affetto dal virus della purificazione etnica, Slobodan Milošević.

Mladić, catturato a Lazarevo dieci anni fa, con la sue truppe si rese responsabile del criminale assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, durante il quale i cittadini furono privati dell’acqua corrente, dell’energia elettrica e sottoposti, quotidianamente, a pesanti bombardamenti e al tiro dei cecchini appostati tutt’intorno.

Il nome del militare serbo sarà per sempre associato al massacro di Srebrenica, indifesa città bosniaca ricolma di profughi al momento dell’attacco, dove circa ottomila civili maschi furono sterminati e le donne stuprate in massa dalle milizie al comando di Mladić.

I massacri compiuti dalle forze serbe si consumarono durante i conflitti etnici che scossero la Jugoslavia dopo il crollo del regime titoista. Mentre le repubbliche di Slovenia e Croazia, più sviluppate e più vicine al centro Europa, davano la vittoria elettorale ai partiti autonomisti, nella più arretrata Serbia trionfava il comunismo insufflato di nazionalismo più rancoroso e deciso a riaffermare il ruolo egemone di Belgrado.

Nella primavera del 1992, la Bosnia, seguendo l’esempio della Slovenia e della Macedonia, dichiarò la propria indipendenza e scatenò, come era già avvenuto l’anno prima per la Croazia, la dura reazione di Milošević.

La Bosnia, che non avanzava pretese su territori altrui, era abitata da una maggioranza musulmana, ma da tempo era una società multiculturale e laica, nella quale bosniaci, serbi, croati ed ebrei vivevano senza tensioni. L’aggressione alla piccola repubblica, che si concretizzò nei brutali assedi di Sarajevo e Mostar, fu pianificata dal presidente croato Tudjman e da quello serbo, Milošević.

L’invasione della Bosnia implicava, tanto per i croati quanto per i serbi, una dichiarata brama di territorio e un odio etnico e religioso per i suoi abitanti. Il termine “pulizia” venne utilizzato alla Tv di Belgrado per raccontare il massacro della popolazione. Non solo le persone, ma anche i siti culturali, cimiteri, moschee, biblioteche vennero distrutti dai serbi. I bonificatori inviati da Tudjman e Milošević volevano cancellare ogni traccia della presenza bosniaca.

Le atrocità commesse, ben documentate da anni di indagini, spinsero il riluttante presidente democratico Bill Clinton a intervenire nel teatro jugoslavo. Fra maggio e settembre 1995, la NATO effettuò una serie di attacchi aerei contro le posizioni dei serbi in Bosnia. In ottobre, grazie alla diplomazia statunitense, fu imposto un “cessate il fuoco” destinato a concludersi con l’accordo di Dayton, che prevedeva il mantenimento di uno Stato bosniaco diviso però in una repubblica serba e in una federazione croato-musulmana.

Quattro anni dopo, nel 1999, si accese un focolaio di tensione nel Kosovo, regione autonoma all’interno della Serbia, abitata da una popolazione albanese. La dura reazione di Milošević provocò un nuovo intervento dell’Alleanza Atlantica durato due mesi. Ma alla fine lo scopo fu raggiunto: i serbi si ritirarono dal Kosovo.

Indebolito sul piano militare e politico, Milošević fu oggetto di una pesante contestazione in patria, che lo costrinse ad abbandonare il potere. In seguito sarà arrestato e consegnato al Tribunale internazionale dell’Aja, mentre Mladić e altri ufficiali si diedero alla macchia. Nel 2008, anche l’indipendenza del Kosovo fu riconosciuta dai principali Stati occidentali. La Serbia pagava duramente il suo tentativo di conservare con la forza la sua posizione egemonica nell’area jugoslava.

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