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Christiane F e i ragazzi dello Zoo di Berlino, un successo intramontabile

novembre 11, 2020 • Paralleli, z in evidenza

 

di Roberto Zadik –

“Christiane F”, David Bowie e Lou Reed e il “lato selvaggio” della Berlino anni ’70, a 31 anni dalla Caduta del Muro, dalla quale sono passati31 anni, ma della Germania non sappiamo poi molto ancora oggi. Berlino e le sue contraddizioni, il suo fascino cupo e scatenato, la sua divisione fra l’Ovest liberale, consumista e “americanizzato” e il suo Est oppresso, depresso e povero sono state le due metà della stessa città per un pesantissimo periodo, fino al 9 novembre 1989. Degli anni ’70 della capitale tedesca si sa molto poco. 

Ma quali erano i problemi e le inquietudini dei suoi giovani e quali furono le sue influenze musicali e artistiche di quel periodo? A questo rispondono anche se solo in piccola parte, le vicende artistiche di straordinari cantautori, come la rockstar inglese David Bowie, scomparso quasi 5 anni fa il 7 gennaio 2016 alla vigilia del suo 69esimo compleanno, che lì visse per la sua disintossicazione, dalla quale dopo un periodo di buio in seguito ai fasti di Ziggy Stardust, scaturì un super album come “Heroes” e il cantautore ebreo newyorchese Lou Reed, molto amico di Bowie e morto 3 anni prima a 71 anni, che a Berlino dedicava una delle sue canzoni più poetiche e struggenti “Berlin” dopo aver iniziato una brillante carriera solistica, affermandosi con canzoni come “Perfect day” e “Walk on the willdside” (il titolo dell’articolo allude a questa canzone) e aver rotto con la cantante tedesca Nico del suo gruppo precedente dei “Velvet Underground”. 

Ebbene la vita di Bowie si intrecciava con il capolavoro sull’inferno della droga “Christiane F—Noi ragazzi dello Zoo di Berlino” che dopo il successo dell’omonimo libro del 1978 tre anni dopo, nel 1981 diventava un grande film. Cosa c’entrano Bowie e quel film e di cosa parla la pellicola? Interessante per vari motivi, dal disagio adolescenziale, alla fotografia inedita della Berlino anni ’70, alla colonna sonora di David Bowie, il lungometraggio diretto con mano sicura e equilibrio fra dramma e affresco sociale, racconta la vita eccessiva della adolescente autrice dell’omonimo libro Christiane Vera Felscherinow , che attualmente ha 58 anni e da tempo si è rifatta una vita dopo una adolescenza disperata. 

Chiusa nel suo mondo si sogni di libertà e nel desiderio di “sballo” fra masochismo e eccesso, questa incandescente 14enne sfoga la sua difficile quotidianità, figlia di una madre  separatasi e anaffettiva legata a un certo Klaus, nelle droghe e in scorribande avventurose con un gruppo di coetanei svitati e tossicomani. Realista e estremamente appassionato e emozionante, il film ha enorme successo e si trasforma da una piccola pellicola tedesca girata con mezzi e ambientazioni semplici in un affresco delle sofferenze giovanili della Berlino anni ’70 in cui le giovani generazioni di allora e forse anche quelle odierne riescono a rispecchiarsi perfettamente.

 Bravissima l’attrice Natja Bunckhorst, nella difficile parte della scalmanata protagonista  che forte del successo del film, apparirà nell’ultimo film del geniale e controverso regista tedesco Fassbinder “Querelle de Brest” che morirà a 36 anni nel 1982. Ad accompagnarla nella sua escalation di droghe, le prova tutte dalla cannabis all’eroina e nella discesa agli Inferi, diventerà anche prostituta, una serie di giovani interpreti fra cui spicca un espressivo Thomas Haustein nei panni di Detlef, ragazzo che diventerà il suo fidanzato. 

Molto importanti nella storia, l’amica di Christine, Kessi, l’amico di Detlef, Axe e Babsi, che morirà di overdose a soli 14 anni sconvolgendo l’intera comitiva di amici e iniziando il percorso di pentimento della protagonista dopo un’incessante spirale discendente. Si tratta di un’opera decisamente riuscita e estremamente spontanea nei toni senza essere mai forzata o retorica che racconta senza enfasi o patetismi inutili un tema difficile come la piaga della droga che riguarda tante vicende italiane odierne, delle quali non si parla quasi mai, di giovani e adolescenti che cadono nella trappola delle droghe e i dati anche a causa dell’angoscia da Covid sembrano essere in notevole aumento di consumatori di stupefacenti. 

Orchestrato dalla splendida colonna sonora di Bowie, egli assieme alla protagonista è la vera star del film. Infatti appare sia nei sogni della ragazza che è una sua fan che in concerto, col suo fascino algido e magnetico cantando davanti alla folla berlinese dei giovani sbandati del film, classici come “Station to station” o le canzoni dell’album “Heroes” come una bellissima versione della canzone omonima in tedesco “Helden”.

 A metà fra analisi sociologica, introspezione psicologica e documento storico, la pellicola è estremamente efficace nella sua condanna verso le droghe, molto più di un altro bel film ma completamente diverso, scozzese anni ’90 come “Trainspotting” molto più frizzante e ironico e con una colonna sonora altrettanto splendida e restituisce sia la pesantezza di questa problematica, quasi scomparsa dai media italiani che l’oppressione della vita giovanile nella Berlino e nella Germania di quelli anni. 

La Germania da sempre è un Paese estremamente complicato ma culturalmente stimolante, con registi sconosciuti in Italia ma estremamente validi. Non solo come Uli Edel, autore di questo film e di Body of Evidence con la star americana Wilhelm Dafoe, ma di una serie di talenti da  Wim Wenders  e il suo cinema impegnato e intellettuale da “Il cielo sopra Berlino” a “Lisbon story” fino a Volker Schlondorff per arrivare al trasgressivo e sarcastico Fassbinder, il più famoso e controverso esponente della cinematografia tedesca contemporanea. 

“Noi ragazzi dello Zoo di Berlino” rappresenta ancora oggi, a quasi 40 anni dalla sua uscita, una pellicola estremamente preziosa anche se un po’ datata in certi dettagli, ideali per mostrare al pubblico di eventuali proiezioni future, Covid permettendo, il volto decadente di Berlino, i problemi degli adolescenti, stimolando emozioni e riflessioni in tutti noi sulla Germania di ieri e di oggi e forse anche di domani. Ricordo ancora oggi l’emozione che mi attraversava quando lo vedevo nei miei turbolenti anni liceali e quel senso di estraneità e di identificazione in quelli adolescenti e nelle fragilità dalle quali tutti dobbiamo sempre stare in guardia con lucidità, prudenza e buon senso. 

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