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La prosa di Oscar Wilde che risplende inalterata

dicembre 26, 2020 • Paralleli, z in evidenza

di Roberto Zadik –

La sua personalità carismatica e spigolosa e quel fascino lucidamente dissacrante caratterizzarono la figura fascinosa e audace del drammaturgo, poeta e scrittore irlandese Oscar Wilde in una vita breve ed estremamente intensa finita a soli 46 anni, il 30 novembre del 1900.

Sono passati 120 anni e la spietata brillantezza della sua prosa risplende inalterata. I suoi memorabili Aforismi, fra i più belli mai scritti fino ad ora, catturano subito l’attenzione e restano impressi nella mente dei lettori, così come romanzi come “Il ritratto di Dorian Gray” che coltiva nella sua trama accattivante profonde considerazioni estetiche e filosofiche dove la bellezza fisica del protagonista viene dilaniata dalla bassezza della sua anima e quelle fiabe dal Fantasma di Canterville, al Principe Felice che rivelano la delicata sensibilità di Wilde nascosta dall’apparente sfrontatezza.

Quel 30 novembre il mondo ha perso un genio nel vero senso del termine in un triste esempio di come le fragilità del carattere possano distruggere le persone migliori. La sua vita iniziò come una sfavillante commedia in costume trasformandosi in un inesorabile baratro discendente.

Nato da una famiglia aristocratica irlandese ma “inglesizzata” il 16 ottobre 1854 in una casa di alta estrazione culturale, con un padre medico e  una madre vivace ma molto eccentrica, Oscar sembrava un vincente e lo è stato sicuramente a livello letterario imponendosi non solo come scrittore, ma anche come poeta, critico d’arte, drammaturgo e commediografo, intellettuale di altissimo livello.

Poliglotta e dandy, ma anche sfrontato e coraggioso, intimamente fragile e esteriormente delicato ed elegante e al tempo stesso cinico e pungente. Lo scrittore fin da adolescente rivelava un temperamento magnetico capace di spiazzare e stupire chiunque incontrasse, amato e odiato sempre.

Wilde incantò le folle, divertite e sconvolte dal suo modo di essere e di porsi, dai professori del prestigioso Trinity College fino ai docenti dell‘Università di Oxford, per arrivare ai salotti inglesi di quella Londra dominata dalla mentalità bacchettona e moralista dell’establishment della Regina Vittoria della quale egli divenne “incubo”, personaggio estremamente scomodo per una certa morale britannica di metà ottocento così composta e compassata.

Egli a suo modo più che un semplice letterato è stato una “rockstar ante-litteram” molto simile per certi versi ad altre figure di poeti decadenti da Rimbaud, a Baudelaire, allo scrittore americano Edgar Allan Poe, ma con una lucidità e una critica sociale estremamente più raffinata e corrosiva. Oscillando fra sobrietà ed eccesso, fra desiderio di normalità e stravaganze varie, egli cercò di “borghesizzarsi” di metter su famiglia sposando una donna estremamente forte e anticonformista come lui Costance Lloyd scrittrice battagliera e femminista, dalla quale ebbe due figli, Cyril e Vyvyan, ai quali sembra fosse assai legato rivelandosi padre devoto e premuroso.

Avrebbe potuto vivere felice, smentendo lo stereotipo assai banale, di “genio e sregolatezza” e vivendo tranquillamente come molti grandi ingegni, da Bach, a Manzoni che furono geniali ma per niente viziosi o eccessivi. Invece la sua oscura tendenza al flirt e all’incoscienza lo fece precipitare e negli ultimi dieci anni della sua vita tutto sembrò diventare sempre più irreparabile.

Implacabile critico della società inglese del suo tempo, capace si di attirare appoggi e applausi che rivalità e polemiche con la forza inesauribile della sua parola dissacrante, firmò drammi come “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, “Il ventaglio di Lady Windemere” e soprattutto “La Salomè” che venne interpretato da un talento eccezionale come l’attrice Sarah Bernhardt. E dopo i successi arrivarono i problemi per Wilde che era diventato una celebrità nazionale, un fenomeno di cui tutti parlavano e sparlavano, pieno di ammiratori ma anche di nemici anche molto influenti.

L’incontro che ne decise la fine fu quello con un certo Lord Alfred Douglas, viziato giovinastro con velleità poetiche e intellettuali figlio nientemeno che del Marchese di Queensberry. I due iniziarono dal 1893 una relazione che provocò un cataclisma nella vita dell’acclamato scrittore. Infatti il matrimonio con la moglie si corrose fino a dissolversi e la donna morì a soli 39 anni, probabilmente debilitata anche dallo scandalo in cui finì il marito.

Emerso sotto gli occhi impietosi di quella società estremamente perbenista e ipocrita, bersaglio delle migliori opere wildiane, quel rapporto fra il 40enne Wilde e il 20enne  Bosie come lo soprannominava nella bellissima lettera “De profundis” a lui rivolta sprofondò in un ciclone derivato da uno scontro durissimo fra lo scrittore e il padre del ragazzo, il Marchese di Queensberry.

Alla fine dopo un travagliato processo, il drammaturgo finì in carcere. Due anni di prigione durissimi che sfiancarono quel delicato dandy salottiero, ne debilitarono il fisico e la mente, spinsero la coppia a separarsi, nonostante sembra che coi figli egli fosse stato padre amorevole e segnarono la conclusione della carriera folgorante di Wilde. Gli ultimi anni furono decisamente patetici.

Un tempo raffinato dandy, vestito con abiti pregiati ora era ridotto in condizioni critiche, ciondolando in varie città senza soldi, riscoprendo la religione, dopo la scarcerazione e morendo a Parigi sepolto al Pere LaChaise nel cimitero dei grandi, da Camus, a Rossini, a Chopin alla rockstar Jim Morrison.

Il suo fidanzato voltò la faccia anche al suo ricordo, nonostante un riavvicinamento negli ultimi tempi e  si sposò con una ricca ereditiera, diventando successivamente razzista, antisemita e intriso di bigottismo.

Di quelle idee che Oscar Wilde combattè per tutta la sua breve vita. Una fine tragica e estremamente squallida che sottolinea la sofferenza dei talenti e la sconfortante ingenuità dei geni, di ingegni come Wilde che con la forza, la lucidità, la classe che lo caratterizzarono si rivela di sconvolgente modernità ancora oggi, nella sfida della sensibilità e della creatività contro il perbenismo, l’ipocrisia e il moralismo di ieri e di oggi. 

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