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la disfatta della forza

marzo 17, 2021 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Max Weber definì lo Stato come “monopolio della violenza legittima”. La forza dello Stato moderno si manifesta nel fisco, nell’ordine pubblico, nella giustizia penale e nell’esercito. Per quanto limitate dal diritto, le istituzioni statali non possono rinunciare all’impiego della violenza, necessaria al corretto funzionamento della società e alla tutela degli interessi nazionali.

Al contrario, nel presente, assistiamo, in misura sempre maggiore, a un rifiuto ideologico dell’uso della forza da parte dello Stato. Il diniego opposto, ad esempio, all’impiego della potenza militare all’estero mina la sovranità e la credibilità dell’Italia.

La recente uccisione dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, ha reso evidente come la nostra politica estera sia viziata da una visione umanitaria delle relazioni internazionali.

In uno dei territori più pericolosi e strategici del pianeta, l’Italia era presente con uomo che si occupava di madri e bambini in difficoltà. A seguito della sua uccisione, anche il magistrato che indagava sull’agguato è stato assassinato. In entrambi i casi, lo Stato italiano non ha preso in considerazione una reazione militare contro i terroristi responsabili degli omicidi.

L’Italia ripudia la guerra, come da articolo costituzionale, ma il resto del mondo no. Ha sempre e solo corso il pacifismo dei deboli. Quel diritto dei vinti che piace all’opinione pubblica e ai politici, che possono mascherare la loro incapacità di assumere decisioni forti dietro alla maschera della bontà.

Il bel Paese pullula di veline che desiderano la pace nel mondo e s’illudono che la politica sia un mezzo per curare un “pianeta ferito”.

La classe dirigente italiana agisce alla stregua dei cooperanti, degli operatori umanitari e dei missionari, come testimonia il recente cambio di nome del nostro “Ministero degli Esteri” divenuto, nel frattempo, “Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale”. Per quale ragione rimarcare la “cooperazione internazionale”? La cooperazione è da sempre uno strumento della politica internazionale, ma viene rimarcata per sottolineare il carattere “pacifista” e “umanitario” dello Stato italiano. 

Si tratta delle fantasie utopiche di un paese indebolito, educato al culto della pace a prescindere, della beneficenza mondiale e a una idea di Stato che, invece di essere il depositario della sovranità nazionale e il monopolista della forza, diviene ONG globale per disagiati, miserandi e perseguitati vari.

Il risultato di questo rifiuto ideologico dell’esercizio della sovranità e della potenza, non si traduce in un riconoscimento dell’Italia come faro di civiltà, ma in una sua marginalizzazione politica costante. Un fatto, quest’ultimo, che l’Italia inebetita da decenni di retorica sulla pace e la bontà sembra accogliere con soddisfazione, liberata, finalmente, dal fardello della sovranità e della forza.

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