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L’enigma del consenso

aprile 26, 2021 • Agorà, Articoli, z in evidenza

di Loredana Biffo –

Da quando sono state annunciate da parte del governo le “aperture”, è evidente ad un osservatore attento, che il martellamento sulle misure precauzionali è diventato più insistente. Non a caso attraverso la TV, ovvero il grande mezzo di comunicazione di massa, è apparsa una pubblicità che raccomanda di tenere alta la guardia e di usare sempre le mascherine “anche all’aperto”; nonostante non vi sia mai stata una norma (ammesso che si possa considerare tale un Dpcm) che obbligasse all’uso delle mascherine in luoghi aperti, modellando e plasmando una realtà fittizia che poi la gente imita.

Ora è evidente che l’intento è quello di continuare ad influenzare l’opinione pubblica che si abbevera perlopiù attraverso la televisione “cattiva maestra” (di popperiana memoria), a tenere comportamenti irrazionali che non hanno nessuna connessione logica con la trasmissione del virus.

Sorge quindi spontanea una riflessione su come sia stato possibile scatenare in un anno, la più grande psicosi di massa che si sia mai vista da dopo la seconda guerra mondiale. E’ indispensabile in questo contesto riprendere i fili della storia, troppo spesso dimenticata o banalizzata, poichè la tesi che, consenso da un lato e  repressione dall’altro, possano essere messi su due piatti della bilancia, subisce un certo scredito da chi teme il pensiero di una popolazione informata e non manipolata; certamente è necessario un dibattito sulle ragioni e l’enormità del consenso che regimi come quello nazista e comunista hanno avuto e che non abbiamo storicamente esitato a definire dittatoriali, dispotici, totalitari. Così come nessuno oserebbe contestare il fatto che “Consenso e coercizione” furono le due facce di una stessa medaglia, le colonne gemelle che ressero il potere della dittatura nazista e comunista. Non si vede quindi perché oggi non si debba, sostenere che quanto sta avvenendo con la “Psicopandemia” non vada esattamente in quella direzione.

In questo contesto, vi sono molti aspetti che accomunano le esperienze di repressione del passato, in particolare l’inferno dello stalinismo, nemmeno nel nazismo è esistita quella che gli storici definiscono la “dekulakizzazione” e la deportazione dei “popoli puniti”, così  l’organizzazione del gulag come un superministero economico; che cos’altro è la forma  odierna del cosiddetto Ristoro/sostegno, o il famoso reddito di cittadinanza?

L’organizzazione statale della violenza e del consenso, lo svilimento dei contrasti sociali a relazione amico/nemico quando qualcuno grida ad un passante di mettersi la mascherina all’aperto. E’ in corso una trasformazione dell’umano in bestia irrazionale che rimane preda del terrore inculcato con la propaganda degna questa si, del regime nazista; così come il terrore della dekulakizzazione inventò il “nemico”.

Nella Russia zarista e in quella sovietica, venivano definiti “Kulaki” i contadini benestanti e i proprietari terrieri, i quali lavoravano i campi e producevano attraverso il lavoro dipendente di altri contadini. Dopo la Rivoluzione d’ottobre, Lenin volle la Nuova politica economica detta NEP nel 1921, ma in seguito Stalin avviò una collettivizzazione agraria attraverso l’eliminazione dei Kulaki in quanto “classe”, alcuni vennero statalizzati con un reddito minimo, altri invece si ribellarono, ne conseguì una guerra civile che eliminò ogni contadino che non aderiva alla statalizzazione, attraverso arresti  e deportazioni, fu la fine per circa due milioni di persone nel solo periodo 1930/1933.

Affermò a proposito della dekulakizzazione il filosofo Eric Voegelin: “è emerso nelle nostre società moderne un fenomeno nuovo, il divieto di fare domande, come consapevole deliberata, e sapientemente elaborata ostruzione della ratio; da non confondere con la semplice resistenza all’analisi, fenomeno di tutti i tempi”. Senza dubbio tra le domande che oggi è più severamente vietato fare ci sono quelle relative a certe imprese compiute dai comunisti là dove hanno preso il potere. In particolare non si deve pretendere di sapere cos’è accaduto in Russia durante la dekulakizzazione. Di questi tragicissimi episodi (che nell’ambito della lotta di classe in Europa, corrisponde per più aspetti alla “Soluzione finale” nazista del problema ebraico all’ambito della lotta razziale), e ancora troppo poco si conosce in Occidente. Nella stessa Russia questa dei contadini che fu la “repressione” maggiore di tutte è la meno conosciuta“.

Il terrore della dekulkizzazione inventò quindi il nemico per giustificare un esperimento di “ingegneria sociale” , data la sua genesi storica, ogni totalitarismo non può che poggiare la sua costruzione, sulla instabilità, sull’isolamento dell’individuo e sulla creazione di uno stato artificiale di guerra civile.

Così come gli stessi campi di concentramento erano considerati come uno strumento di “rottura” della socialità, il cui ruolo era nel complesso secondario nella costruzione dell’architettura totalitaria, che oggi si esplica nella forma di lookdown e divieto di ogni socialità.

Così come la caratteristica delle strutture totalitarie è rendere instabile la società. Hannah Arendt nell’opera Le origini del totalitarismo parlò di un “processo di detotalitarizzazione seguito alla morte di Stalin”, attraverso l’eliminazione dei gulag e della polizia segreta, ma sottolineò il permanere dell’insidia dell’instabilità e delle possibili ricadute nel totalitarismo in qualsiasi momento storico. Esattamente come ricordava Brezezinski, la purga permanente è l’unico strumento in mano al regime per mantenere le società in uno stato di polverizzazione, trasformando le coscienze e guidare i comportamenti di ogni singolo cittadino.

 

 

 

 

 

 

 

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