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Il granello di sabbia che fermò il mondo

marzo 29, 2021 • Agorà, z in evidenza

di Mario Frascione

No, non è una fiaba dei Fratelli Grimm, e neanche una storia de Lo cunto de li cunti. Il granello di sabbia che fermò il mondo (globalizzato) è una storia tristemente vera dei nostri giorni.

Fino a dieci anni fa il percorso tracciato dalla globalizzazione e dalla delocalizzazione della produzione manifatturiera dall’Occidente verso i Paesi in via di sviluppo sembrava inevitabile. Un treno lanciato in discesa che nulla e nessuno avrebbe potuto arrestare.

Il costo sociale per Europa e Stati Uniti è stato ed è tuttora altissimo: migliaia di aziende di produzione di ogni dimensione che hanno chiuso. Milioni di posti di lavoro persi a fronte dell’assunzione esclusiva di un paradigma, quello dell’abbattimento dei costi di produzione, che diventava un gioco al massacro. Adeguarsi o fallire.

Per essere competitivi sembrava non esserci altra scelta, anche se diventava evidente il volto drammatico di un fenomeno dato per inevitabile.

Poi è arrivata la pandemia Covid, che per prima ha mostrato il respiro breve di considerare tale paradigma come unico ed esclusivo criterio delle scelte a cui improntare il nostro presente.

Si è fortunatamente cominciato a comprendere che esistono ragioni geopolitiche, strategiche e di sicurezza per cui la ricetta del “produciamo laggiù e carichiamo sulla nave” ha il suo rovescio della medaglia.

Produce effetti collaterali tali da rendere ormai impensabile la concezione di un Occidente che si consegna a convenientissimi produttori lontani, le cui mire possono anche essere non semplicemente quelle commerciali o del proprio sviluppo, ma di influenza, ricatto, effettivo dominio.

In tal senso il prezzo pagato con il disastro del Covid può essere considerato come una secchiata d’acqua gelida al torpore delle nostre illusioni.

Chi lo aveva capito precocemente fu il vituperato Donald Trump, che ancora prima della tempesta sanitaria pandemica avviò una poderosa politica di rientro della produzione industriale in patria.

Oltre a riconquistare una parte dell’autonomia produttiva, ciò ebbe l’effetto di riportare il tasso di occupazione interno a livelli impensabili prima. E’ un fatto che nemmeno i suoi detrattori più viscerali potrebbero contestare.

In questo esordio di primavera una gigantesca nave cargo porta container, la Ever Given, intraversatasi pare a causa di una tempesta di sabbia bloccando completamente il Canale di Suez, ostruisce una delle due principali arterie (l’altra è il Canale di Panama)  del trasporto navale mondiale.

A dire il vero già il considerevole sviluppo della pirateria aveva creato le sue complicazioni, ma ci si era attrezzati e il rapporto rischi/benefici era evidentemente ancora considerato accettabile.

Ora invece i costi divengono giganteschi e le conseguenze al momento si possono solo stimare per difetto.

Il granello di sabbia del deserto dunque inceppa nel giro di poco tempo il meccanismo già scricchiolante a causa del virus. La globalizzazione della produzione industriale, data per ineluttabile fino a due anni fa, mostra contraddizioni, rischi e costi che non erano stati valutati. Tutto l’Occidente è chiamato a un serio ripensamento del modello produttivo su cui si era adagiato.

Sapranno i nostri governi, le nostre istituzioni internazionali, le nostre classi dirigenti prestare orecchio agli avvisi?

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