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Jim Morrison a 30 da “The Doors”

febbraio 10, 2021 • Paralleli, z in evidenza

L’urlo del fragile sciamano del rock, chi era davvero Jim Morrison? Riflessioni a mezzo secolo dalla sua morte, dall’LP “La Woman” e a 30 anni dal film “The Doors”

Roberto Zadik –

Ancora oggi non si sa se sia stata più sconvolgente la morte o la vita breve e estremamente viziosa e tormentata del leggendario cantante e intrattenitore nato in Florida, l’8 dicembre 1943, da famiglia di origini irlandesi, James Douglas Morrison noto al mondo col nomignolo di “Jim” leader della band californiana dei Doors.

Quintali di pagine sono state scritte in sua memoria, documentari come il mediocre “When You re strange” e il controverso e coinvolgente film “The Doors” uscito 30 anni fa nel marzo 1991 sono stati dedicati a questa star cupa e carismatica, così brillante nella sua tragicità e vissuto solamente 27 anni.

Eppure chi era davvero questo ragazzo così talentuoso, dicono anche spiritoso e abile conversatore quando era sobrio, ma capace di trasformarsi in un “demone coi pantaloni di pelle” quando esagerava con alcol e droghe? Un personaggio senza dubbio affascinante ma sfuggente anche in quella confusissima morte, il 3 luglio del 1971 in un anonimo appartamento parigino dove viveva assieme alla sua inseparabile compagna Pamela Courson morta solo 3 anni dopo per overdose anche lei alla stessa età.

Esistono varie versioni della sua morte, dalla cirrosi esplosa in quella vasca da bagno del film “The Doors” a oscuri complotti dei servizi segreti, a uno squallido collasso nel bar di un malfamato locale parigino e ci fu addirittura chi sostenne che nel 1980 era ancora vivo come il giornalista francese Jacques Rochard. La verità non si saprà mai come nel tipico spirito macabro morboso tipico degli anni ’70 che avvolse anche le scomparse di altri big da Elvis, a Jimi Hendrix a Bruce Lee.

Figlio discolo di un rigido e autoritario ufficiale della Marina Militare Americana, George Morrison, commovente la sua intervista dove con apparente distacco ricorda il figlio “era un giovane pieno di talento”, Morrison non pensava minimamente alla musica anche se ne era avido ascoltatore, da Elvis a Frank Sinatra ai Beach Boys ed era concentrato sulla poesia, adorava Rimbaud e sul cinema d’autore europeo, da Truffaut, a Bergman a Goddard. Giovane obeso, timido e insicuro ma estremamente irrequieto e ribelle, abile disegnatore di caricature e caratterizzato notevoli sbalzi d’umore e dotato di una immaginazione straordinaria, spiazzò professori e compagni con le sue intemperanze a volte divertenti altre volte indisponenti, riusciva ad eccellere negli studi nonostante la sua condotta discutibile facendo disperare i suoi nonni e i suoi genitori, compresi i due fratelli che molto tranquilli e posati non capivano le stravaganze del fratello maggiore che costellarono anche la sua carriera con i Doors provocando vari arresti da parte della polizia. Dopo il suo diploma in Cinema Morrison non sapeva che fare e sogni di gloria confusi balenavano nella sua mente. 

Dal 1966 al 1968, inizia il mito dei Doors

Stravolto da consumo compulsivo di allucinogeni, Lsd, in quantità la sua immagine si trasformò così come la sua personalità. Vistosamente dimagrito, a causa i vari digiuni dimenticandosi di mangiare in preda alle allucinazioni, il suo aspetto divenne quella di un bel ragazzo slanciato e capellone, il sex symbol aggressivo e intellettuale dei primi tre album della band. 

La musica e la poesia lo stavano travolgendo come disse in una sua intervista era come “se avesse un intero concerto nella sua mente” e dopo l’incontro casuale ma decisivo col futuro tastierista della band Ray Manzarek di origini polacche e suo grande amico naquero i Doors. Da quel 1966 al 1971 gli ultimi cinque anni della sua vita furono una turbinosa giostra fra eccesso e successo, esaltazione e depressione, apici creativi come gli album “The Doors” con l’immortale “Light My Fire” scritta dal chitarrista ebreo di origine tedesca Robbie Krieger autore di altri successi della band come “Love me two times” dello splendido secondo album Strange Days, “Touch me” o “Love her Madly”.

A contribuire all’improvviso successo oltre alla sua “nuova bellezza fisica” e al suo fascino, caratteriale in un misto di aggressività animalesca e cerebralità colta e raffinata mostrata in varie avvincenti interviste,   la struttura musicale che si celava dietro il carisma trascinante del “Re Lucertola” Morrison così veniva soprannominato per la pelle dei suoi pantaloni e quel fascino misterioso e imprevedibile che lo caratterizzò. Infatti i tre Doors erano super musicisti colti e brillanti, dal tastierista e esperto di cinema Manzarek che era una sorta di “fratello maggiore per Jim” al chitarrista preciso e estroso Krieger che sotto l’aria assonnata nascondeva una mente lucida e attenta e soprattutto il bravissimo batterista John Densmore che non sopportava molto Morrison ma che curiosamente divenne uno dei suoi principali biografi dopo la  morte.

Un misto di rock americano, di sonorità visionarie e psichedeliche e di ritmi latini caldi e intensi venati di jazz e soprattutto di blues caratterizzava il sound originale e emozionante dei Doors. Dal 1969 avvenne una grande trasformazione, sempre più aspirante regista e sempre meno interessato alla musica dopo un estenuante tour nel 1968 e i trionfali concerti all’Hollywood Bowl di Los Angeles e al live alla Roundhouse di Londra, Jim era molto stanco e la sua anima inquieta esigeva nuovi stimoli. Così si appassionò di teatro sperimentale e proprio come la compagnia dei Living Theatre, nel disastroso live a Miami, il primo marzo 1969 arrivò a scatenare un delirio di massa. 

La fine dei Doors e la trasformazione in un barbuto intellettuale blues

Non si sa bene cosa accadde in quella terribile sera, ma la giustizia americana lo accusò spietatamente di vari gravi capi di imputazione, dalla nudità in pubblico all’istigazione alla rivolta e cominciò il suo lento e logorante declino. Stremato da un lungo processo, con barba e capelli lunghi e pancione da ubriacone, Morrison manteneva la sua verve intellettuale ma la sua voce un tempo molto suadente e splendida era diventata rauca e baritonale. Così decise assieme agli altri membri della band di riscoprire un sound decisamente blues e essenziale, abbandonando psichedelie e visionarietà per darsi a brani secchi e decisamente azzeccati. E’ il caso degli ultimi due album, Morrison Hotel con hit come “Rodhouse Blues” e “You make me real” e soprattutto LA Woman.

E’ tempo di addii, ormai è stata emessa una condanna ai lavori forzati a suo carico, la morte per un ribelle in rotta con la famiglia e col mondo e ora ridotto a una sorta di fantasma di sé stesso. E’ cambiato il decennio, l’era hippie è finita e icone come Jimi Hendrix e la Joplin sono morte, a questo punto decide di scrivere quello che diventerà il suo testamento. Prima la raccolta di poesie “An American Prayer” uscita in un album un po’ moscio nel 1978 nonostante la bellezza dei testi registrati la sera del suo ultimo 27esimo compleanno, l’8 dicembre 1970, pochi giorni prima di due suoi pessimi concerti, l’epilogo il 12 dicembre a Dallas dove si siede sul palco dichiarando la sua sconfitta e poi soprattutto con “LA Woman” disco che doveva segnare il ritorno ma che invece fu il testamento di Morrison e l’addio alla sua Los Angeles e ai Doors.

Molto poco si sa della sua ultima parte parigina. Ormai consumato dai suoi vizi, alcolizzato cronico, rasato ma col volto gonfio assieme alla sua Pamela sognando di essere al fianco dei suoi adorati Baudelaire, Rimbaud e Oscar Wilde muore improvvisamente in quella ultima “Notte americana” citando la raccolta dei suoi versi scritti in quei mesi. E ironia della sorte viene sepolto al Pere Lachaise, in mezzo ai suoi miti, in un luogo in cui 10 anni fa mi sono recato e che concentra una straordinaria serie di geni, da Chopin a Balzac ma che ormai giace in una zona estremamente malfamata della capitale francese. Con la sua fine si conclude il sogno romantico di uno straordinario ragazzo che voleva cambiare il mondo ma che è stato travolto da sé stesso. 

Il film The Doors: Trent’anni fa usciva questo strano film. Diretto dal bravo Oliver Silverstein noto come Stone, di padre ebreo newyorchese e madre francese, ex soldato in Vietnam come descrisse nel suo bellissimo “Platoon”, con questa pellicola egli si cimentò nella musica. Le recensioni oscillarono fra entusiasmo, splendida la parte visionaria e l’affresco hippie allucinato di quell’epoca anche se ci furono vive proteste da parte dei membri della band per come un bravissimo Val Kilmer e Stone hanno descritto il loro amico Morrison. Molto caricaturale e a tratti esagerato se non inventato in alcune scene, il ritratto di Morrison è davvero sopra le righe, diverse scene volgari e sconclusionate potevano essere levate e la descrizione degli altri membri o del contesto famigliare di Morrison è inesistente così come un approfondimento maggiore sul suo lato cinematografico e sulle sue passioni poetiche e culturali davvero precoci per un ventenne.

Comunque resta un film notevole per la sua forza espressiva, per l’ottima interpretazione di Meg Ryan nella parte non facile di Pam Courson e di Kyle McLachlan star della serie tv di Twin Peaks nei panni di Manzarek e le ricostruzioni del concerto di Miami e di alcuni momenti decisamente drammatici della vita di Morrison resta molto emozionante e coinvolgente. A trent’anni di distanza è una pellicola di grande freschezza e vitalità e poi nonostante le esagerazioni, Jim fu un personaggio davvero molto eccessivo e la sua fine lo dimostra anche senza bisogno di questo film.

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