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I misfatti della Cancel Culture

febbraio 14, 2021 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

La settimana appena trascorsa ha visto cadere dall’Olimpo dei classici un altro maschio bianco. Si tratta di Geoffrey Chaucer, il Boccaccio di lingua inglese, l’autore de I racconti di Canterbury. Il critico letterario Harold Bloom lo inserì nel suo Western Canon, perché Chaucer è un autore fondamentale non solo per la letteratura anglosassone, ma per tutta la civiltà occidentale.

L’Università di Leicester, in Inghilterra, ha deciso di rimuovere dai corsi di letteratura medievale il padre delle lettere inglesi, per sostituirlo con insegnamenti relativi a “genere”, “razza” e “diversità”. Stessa sorte è toccata anche al poema epico Beowulf. La sopra citata Università promuove da tempo un piano di “decolonizzazione” degli studi, che prevede la rimozione degli autori e delle opere ritenute “troppo bianche”. 

Il programma di smantellamento della cultura occidentale è condotto da  Corinne Fowler, docente di letteratura postcoloniale all’Università di Leicester. A settembre, sul sito “Colonial Countryside” – un progetto che si propone di ispirare una generazione di giovani sostenitori della storia dei neri britannici – ha pubblicato una lista, ispirata a Black Lives Matter, di novantatre proprietà del National Trust, inclusa la casa del leader britannico Sir Winston Churchill, aventi legami con il colonialismo e la schiavitù.

L’Università, però, precisa che si tratta di una decisione ispirata dalla richieste dei suoi studenti: “Vogliamo offrire corsi che corrispondano agli interessi e agli entusiasmi dei nostri studenti, che si riflettono nelle loro scelte e nel feedback che abbiamo ricevuto”. Al momento, gli “interessi e gli entusiasmi” degli studenti sono dominati da un’ossessione per le dinamiche di potere razziale e sessuale, dunque Chaucer non è più rilevante e viene, immediatamente, bandito.

Stiamo assistendo a una nuova ondata neomarxista contro le accademie e la cultura. Il primo assalto all’istruzione universitaria avvenne negli anni Sessanta e con le medesime parole d’ordine degli attuali studenti: uguaglianza, relativismo, multiculturalismo. Il filosofo Allan Bloom, nel suo celebre libro La chiusura della mente americana, così stigmatizzò quel periodo:

“Negli anni Sessanta l’università americana stava vivendo la stessa distruzione della struttura della ricerca razionale che l’università tedesca aveva sperimentato negli anni Trenta. Non credendo più alla propria vocazione superiore, entrambe si arresero a una popolazione studentesca estremamente ideologizzata. E il contenuto dell’ideologia era lo stesso – impegno nei valori. L’università aveva abbandonato ogni pretesa di studiare o informare sul valore – indebolendo il significato del suo insegnamento, lasciando la decisione sui valori al popolo, lo Zeitgeist, l’attuale. A Norimberga o a Woodstock, il principio era lo stesso”.

Chaucer e il poema epico Beowulf sono solo le ultime e illustri vittime della nuova offensiva progressista. Altre università hanno rimosso Omero, Aristotele, Shakespeare, Milton, Donne, Marlowe, Malory. Le accuse sono sempre le stesse: sono troppo bianchi, troppo patriarcali, troppo discriminatori per gli standard morali dei militanti antirazzisti e delle femministe.

La dottoressa Christine Rauer, docente all’Università di St. Andrews, ha affermato che il nuovo potrebbe coesistere con il vecchio: “È difficile capire perché razza, etnia, sessualità e diversità non possano essere insegnate insieme a Beowulf e Chaucer”. Il problema è che non vengono insegnati insieme a queste opere classiche, ma le stanno sostituendo perché condannate come “immorali” e “razziste”.

La mafia culturale-progressista prende di mira gli autori bianchi poiché rappresenterebbero gli oppressori colonialisti e gli sfruttatori di minoranze “emarginate” nella cultura occidentale. Il loro furore anticolonialista colpisce anche autori nati secoli e millenni prima del colonialismo. I programmi “antirazzisti” sono esplicitamente anti-bianchi e metastatizzano come un tumore in tutte le istituzioni culturali occidentali. 

Uno dei problemi, forse il più grande, come aveva sottolineato Allan Bloom, è che troppe accademie hanno abbandonato la loro missione di aprire la mente degli studenti ed esporla al meglio di una civiltà fondata sulla ricerca del Vero, del Buono e del Bello. Invece, vedono gli studenti come consumatori di un servizio a pagamento e perciò ne soddisfano il capriccio rivoluzionario. Come aveva notato, ancora una volta, Bloom, l’apertura mentale che doveva seguire l’abbattimento delle barriere tra accademia e società, si è trasformata in chiusura ai fatti, alle differenze, alla cultura stessa. Sapere che si trova, sempre più, rimpiazzato da rivendicazioni razziali o sessuali.

Alle radice di questa tendenza, che potremmo definire anti-intellettualistica, si colloca il movimento progressista filiato da quello del Sessantotto. In tutte le scuole occidentali, di qualsiasi grado e ordine, gli attivisti della sinistra sono decisi a disconnettere gli studenti dalla loro storia e dalla straordinaria eredità intellettuale e artistica della loro civiltà. Il loro obiettivo è quello di modellare generazioni di militanti per la giustizia sociale. Fare tabula rasa della coscienza storica e delle radici culturali, così come della capacità di pensare in modo critico e di rifiutare la mentalità di massa, è sempre stato l’obiettivo dei totalitarismi di destra e di sinistra.

Preservare la libertà accademica e la tradizione culturale occidentale è necessario per tutelare la democrazia liberale. E dovremmo essere proprio noi europei a resistere alla barbarie mascherata da “Progresso”, perché come ricordava George Steiner: “solo in Europa abbiamo i requisiti culturali necessari, quel senso di tragica vulnerabilità della condition humaine, per fornirgli una base. Solo tra i cittadini di Atene e Gerusalemme, spesso così stanchi, divisi, confusi è possibile ritrovare la fiducia che non valga la pena di vivere una vita non esaminata”.

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