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Il cinema come arte dell’emozione

marzo 2, 2021 • Paralleli, z in evidenza

Roberto Zadik –

 

Ci sono periodi come questo dove l’importanza del sogno diventa predominante, in cui si riesce a comprendere  in questa tetra routine del Covid 19 dove sembra che tutti i piaceri siano vietati, l’importanza di un’arte apparentemente superflua ma invece necessaria come il cinema.

Ma a cosa servono i film e soprattutto perché una pellicola come “L’ultimo bacio” si rivela più profonda e interessante di quanto potesse sembrare nel lontanissimo 2001 quando essa uscì nelle sale? In questo articolo intendo rispondere a entrambe le domande, almeno provarci.  Non vedo l’ora di poter entrare in un cinema, di camminare nel corridoio dopo aver pagato il biglietto, aspettando la sorpresa di quello schermo misterioso che illumina la sala buia.

Il cinema è “l’arte dell’emozione” capace di coinvolgere i singoli e rappresentare le epoche, di  ipnotizzare e di astrarre ogni anima dal peso del quotidiano col potere dell’immaginazione o dell’immedesimazione nelle vicende di quel lungometraggio, di descrivere vite, personalità, Paesi e contesti storico-sociali. Divisa fra arte dell’intrattenimento, cinema “di massa”  e invece film di riflessione e approfondimento, il cosiddetto “cinema d’autore”, fra azione e introspezione, il cinema si ramifica in vari filoni, generi e categorie.

Sembra impossibile vivere senza cinema, un mondo senza spettacolo manca di quello specchio in cui riflettersi o disperdersi, di quei “paradisi artificiali” citando il grande poeta parigino Baudelaire per dimenticare gli inferni o i deserti reali. Ebbene pellicole come “L’ultimo bacio” firmata dal bravo regista romano Gabriele Muccino nel 2001 e pluripremiata non solo nazionalmente ma in Europa ormai vent’anni fa secchi, riescono perfettamente a farci comprendere la magica capacità del cinema di essere “supplente della realtà” e recipiente delle lacrime e dei tormenti della mia stanca e difficile generazione di ormai quarantenni. Significati e caratteristiche de “L’Ultimo bacio” perché è così efficace e realistico?

Ricordo quando vent’enne svogliato e festaiolo studente di Giurisprudenza mi recai al cinema a vederlo. In quel film c’era tutto il fermento di quei primi anni duemila. L’avvento dei cellulari, con cui si scoprirono fragilità e infedeltà dei protagonisti, il divario genitori-figli e la differenza delle loro crisi di coppia, la spensieratezza post anni Novanta ma già nuvolosa e ignara dei disastri come 11 settembre, che sarebbe accaduto sei mesi dopo, il divario fra i “maturi anzitempo” e i “bambini a vita” così presente sempre ma in particolare nella mia generazione e nelle successive e cantautrici come la carismatica Carmen Consoli che all’epoca era all’apice della sua carriera.

Il film si caratterizza per tutti questi aspetti cronologici e concettuali e per una descrizione lucida e tagliente dei protagonisti e della fragilità dei sentimenti umani anche se diversi elementi potevano essere migliori,qualche parentesi retorica e banale, comunque il film è davvero ben riuscito. Tanti sono i temi psicologici e esistenziali del film.  Primo fra tutti la difficoltà a crescere di un gruppo di trentenni e poi la domanda è se maturare non significhi in parte spegnersi, reprimersi e invecchiare emotivamente, poi la complessità e l’instabilità dei rapporti uomo-donna e una confusa ricerca della felicità che nessuno dei protagonisti, come spesso accade anche nella vita, riesce davvero a trovare.

La regia si mostra solida e partecipe senza invadere la trama e la squadra di attori abbastanza affiatata anche se come sempre c’è chi spicca e chi sprofonda.  Un discreto Stefano Accorsi, una bravissima Giovanna Mezzogiorno, notevole l’interpretazione dell’amico “finto alternativo” Marco Cocci e una efficace Martina Stella mentre invece decisamente poco espressivi Pasotti e Favino che emergeranno maggiormente in altri lavori.

La trama si concentra su due piani: la crisi dei sessantenni, i genitori di Giulia (la Mezzogiorno) con una brava Stefania Sandrelli e quella invece dei trentenni fragili e senza molta personalità, nel film mancano personaggi profondi così come non si riflette sulla piaga della solitudine invece ma si parla solo di coppie. Molto sincero e vitale “L’ultimo bacio” esplora il tema dell’infedeltà come mai prima era stato fatto, così come dei rapporti tormentati come quello fra Paolo ( un efficace Claudio Santamaria)  e Arianna ( Regina Orioli ) o di Adriano (Giorgio Pasotti) e Livia (Sabrina Impacciatore).

Una galleria di personaggi che però si concentra forse un po’ troppo sui due principali Carlo e Giulia e sulla sfida fra la solidità della famiglia, infatti la sua compagna sta aspettando un figlio e la spericolata ricerca di emozioni proibite, il tradimento di lui con una giovane e maliziosa Francesca, interpretata in modo credibile da Martina Stella. Ricordo ancora quelle scene emozionanti e la capacità introspettiva di Muccino di rappresentare con delicatezza e al tempo stesso forza espressiva scene molto complesse, come il “matrimonio fatale” dove Carlo incontra Francesca e la scoperta del tradimento da parte della sua compagna Giulia, incinta del loro futuro primogenito. 

Il dissidio fra obbiettivi e stati d’animo, fra ricerca di piacere e invece stabilizzazione e sicurezza, sognate da molti  in questi anni di crisi e di Covid, il tempo che passa inesorabilmente senza che chi lo vive riesca davvero a cambiare, la fragilità umana quando ci si confronta fra ciò che si vorrebbe e quello che accade. L’ultimo bacio racchiude tutto questo perché il cinema contiene in vari casi le sfumature più remote e indecifrabili di quello che viviamo. Per questo è indispensabile eppure sottovalutato da troppa gente. 

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