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Il Caronte dei vivi

gennaio 31, 2021 • Paralleli, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

Aveva cinquantasette anni, WG Sebald, quando morì per un attacco di cuore. Da anni viveva e insegnava letteratura tedesca in Inghilterra, e solo da poco tempo era stato riconosciuto il suo enorme contributo alla letteratura.

I libri che avrebbe ancora potuto scrivere sono controbilanciati da quelli che ha scritto. Quattro prose – “Vertigini”, “Gli emigrati”, “Gli anelli di Saturno” e “Austerlitz” – di rara bellezza.

I suoi romanzi si combinano memorie personali e collettive, racconto di viaggio, diario intimo, narrazione storiografica e romanzesca. Lo psicoanalista Adam Phillips si è spinto ad affermare che: “Sebald è più simile a un nuovo tipo di storico che a un nuovo tipo di romanziere”. Dichiarazione iperbolica, indubbiamente, ma indicativa della refrattarietà dell’opera “sebaldiana” a ogni classificazione e canonizzazione.

I suoi libri fluttuano in un limbo instabile. Al confine tra sogno e realtà, questa capacità di lambire due mondi, questa inquietante ambivalenza, si rispecchia nei flussi proteiformi della sua prosa. Spesso ciò che è sulla pagina, racchiuso nelle frasi, trasmette l’impressione di essere solo l’ombra di una realtà ulteriore adombrata tra le linee nere del testo.

Nei suoi scritti frusciano gli spettri. Non solo quelli del recente passato europeo, ma di tutta la storia umana. Sebald sembra possedere il dono di poter guardare nella realtà presente e in quella dell’aldilà, delle forme ectoplasmatiche del passato, distinguendo, però, solo tremolanti epifanie. Nelle sue riflessioni sul promeneur solitaire Robert Walser, scrive:

“Da allora ho a poco a poco imparato a comprendere come ogni cosa sia legata all’altra al di là del tempo e dello spazio: la vita dello scrittore prussiano Kleist e quella di un prosatore svizzero […] le passeggiate di Walser e le mie escursioni, le date di nascita e quelle di morte, la felicità e l’infelicità, la storia della natura e la storia della nostra industria, quella della terra natale e quella dell’esilio. Su tutte le strade che ho percorso, Walser mi è sempre stato accanto”.

La percezione di una compenetrazione costante tra passato e presente, del collimare e del comunicare di ciò che vive e di ciò che è trapassato, si ripresenta anche nelle pagine finali di “Austerlitz”:

“E non potremmo immaginare, proseguì Austerlitz, di avere appuntamenti anche nel passato, in ciò che è già avvenuto e in gran parte è scomparso e di cercare proprio nel passato luoghi, persone, che quasi al di là del tempo, hanno con noi un rapporto?”.

Le riflessioni dell’autore sul tempo ricordano un passo del filosofo Walter Benjamin, che nel saggio intitolato “Sul concetto di storia” scrive:

“il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? Le donne che corteggiamo non hanno delle sorelle da loro non più conosciute? Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come a ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto”.

Sebald è lo psicopompo dei vivi, i suoi capolavori fanno parlare le tombe, le architetture in via di disfacimento e le fotografie. Accompagna il lettore in una passeggiata sulle rive tenebrose dell’Acheronte. 

Lo sguardo del romanziere sulle tragedie della storia, soprattutto sulla Shoah, è obliquo. La storia è una Gorgone che, se osservata direttamente, può pietrificare il lettore nel sentimentalismo. Sebald evoca i più laceranti passati con delicatezza e usando come medium dei documenti di eccezionale quotidianità. I fantasmi della storia si materializzano sulla carta come durante un esercizio di psicografia. Si consideri il seguente brano tratto da “Gli anelli di Saturno”:

“Pagina dopo pagina sfilano le fotografie provenienti dalla Serbia, dalla Bosnia e dall’Albania, istantanee di gruppi dispersi della popolazione o di singoli individui che cercano di fuggire dal cosiddetto teatro di guerra su carri trainati dai buoi nella calura estiva, lungo polverose strade provinciali, oppure a piedi in mezzo a cumuli di neve trasportata dal vento, e con un cavallino ormai prossimo a stramazzare”.

La scrittura di Sebald assomiglia a un antico proiettore, a una macchina dei primordi del cinema. Le ventole interne si mettono in moto e sullo schermo prendono ad agitarsi figure in bianco e nero. La sua prosa è sinuosa, subacquea, ovattata. Ipnotizza il lettore più di un pendolo. Si tratta di un mesmerismo letterario.

Il letterato tedesco non è solo un malinconico flâneur dello spazio e del tempo, ma un brillante e cupo umorista. La sua ironia si annida in numerosi passi. Ancora ne “Gli anelli di Saturno”, l’autore decide di trascorrere la notte a Lowestoft, una città costiera del Suffolk, che un tempo era una prospera località di villeggiatura e ora è povera e squallida. Alloggia in un orrendo hotel. È l’unico commensale nell’enorme sala da pranzo, e gli viene portata una cena così descritta:

“un pesce, che per anni doveva esser rimasto sepolto nel congelatore e contro la cui corazza impanata, e a tratti bruciacchiata sulla friggitrice, i rebbi della mia forchetta si storsero. In effetti mi costò una tale fatica penetrare nell’interno di quell’entità la quale, come risultò alla fine, non era fatta d’altro se non del duro rivestimento, che al termine dell’operazione il mio piatto offriva uno spettacolo spaventoso. La salsa tartara, che avevo dovuto spremere da una bustina di plastica, aveva assunto un’orribile tinta grigiastra per la mescolanza con il pan grattato color fuliggine, mentre il pesce, o ciò che doveva rappresentarlo, giaceva mezzo distrutto sotto i piselli inglesi verde prato e l’avanzo delle patatine fritte, luccicanti di unto”.

L’arcano della comicità “sebaldiana” risiede in un esagerazione scrupolosa e grottesca del reale, narrata con un ritmo placido. Come quando descrive una coppia colta in un rapporto sessuale: 

“Informi, simili a un grosso mollusco gettato sulla spiaggia, se ne stavano lì distesi, apparentemente un unico corpo, un mostro marino bicefalo e dai molti arti, risalito dai lontani abissi, ultimo esemplare di una specie aberrante, la quale – le froge che esalano raso terra il respiro – va incontro alla sua fine in una nuvola di vapore”.

Ne “Gli emigrati”, Sebald colleziona con amorevole stupore eccentriche diavolerie britanniche. In un passo, il narratore e sua moglie cenano a casa del dottor Henry Selwyn. Il cibo, ancora una volta al centro delle bislaccherie dell’autore, giunge nella sala da pranzo spinto su: 

“un carrello di servizio per tenere in caldo le vivande, sorta di marchingegno brevettato negli anni Trenta […] Il piatto forte era costituito da germogli di broccoli al burro con contorno di patate novelle messe a bollire con qualche fogliolina di menta piperita”.

È quantomeno curioso che il “piatto forte” siano delle patate bollite. Più avanti nel libro, Sebald racconta la mesta vicenda che lo indusse a lasciare la Germania per l’Inghilterra. Nella camera da letto della sua pensione, si imbatte in un bizzarro congegno:

“un apparecchio elettrico di un genere che non avevo mai visto prima. Era, mi spiegò, una cosiddetta teas-maid, nel contempo sveglia e bollitore per il tè. Il dispositivo di luccicante acciaio inossidabile, montato su uno zoccolo di lamiera color avorio, assomigliava, quando si faceva bollire l’acqua e ne usciva il vapore, a una centrale elettrica in miniatura”.

Sebald inserisce note kafkiane e descrizioni intrise di humor, in opere gravate da una pesante cappa di malinconia. Transita dalla disperazione al limite della crisi di nervi a qualcosa che si avvicina a una ilarità venata di stupore. Ma questa ciclotimia della prosa non è l’unico modo attraverso cui l’autore si fa beffe del lettore. Le nebbiose fotografie che accompagnano, senza illustrare, il racconto sono gravide di mistero.

Sul frontespizio di “Austerlitz”, storia di un uomo ebreo inviato in Inghilterra attraverso la Kindertransporte nel 1939, che ha smarrito la memoria di sé, appare la foto di un bambino vestito da paggetto. Nel corso delle lettura apprendiamo che il bambino è Jacques Austerlitz da piccolo, ma il protagonista è solo una creazione delle mente di Sebald. Dunque, chi è il fanciullo della foto? Non lo sapremo mai.

Sebald, presumibilmente, si è imbattuto nella fotografia in un negozio di antiquariato, uno dei tanti in cui si divertiva a rinvenire la tracce del tempo. “Austerlitz” è concepito alla stregua di un memoriale, le fotografie sembrano il suggello della realtà della storia ma, in realtà, sanciscono la sua inaffidabilità. Ancora una volta, fatti e fantasia si incastrano in una composizione tanto verosimile quanto fantasmagorica. Curiosamente, nemmeno il protagonista del libro si riconosce nella foto, come se sospettasse di essere irreale:

“Da allora ho sottoposto molte volte a un attento esame la fotografia, il terreno brullo e piatto in cui mi trovavo, senza riuscire a immaginare dove fosse, la zona scura, indistinta […] ho sottoposto ad analisi ciascun dettaglio con la lente d’ingrandimento, ma senza riuscire a trovare il minimo riscontro. E ogni volta mi sentivo scandagliato dallo sguardo indagatore del paggio, il quale era venuto a reclamare la sua parte e ora, alle prime luci del giorno, lì sul campo vuoto, aspettava che io raccogliessi il guanto e allontanassi la sciagura incombente su di lui”.

C’è una sottile a celata ironia romantica in questo brano. Sebald è un Proust cupo, con uno sguardo maturo tenuto fisso sul misterioso e l’inesplicabile. Entrambi invischiati negli occulti meccanismi del ritrovamento del tempo, della memoria involontaria e di quella implacabile legge delle intermittences du cœur. In un mondo che si sbriciola, tentano di strappare all’oblio istanti di tempo eterni incarnati, come spiriti di defunti, in improbabili oggetti. 

La riesumazione del passato avviene, in Sebald, con la medesima grazia che ritroviamo in Proust. Con la delicatezza di una siepe di biancospino in fiore.

Sono innumerevoli le corrispondenze tra i due autori. L’interesse per Tiepolo, ad esempio. Il pittore veneziano è richiamato tre volte nell’opera di Proust e rintocca una sola volta, ma memorabilmente, in quella di Sebald:

“Stranamente, osservò Ferber, quel pomeriggio trascorso a Würzburg con zio Leo mi tornò alla memoria solo pochi mesi fa allorché, sfogliando un volume illustrato di recente pubblicazione sull’opera di Tiepolo, non riuscii più a staccare lo sguardo dalle riproduzioni del monumentale affresco di Würzburg, dalle bellezze di incarnato chiaro o bruno che vi erano raffigurate, dal moro in ginocchio con il parasole e dalla meravigliosa amazzone con un casco di piume in testa”.

Un pittore ricolmo di una “felicità piena di lati oscuri” – per usare la definizione di Roberto Calasso – e i cui dipinti sembrano provenire dalla lande del ricordo e dalle terre della fantasia.

Leggere Sebald è come rivoltare una clessidra. La sabbia scivola silenziosa da un recipiente conico all’altro, da una pagina all’altra, mentre Tempo – la divinità greca prediletta da Tiepolo – soffia sbuffi di luce attraverso il vetro, accendendo la sabbia di un ocra dorato o rutilante.

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