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L’intramontabile fascino della poesia

marzo 28, 2021 • Cultura e Società, z in evidenza

di Roberto Zadik –

La morte dei poeti e il fascino segreto della poesia. In Memoria di Lawrence Ferlinghetti, del ciclone Beat Generation e a 40 anni dalla scomparsa di Montale .

Ogni volta che muore un poeta è come se il mondo perdesse la sua voce. Come se la natura smettesse di pulsare senza che nessuno più ne racconti il battito, come se i sentimenti perdessero chi è capace di sublimare tormenti come il rifiuto, l’abbandono e la nostalgia, come se la prosa “prosaicamente” avesse soffocato la poesia già dai tempi della morte degli ultimi due grandi poeti italiani, Pasolini e Montale scomparso 40 anni fa il prossimo 12 settembre.

 Eppure è come se il mondo si ricordasse solo pochi secondi all’anno della poesia e dei suoi verseggiatori. Anche adesso che leggo colonne di elogio sul grande Lawrence Ferlinghetti poeta italo-americano, padre bresciano e  madre ebrea francese anche se crebbe orfano e senza nessuna vera identità, ma quando era vivo nessuno mai ne parlava. 

La gente comune spesso snobba la poesia, sento dire molte volte che “non la capisco”, “non è il mio genere” o “sono cose superate ormai per far colpo è meglio un assegno milionario o una vettura fiammante”. Possibile che ci siamo tanto imbarbariti? Che il fascino eterno di parole che sono fotografie e che creano immagini pur imprigionate nella famosa “pagina bianca” di Mallarmè vengano tanto dimenticate, sminuite e magari perfino osteggiate?

 In questo articolo intendo rendere omaggio alla poesia in generale, alla Beat Generation e non solo alla fantastica figura di Ferlinghetti che fu un personaggio senza dubbio espressivo e geniale. Egli si distinse come uno dei più raffinati, originali e versatili autori di versi del Novecento americano . Nella sua lunghissima vita dopo una infanzia estremamente complessa egli oltre che poeta fu anche  gestore di una delle librerie più famose d’America “City Lights” e pittore che parlava perfettamente francese e che attraversò la storia letteraria e culturale statunitense morendo nientemeno che a 101 anni. 

 Non vorrei straripare di elogi funebri su di lui visto che sul web l’inondazione è già in atto da quasi tre giorni, morì lunedì e in ogni lingua possibile ne hanno scritto, enormemente più di quanto la gente ne sia a conoscenza o addirittura interessata.

 La poesia sta soffrendo da molti anni e forse ai tempi di Ferlinghetti non era così-. Ma cos’era questa famosa Beat Generation e come mai la poesia fu tanto importante in questo ciclone culturale? La Beat Generation fu un movimento culturale di enorme vitalità, la radiografia che mise a fuoco il “lato oscuro dell’America”, quello decadente, malinconico e culturalmente stimolante che poi esplose musicalmente con autori come Dylan, Jim Morrison e i suoi Doors o Lou Reed e a questo proposito la Beat creò l’era hippie circa vent’anni prima.

 Si avete capito bene. Cosa avrebbero fatto i Doors, i Jefferson Airplane, Janis Joplin e perfino Jimi Hendrix senza che gli scatenati Beatniks, nome degli esponenti di questa corrente culturale non creassero la cosiddetta “controcultura americana” la cultura del dissenso e della ribellione? 

Così appena finita la Seconda Guerra Mondiale con una America tutto muscoli, western e patriottismo arrivava dal 1948 in poi una “calata” di scapestrati, ribelli, geni fragili e poeti sgangherati. Non solo il raffinato Ferlinghetti, ma il trasandato e anarchico Allen Ginsberg, suo correligionario di origini ebreo russe e che dire dei più famosi fra loro, i romanzieri Kerouac con il suo dirompente “Sulla strada” che sembra aver spianato il cammino a road movie cult come “Easy Rider” uscito un decennio dopo quando  il suo autore morì a soli 47 anni e William Burroghs trasgressivo e compassato scrittore de “Il pasto nudo” passato alla storia per la sua lucida dissolutezza. 

La Beat fu “il battito” degli anni Sessanta e Settanta, alludeva agli emarginati e agli oppressi come fece Dylan che anche lui si ispirò a questi poeti e scrittori, sobillava i giovani nelle future fughe da casa alla James Dean, alla Dylan alla Jim Morrison e creava quella famosa generazione di figli contro i genitori, contro il sistema e contro tutto a cominciare da loro stessi. Furono anni incandescenti quelli della Beat Generation e la poesia ebbe un ruolo fondamentale. 

La poesia scolpisce le epoche, racchiude i momenti, oscilla dall’ode, all’invettiva, dal poema alla celebrazione, dal racconto epico al viaggio interiore e testi che guidarono la  Beat Generation furono “Immagini di un mondo andato” di Ferlinghetti, piuttosto che “Kaddish” di Ginsberg dedicato allamorte della sua adorata madre Naomi e “L’urlo” manifesto poetico di rara intensità e angoscia sempre dello stesso autore.

 Ecco che la poesia dunque in vari periodi storici ha avuto ruolo di primo piano e conobbe grandi fasti fra gli anni ’60 e gli anni ’80, grazie alle traduzioni della brava Fernanda Pivano che portò in Italia questi incredibili autori e tutto sembrò stranamente affievolirsi già dalla morte di Pasolini e ancora di più con quella di Montale. 

Ricorderei in queste righe che grazie alla poesia ho cominciato a scrivere, che dai 12 anni ai 30 ho praticamente scritto quasi solo poesie, che grazie alla poesia la Beat Generation si è diffusa nel mondo, che sono nati i cantautori, novelli poeti del verso cantato e che ogni componimento compreso i versi luccicanti di Ferlinghetti svela la magia nascosta del mondo. 

Un mondo a cui l’abuso della prosa così come il torpore culturale attuale stanno togliendo colore e sapore trasformando la complessità dell’esistenza, valorizzata più che mai dalla poesia, nella frugale banalità della sopravvivenza.

 I poeti vanno riscoperti, conosciuti e riconosciuti e non bisogna mai scordarne e banalizzarne il contributo e lo spessore. Ricorderò sempre lo straordinario discorso dello scrittore Moravia che al funerale dell’amico Pasolini disse profeticamente “Poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro dentro un secolo. Il poeta dovrebbe essere sacro”.

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