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Monicelli, l’analista malinconico della società italiana

novembre 23, 2020 • Paralleli, z in evidenza

par Roberto Zadik –  

La sua fine fu spiazzante e oltremodo tragica e il suo cinema di sublime e ineguagliata lucidità in una “Commedia all’italiana” della quale fu uno dei migliori esponenti, a tratti amara pur nella brillante ironia realista e sobria che lo caratterizzava.

Dieci anni fa, il 29 novembre 2010, una “colonna portante” del cinema italiano come il regista Mario Monicelli decideva di togliersi la vita, gettandosi dalla finestra a 95 anni, dall’ospedale in cui era ricoverato per tumore prostatico.

Una morte improvvisa e violenta per un personaggio come Monicelli che nella sua lunga carriera durata oltre mezzo secolo si è sempre contraddistinto per un certo anticonformismo e una costante vena dissacrante e critica con cui più di chiunque altro ha descritto la sua e la nostra Italia sviscerandone contraddizioni e difetti.

In questo articolo intendo riassumerne il personaggio, esaltarne il carattere intenso e a volte scontroso e schivo e spesso molto profondo e acuto nelle sue interviste oltre che nei suoi film, cercare di comprenderne l’arte cinematografica spesso data per scontata, ma invece unica per originalità, capacità stilistica, disarmante franchezza di messaggi e contenuti, camminando in bilico tra la commedia e il dramma, fra umorismo e dolente riflessione non solo sociale ma prima di tutto esistenziale.

Una sorta di realismo filosofico attraversa il cinema monicelliano. E lo si vede in capolavori come “I soliti ignoti” del lontano 1958 dove egli dirige a 43 anni un affiatato gruppi di attori, da Mastroianni a Totò, nei panni di una banda di goffi ladruncoli alle prese con una maxi rapina fra equivoci, situazioni tragicomiche e gag fra azione e comicità.

Notevolissimo nella prima fase anche “La grande guerra” rappresentazione realista e al tempo stesso umoristica della Prima Guerra Mondiale e delle sue ferite con due giganti della Commedia all’italiana come Vittorio Gassman, e Alberto Sordi (a cui ho dedicato lo special sui cent’anni dalla sua nascita). Un’opera magistrale che riflette non solo sull’Italia e il conflitto, ma anche sulle due visioni della vita “milanese” di Gassman (Monicelli era di famiglia lombarda anche se romano di nascita e “toscano acquisito” avendo studiato a Viareggio) e “romana” di Sordi.

Non si può certo tralasciare nella sua fase di commediante anni ’50 la stretta collaborazione con Steno, Stefano Vanzina padre dei due Fratelli  e l’amicizia con Totò che fu al centro di film come “Totò cerca casa” e “Guardie e ladri”.

In questa sintesi del cinema di questo straordinario regista da ricordare sicuramente ai primi posti la sua produzione anni ’70 dove egli diede il suo meglio dopo gli anni ’60 un po’ sottotono, sopravvalutato a mio parere “L’armata Brancaleone” nonostante la stratosferica interpretazione di Gassman. La straordinaria fase degli “Amici miei” e delle loro “zingarate”,  il migliore Monicelli: Ai primi due episodi, soprattutto “Amici miei-atto Secondo” volevo dedicare qualche riga a parte. Romano di origini mantovane, Monicelli interiorizzò la “toscanità” come pochi altri.

Nato da un soggetto di un Pietro Germi ormai quasi morente, a soli 60 anni nel 1974 e autore incisivo di opere come “Il federale” o “Divorzio all’Italiano”, il film venne, sia nel primo episodio del 1975 che nel seguito del 1982 affidato alla mano di Monicelli che raggiunse il suo massimo a livello cinematografico. Infatti il suo legame con la Toscana, la sua cultura, laureato in Lettere e Filosofia, il complesso rapporto col padre giornalista direttore de “Il Resto del Carlino” e dichiarato antifascista che si suicidò, e così chiaro nel personaggio del Perozzi, stravagante giornalista burlone e donnaiolo interpretato da un fantastico Philippe Noiret, emergono in queste due pellicole.

La trama rappresenta una combriccola di eccentrici cinquantenni che frustrati dalle loro vite, impersonati da attori estremamente preparati e espressivi, specialmente Tognazzi, col nobile decaduto Raffaello Macetti e il già citato Perozzi, dall’attore francese Noiret o l’architetto Rambaldo Melandri, un bravissimo Gastone Moschin, si dedicano a scherzi di pessimo gusto chiamate da loro “zingarate”.

Esilarante in alcune scene, volgare in altre, estremamente poetico e dolente nelle riflessioni, specialmente nel memorabile “Amici miei-Atto Secondo” dove Monicelli supera sé stesso. Perozzi muore e gli amici lo ricordano con affetto, ma anche amarezza, poesia e tragicomica ironia che raggiunge il suo apice nella ricostruzione estremamente ben fatta dell’alluvione di Firenze del 18 novembre 1966. Un’opera  dolorosa e di alto spessore esistenziale su vari temi, dalla perdita della giovinezza, all’importanza della serietà e del buon comportamento,alla condanna dell’infantilismo e del decadimento morale, all’analisi dell’Italia anni ’70.

Altri film da menzionare con particolare riguardo “Un borghese piccolo piccolo” pellicola tragica che racconta le peripezie di un Sordi memorabile alle prese con la ferocia del terrorismo e sicuramente “Il marchese del Grillo” altra sua interpretazione eccezionale nel ruolo di un nobile sfaccendato e arrogante. Ricordando altri titoli notevoli come “Speriamo che sia femmina” o “Parenti serpenti” si può dire che Monicelli seguì la storia, la società, il costume del Paese, in ogni suo aspetto. Intrecciando riflessione nazionale, meditazione etica e morale, questo regista così talentuoso è passato da vari generi.

Dalla commedia apparentemente disimpegnata fino alla fase storica, la meno riuscita con filmetti come “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” per arrivare alla parte malinconica, la migliore con i due “Amici miei” pessimo invece il terzo episodio diretto molto meno bene da Nanni Loy.

Una personalità intensa, estremamente laboriosa, sempre in cerca di spiegazioni alle inquietudini che ne attraversarono l’indole riflessiva e estremamente riservata, che seppe brillare di una luce tanto vitale quanto oscura e misteriosa. E chissà che bel film avrebbe girato sul Covid e sulla strana epoca che stiamo vivendo…

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