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dicembre 1, 2020 • Io Leggo, Uncategorized

di Davide – Cavaliere –

La presenza degli ebrei in Italia è sempre stata congiunta, nella coscienza nazionale, a delle specifiche città. La Torino ebraica di Primo Levi, la Trieste ebraica di Umberto Saba, la Ferrara ebraica di Giorgio Bassani, la Venezia ebraica di Daniele Manin e la Roma ebraica, la cui presenza nella mente degli italiani è legata soprattutto al terribile e disonorevole rastrellamento del ’43. All’incirca è questa la cartografia interiore che gli italiani possiedono dell’ebraismo nazionale. 

Vittorio Robiati Bendaud, col suo primo lavoro letterario, Il viaggio e l’ardimento, allaccia le vicende degli ebrei a una regione particolare: le Marche. Caso unico, si suppone, nella letteratura relativa all’ebraismo italico. Non si tratta, però, di un libro dalle tinte provinciali o localiste, nient’affatto. I nove racconti che compongono il testo assumono una valenza universale — non solo come incarnazioni del peregrinare dei discendenti di Abramo — ma perché sono incastonati nella storia europea e narrano un destino collettivo. 

Nove vicende del popolo ebraico che si dipanano nella Marche, ma che hanno il loro inizio molto più lontano e la loro fine in là nel tempo. Sebbene gli ebrei abbiano — rubando il titolo a un libro di Saul Israel — le “radici in cielo”, con la penisola italiana hanno intrattenuto una relazione intensa. Il ché fa dello scritto di Robiati Bendaud un testo visceralmente italiano. 

“Lungo la via, i tre sostarono nella poetica Recanati per rifocillarsi e per pregare sulla tomba del mistico rabbino Menahèm ben Biniamìn, di cui più volte, con tiepida devozione, avevano studiato le opere”. La splendida Recanati, prima di essere la città amata e odiata da Giacomo Leopardi, fu luogo di ristoro per Manoello Giudeo, il Dante Alighieri degli ebrei. Un illustre letterato, Giuseppe Antonio Borgese, scrisse che il Sommo Poeta “fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”. 

Il Dante del popolo ebraico e il Mosè del popolo italiano s’incontrarono davvero. Ma le consonanze non finiscono qua, Giacomo Leopardi amava la lingua ebraica, della quale esaltava la poeticità — da traduttore dei Salmi qual era. Nelle sue opere giovanili come l’Inno a Nettuno e il Cantico del Gallo Silvestre, compare la frase in aramaico “Scir detarnegòl bara letzafra”, che altro non è che la traduzione del titolo dell’operetta morale. Ebraismo, Marche e Poesia.

Tutte le storie intrecciano itinerari geografici a sentieri intellettuali. I protagonisti sono sempre sapienti, rabbini, stampatori, uomini e donne dediti alla studio e alla lettura. Il libro è scandito dalla presenza della Torah, delle preghiere, dell’apprendimento, della testualità. “Prima di risalire all’aria aperta, volle accertarsi che un particolare baule fosse ben assicurato, quello contenente le matrici e i punzoni intagliati”. Fugge dall’odio antiebraico con gli strumenti della stampa Ghershòn Soncino, l’uomo al centro del terzo racconto. Dai tempi di Ur dei Caldei, la Scrittura garantisce l’Ebreo sulla sua identità ed esistenza.

Per questa ragione, forse, l’autore evoca il rogo del Talmùd ordinato da Giulio III: “I due amici rividero balenare per un istante l’orgia di fiamme sacrileghe che avvolsero e divorarono i libri ebraici nelle piazze e ripensarono con rinnovato strazio al loro comune amico Avigdor ben Zechariah, il rabbino di Macerata, ucciso mentre cercava disperatamente di salvare dalla pira la pagine”. Gettarsi tra lingue di fuoco per salvare dei libri, un atto drammatico quanto i dibattiti teologici e metafisici che si tenevano a pochi metri dalle camere a gas.

I protagonisti della creazione letteraria di Robiati Bendaud ardono di una passione inusuale per la conoscenza. E non potrebbe essere diversamente, tra tutte le religioni esistenti, solo la liturgia ebraica prevede una benedizione per chi ha uno studioso in famiglia.

Le storie messe per iscritto, tutte vere, sono, soprattutto, novelle dolorose. Peripezie, fughe, ingiustizie, innervano tutto il libro. Le Marche sono, talvolta, una terra ospitale e di liberazione: “I porti di Venezia, Pesaro e Ancona furono costantemente meta di pellegrini ebrei che salpavano alla volta di Israele”, ma non immune all’antisemitismo. Nella suddetta regione, esattamente come nel resto del mondo, gli ebrei sono oggetto di forti sentimenti antitetici. All’orrore del fanatismo antigiudaico, fanno da controcanto episodi toccanti di fratellanza tra cristiani, musulmani ed ebrei.

Ma qual è il senso delle sciagure inflitte a Israele? La replica credo sia contenuta nel libro stesso: “Non ci è dato di conoscere la risposta. O impazziremmo oppure, conoscendola, diventeremmo insensibili a tutte le brutture di questo mondo, perché né afferreremmo il senso ultimo. Noi siamo solo polvere e cenere, ma possiamo discutere, anche con rabbia, con Dio. Non è poco”.

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