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Covi(d)steria

novembre 20, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Stefano Bonacorsi –

La pandemia del Covid-19 dovrebbe insegnarci delle cose. Ad esempio che, anche in caso di normale influenza, le persone immunodepresse, o con altre patologie, o anziani; vanno maggiormente tutelate, ragion per cui occorre fare il più possibile per contenere il contagio anche di un semplice raffreddore.

In secondo luogo, questo attuale momento storico dovrebbe far riconsiderare le politiche del lavoro. Un lavoratore autonomo per lo meno, dovrebbe comprendere che non è un Highlander, e quindi se ha qualche sintomo dovrebbe quanto meno riposarsi per non mettere a rischio colleghi o dipendenti. Occorrerebbe però, che dal canto suo lo Stato prevedesse tutele per chi sospende un’attività lavorativa in proprio di modo che, perdere anche solo un giorno di lavoro, non sia visto come una tragedia.

Invece, il dato sociale che emerge maggiormente, è l’imbruttimento delle persone, l’egoismo, la cattiveria e la contraddizione. Un esempio sono i pro chiusura, i quali però, quando devono consumare un fugace pasto nella pausa pranzo, si lamentano dei ristoranti chiusi, dell’asporto forzato e del fatto che devono improvvisare sale mensa in improbabili spazi aperti, fino a che la stagione lo consente.

Tralasciamo per una volta la grande politica o la virologia da salotto. Stiamo assistendo, purtroppo, a un fenomeno antropologico che ha del grottesco, che potremmo chiamare “Covidsteria”, isteria da Covid o similare. Vuoi per l’informazione tremendamente approssimativa con una stampa asservita totalmente al “giornale unico del virus”, vuoi anche per l’approssimazione con cui un italiano medio si informa (e qui manca la volontà di informarsi), ci troviamo di fonte a un’isteria collettiva simile a quella che avviene normalmente in occasione dei mondiali di calcio, con sessanta milioni di allenatori che vogliono decidere la formazione.

Il dramma, e questo si riflette in maniera fin troppo lampante nell’azione dell’attuale Governo, è che buona parte delle persone in odore di allarmismo, sono dell’idea di chiudere tout-court, senza pensare alle conseguenze sul lungo periodo in termini di tenuta sociale, psicologica e, non ultima economica. 

Si ha l’impressione che la paura collettiva non sia tanto indotta dai media, quanto del fatto che questa sia fortemente radicata in un popolo che quando legge i giornali, se non si ferma ai titoli, vuole arrivare a leggere ciò che alimenta la sua paura. Dacci oggi la nostra fobia quotidiana.

Ragionando in un rapporto causa-effetto, in pratica, l’attuale Governo rappresenta quella fetta di italiani, che se i sondaggi la dicono giusta oggi sarebbe minoritaria, che non ha la benché minima idea di cosa fare ma che è bravissima a colpevolizzare a turno, il runner, il frequentatore di discoteche, la movida, chi porta a spasso il cane, chi pensa che lo shopping sia inutile, il Natale ipocrita e via dicendo.

In pratica, questo virus, anziché farci prendere coscienza del fatto che occorrerebbe lavorare maggiormente sulla prevenzione, ha svergognato una classe politica di incapaci, ridimensionato il primato della scienza e, ma questa è la base del problema, mostrato il lato peggiore di un popolo che non è mai stato troppo incline a farsi guidare o per lo meno consigliare.

Il dramma, oltre alla bomba sociale sulla quale siamo tutti seduti, è che questa Covidsteria continua a concentrarsi sul problema, senza riuscire a creare opportunità di soluzioni e la conseguenza è la mancanza di unità alla base del paese: chi protesta per le restrizioni, soprattutto in termini di libertà di poter lavorare, non è appoggiato anzi viene osteggiato, da quella parte di opinione pubblica che, fuori dalla propria panic-room, non ha intenzione di mettere il naso. 

Il guaio è che siamo sempre stati un paese che si è contraddistinto per le divisioni: Guelfi e Ghibellini, Coppi e Bartali, Rivera e Mazzola eccetera; ed ora non siamo da meno, tra realisti e Covisterici.

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