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Il Mossad non è la Spectre

dicembre 12, 2020 • Agorà, z in evidenza

 

di Mario Frascione –

Scrivere di Israele non è mai stato facile e il panorama del giornalismo italiano, salvo poche eccezioni, non brilla quando si confronta con la materia.

Ci sono sostanzialmente due grandi problemi che generano la cattiva informazione in proposito.

Da un lato c’è purtroppo un diffuso atteggiamento ideologico antisionista, che vede lo stato ebraico come espressione di una volontà prevaricatrice nella regione mediorientale a danno delle popolazioni arabe. E’ un atteggiamento che deriva dal grande filone dell’antisemitismo di sinistra, a cui si è unita molta parte del mondo cattolico.

Dall’altro c’è una concreta mancanza di conoscenza delle basi del diritto internazionale, della storia del Medio Oriente e della complessa realtà che lo contraddistingue.

Su entrambe le prospettive pesa infine un problema culturale profondo e rilevante, a cui pare francamente difficile porre rimedio: in un contesto occidentale europeo in cui abbiamo completamente smarrito la differenza radicale tra l’esercizio legittimo della forza e la violenza, il fatto che Israele abbia sempre usato la forza per sopravvivere suscita scandalo.

Più di settanta anni di pace e benessere in Europa ci hanno sprofondati nella pericolosa convinzione che il pacifismo sia la ricetta unica e universale  per la soluzione dei problemi, e che il conflitto e l’opzione militare – sebbene rimedi dolorosi ed estremi – siano un male assoluto.

Da questo milieu nascono gran parte dei fraintendimenti e dell’incapacità di interpretare la realtà della regione del Mediterraneo orientale e, conseguentemente, di informare correttamente il pubblico dei lettori.

La recente uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, responsabile del programma nucleare iraniano il cui obiettivo è dotare un regime teocratico integralista della bomba atomica, ha suscitato una certa eco anche sulla stampa italiana.

Per quanto ovviamente nessuno si sia sognato di rivendicare la paternità di tale azione il pensiero di tutti è andato a Israele (il soggetto minacciato più prossimo), per lo meno in collaborazione con il fronte interno iraniano dell’opposizione al regime.

In particolare il nome che rimbalza sulle pagine dei media nazionali è ancora una volta quello del Mossad, il leggendario (e invidiato) servizio segreto dello stato ebraico che apporta un contributo determinante alla sua sicurezza.

Anche questa supposizione tuttavia, per quanto unita a una malcelata componente di ammirazione per l’efficienza e la temerarietà della macchina di intelligence israeliana, tende a colorarsi di tinte ambigue. In alcuni casi infatti il Mossad comincia a essere ritratto come la longa manus di uno stato super potente che agisce totalmente al di fuori di un’etica del diritto e delle relazioni internazionali.

Ne è un esempio l’’articolo di Vittorio Sabadin Gas, dentifrici avvelenati, lavaggi del cervello: come uccide il Mossad, pubblicato su “La Stampa” il 7 dicembre 2020.

I toni sensazionalistici del titolo adottano una formula pirotecnica. Qualcuno dirà: “E’ la stampa, bellezza!”, ma il rischio diventa quello di confondere uno dei servizi di intelligence di Israele (più famoso degli altri due con cui pure collabora, Shin Bet e Aman), con i servizi di altri Paesi dalle consuetudini democratiche ben meno consolidate rispetto a quanto accada nello stato ebraico.

L’idea che ci si forma leggendo il testo dell’articolo pubblicato su “La Stampa” è che il più noto servizio di intelligence del mondo sia una specie di pistolero che si muove nell’ombra, ovunque e secondo il proprio totale arbitrio, per far fuori i propri obiettivi.

Eppure proprio la lettura del bellissimo libro di Ronen Bergman Uccidi per primo, doverosamente citato e attinto per riportare i casi più eclatanti, a chi abbia la costanza di affrontare le quasi 800 documentatissime pagine, offre un quadro ben più articolato.

Con toni ben diversi e profonda onestà intellettuale, i servizi di intelligence di Israele sono presentati da Bergman nel loro evolversi all’interno di una storia estrema, quella di uno stato la cui esistenza è stata minacciata fin dal giorno della sua nascita. Si parla dei metodi, dei successi, ma anche dei fallimenti e degli errori. Della competizione interna ai diversi apparati israeliani, della differenza sostanziale tra la visione militare e quella politica, entrambe indispensabili ed entrambe con la tendenza potenziale a prevaricarsi reciprocamente, sempre alla ricerca di un equilibrio difficilissimo. Ancora, si guida il lettore a comprendere come una vittoria tattica possa tramutarsi in una sconfitta strategica, benché spesso ciò si sveli soltanto col senno di poi.

Dunque una visione un po’ più complessa, a tutto tondo e molto umana, degli uomini e donne coraggiosi e geniali che hanno dedicato e dedicano la propria vita alla sicurezza del proprio Paese e del proprio popolo sparso per il mondo, senza dimenticare di porgere un contributo significativo e talvolta risolutivo alla causa dell’Occidente.

Al contrario, dallo schizzo tracciato da Sabadin sembra emergere prevalentemente la silhouette vagamente cinematografica di un servizio segreto fatto di acrobatici sicari, dotati di supertecnologie e onnipresenti dietro travestimenti, parrucche e barbe posticce.  Ciò sembra francamente non rendere giustizia all’enorme lavoro di chi cerca con tenacia di salvaguardare il principio etico pur in contesti connotati da violenza estrema, alle infinite attese per intervenire cercando di non pregiudicare vite innocenti, camminando sulla corda funambolica delle tempestose relazioni internazionali ove tutto è in precario equilibrio e in perpetuo movimento. Sicuramente, al di là delle intenzioni dell’autore (è bene sottolinearlo), dall’articolo e dalla conclusione di Sabadin esce un ritratto pronto a essere esasperato ancora un po’ in senso caricaturale, fino a farne una delle tante inquietanti icone del repertorio cospiratorio dell’antisemitismo.

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