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Repubblica e decadenza

giugno 6, 2021 • Politica, Uncategorized, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

I settantacinque anni della repubblica coincidono con uno dei periodi più cupi dal punto di vista istituzionale, ammesso e non concesso che se ne siano visti di buoni. Mai come in questo periodo, la Costituzione Repubblicana, sedicente più bella del mondo, è stata svuotata in ogni sua parte, ridotta a carta straccia, violata oltre ogni limite consentito, dai principi fondamentali fino all’ordinamento dello stato. Le libertà individuali sono state sacrificate sull’altare del dovere alla salute, poiché il diritto alla salute prevederebbe libertà di scelta che oggi paiono nient’altro che opinioni in odore di negazionismo.

L’intero apparato statale poi, pare afflitto da metastasi, sembra d’essere tornati allo Statuto Albertino, con la figura del Re sacra e inviolabile, tanto che anche solo a levare una critica all’operato del Presidente della Repubblica si rischia come minimo di venire additati per sovversivi.

Eppure è da qui che occorre partire: nel 1946 il popolo italiano al netto dei brogli ha sostituito un monarca per grazia di Dio e volontà della nazione, con un Presidente eletto in un conclave a sua volta elettivo per suffragio universale. E se la figura del Capo dello Stato in teoria dovrebbe costituire una garanzia, nei fatti abbiamo avuto a che fare, da Enrico De Nicola (non a caso un monarchico) a oggi, con soggetti che apparentemente non erano di primo pelo per lo meno nelle gerarchie partitiche, ma che si sono rivelati molto più decisivi di quanto non sia riportato sui libri di storia.

Solo nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilino del Quirinale ha deciso molto di più in prima persona sulle sorti del paese, che non i Presidenti del Consiglio che si sono succeduti (e che non dimentichiamo, sono nominati dal Capo dello Stato) e di un Parlamento che è sempre più ornamento anziché rappresentazione della sovranità popolare declamata dall’articolo 1 della Costituzione.

Il fatto che la legge fondamentale dello Stato ponga il Presidente della Repubblica al di sopra delle parti, esautora quest’ultimo, nei fatti, a fare dichiarazioni esplicite su quale tipo di politica adottare poiché rappresenta l’unità nazionale.

 Nei fatti però avviene, e lo si capisce leggendo i giornalisti così detti “quirinalisti” che è proprio al Quirinale vengono prese le decisioni che contano.

Diciamolo chiaramente: un capo di stato è un capo di stato, inutile pensare che possa essere un notaio o una bella statuina solo perché ha avuto una carriera da “riserva della Repubblica”. Nel momento in cui un politico, perché di questo si tratta, sale al colle più alto di Roma, diventa il cittadino più importante d’Italia, il garante non solo dell’unità nazionale e della Costituzione, ma anche il garante presso le cancellerie internazionali. Un mandato presidenziale dura sette anni, nei fatti una legislatura e mezzo, sicuramente dura di più del mandato del Presidente del Consiglio che è a tempo indeterminato, cioè si Sa quando viene nominato, ma non quando decadrà dalla carica. Per limitarci all’ultimo settennato, Mattarella ha presidiato su quattro presidenti del consiglio (e conseguentemente quattro ministri degli esteri) ed ha scavallato due legislature, conseguentemente, il segno della continuità, in consessi come quello UE o NATO, il riferimento è stato lui e non Conte o Di Maio. 

Vero è che il Presidente della Repubblica non da indirizzo di governo, ma è altrettanto vero che ne è il primo garante in quanto è colui che lo nomina. E nell’epoca della gestione pandemica, a essere obiettivi, non si può dire che il Capo dello Stato sia stato particolarmente presente nel ricordare come va applicata la Costituzione, ma questo non si può dire se non tra le righe, oppure quando il mandato di Mattarella finirà (se non verrà rieletto).

Aggiungiamoci  anche il recente e non risolto, anche se i media ne hanno distolto l’attenzione, scandalo al Consiglio Superiore della Magistratura, proprio presieduto dal Capo dello Stato il quale, al di fuori di qualche dichiarazione, non ha preso provvedimenti in merito e il tutto rischia di passare sotto silenzio, anche se è l’ennesima bomba pronta ad esplodere? 

Possiamo dunque dire che questo settantacinquesimo anniversario è un mesto anniversario? Che non c’è nulla da festeggiare in quella che di fatto è una monarchia presidenziale? Che la Repubblica nata dopo il fascismo assomiglia più a una RSI con sfumature di democrazia concessa che non a una vera “repubblica democratica fondata sul lavoro la cui sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”? Forse no, non possiamo dirlo, perché non vorremmo anche noi essere indagati per eversione. Tuttavia, a settantacinque anni di distanza, ci riserviamo di sollevare qualche dubbio non tanto sulla legittimità del referendum o dell’esito del voto, come fanno ancora alcuni storici. La nostra riserva, è se davvero ne sia valsa la pena.

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