MENU

Finkielkraut, la causa animale tra ambizione e compassione

maggio 10, 2021 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Una delle più antiche e prestigiose istituzioni francesi, L’Académie française, si compone di quaranta membri detti “les immortels”. Quest’ultimi, nelle occasioni ufficiali, indossano una divisa corredata di spada. Il pensatore Alain Finkielkraut, nominato “immortale” nell’aprile del 2014, ha fatto incidere sulla sua spada un mucca. Il motivo di questa scelta è lo stesso filosofo a fornirlo, in un’intervista rilasciata al settimanale L’Express:

«Ogni volta, uscendo dalla città, dalla periferia o dall’area periurbana che mordicchia gradualmente la campagna, incontro uno di questi grandi erbivori, e mi sciolgo di tenerezza. A differenza di leopardi, leoni, pantere o aquile con cui sono adornati tanti stemmi, non farebbe del male a una mosca. Come scrive ammirevolmente Kundera, le mucche “sono pacifiche, senza malizia, a volte allegre in modo infantile. Sembrano donne grasse sulla cinquantina, che fingono di avere 14 anni. Niente è più toccante delle mucche che giocano”».

Alain Finkielkraut è noto soprattutto per i scritti in merito all’identità ebraica, al destino della Francia e per le sue critiche al multiculturalismo, al separatismo islamico e all’autorazzismo europeo. Meno note, ma non meno rilevanti, sono le sue riflessioni in favore degli animali e, in particolare, contro la “zootecnia”. Il pensatore di origine israelita è innamorato della campagna francese, si sente punto dalla malinconia quando ricorda il vecchio mondo contadino e conosce la fragilità della civiltà europea. Il bestiame al pascolo, libero e tranquillo, rimanda a un tempo non ancora stritolato dalla modernità.

Ad avvicinare Finkielkraut alla causa animale non è stato solo il suo amore per le mucche, ma anche l’incontro con la filosofa, anch’essa di famiglia ebraica, Elisabeth De Fontenay. Sempre a L’Express dichiara: 

«L’incontro con Elisabeth de Fontenay  è stato decisivo. Con lei ho compreso la portata filosofica e la posta in gioco politica dell’amore per gli animali. Mi sono reso conto che il mio “legame” con le mucche non era più scontato. L’allevamento in fattoria viene gradualmente sostituito da ciò che Jocelyne Porcher chiama “produzione animale”: le mucche sono inghiottite all’interno di fabbriche gigantesche, che di fattoria hanno soltanto il nome».

L’animalismo di Finkielkraut è conservatore, ha un’inclinazione bucolica e nostalgica che, nella suddetta intervista, lo induce ad affermare: «Un legame immemorabile si è spezzato, il mondo comune è perduto. Nel cercare di preservare questo legame, faccio parte di una grande tradizione repubblicana. Michelet disse una volta: “Tutta la storia naturale mi era apparsa come un ramo della politica. Tutte le specie viventi bussavano alla porta per essere ammesse alla democrazia”. E Péguy, più vicino a noi: “Gli animali sono, nella città, concittadini degli uomini; così, gli uomini hanno verso gli animali il dovere dell’anzianità, perché gli animali sono anime adolescenti”».

Al tempo stesso, però, lo studioso francese ricusa la teoria antispecista e i suoi sostenitori militanti e violenti. Al contrario dei suddetti non crede nell’uguaglianza tra uomini e animali, ma ritiene che quest’ultimi vadano protetti a partire dalla loro differenza e debolezza nei confronti dell’umanità. In un’intervista radiofonica rilasciata a France Culture, Finkielkraut sottolinea di essere «molto ostile all’antispecismo. Peter Singer parla di una responsabilità morale nei confronti degli animali. Ma gli animali non hanno responsabilità nei confronti dell’uomo. Il leone non avrà mai una responsabilità nei confronti dell’antilope».

L’animalismo dell’autore de «L’identità infelice» è orientato a istituire un nuovo patto, dal sapore biblico, tra esseri umani e animali: «Non credo che dovremmo cancellare tutte le tradizioni in nome di nuove sensibilità […] Se il rapporto di collaborazione tra mucche e persone viene interrotto, non ci saranno più mucche. Possiamo liberare gli uomini da una condizione di oppressione o schiavitù, ma applicare questo schema agli animali da reddito significa sostenere, per liberazione, la scomparsa di queste specie che sopravviveranno solo in pochi parchi a tema, negli zoo per bambini».

Per lo scrittore, gli uomini hanno una responsabilità nei confronti degli animali con i quali abitano in questo pianeta, proprio perché l’uomo non è un animale come gli altri, ma il “pastore dell’essere” di heideggeriana memoria. Curatore di una raccolta di riflessioni sul tema dell’animalità, riunite in un volume intitolato Des animaux et des hommes, Finkielkraut scrive:

«Oggi la nostra pietà non si ferma più all’umanità. Continua il suo cammino. Spinge indietro i confini. Allarga il cerchio dei simili. Quando si alza un lembo di velo sull’insostenibile esistenza di polli, mucche o maiali nei campi di concentramento succeduti alle fattorie di un tempo, l’immaginazione si mette subito al posto di questi animali e ne soffre.

L’uomo moderno è combattuto tra un’immensa ambizione e una compassione sconfinata. Vuole essere il Signore della Creazione e scopre gradualmente in se stesso la capacità di identificarsi con tutte le creature. Questo spiega la recente irruzione della causa animale sulla scena politica. La nuova sensibilità verso gli animali avrà il potere di cambiare il gioco o continuerà a dominare l’imperativo della redditività, nonostante tutte le grida del cuore? ».

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »