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La fatale paura di essere accusati di razzismo

novembre 10, 2020 • Politica, z in evidenza

di Daniel Pipes* – 

Recenti prove indicano che un grave atto di violenza avrebbe potuto essere evitato se un addetto alla sicurezza non avesse temuto di essere definito “razzista”. Questo episodio solleva interrogativi sulla capacità dell’Occidente di proteggersi dagli attacchi jihadisti.

Stiamo parlando dell’attentato dinamitardo a un concerto tenuto dalla cantante americana Ariana Grande alla Manchester Arena, in Inghilterra, avvenuto il 22 maggio 2017, in cui rimasero uccise 22 persone e più di 800 ferite. L’attentatore,  Salman Ramadan Abedi, 22 anni, era nato a Manchester da genitori rifugiati appena arrivati dalla Libia. Chi lo conosceva lo ha definito un giovane molto religioso e per niente brillante.

Simpatizzante di al-Qaeda, Abedi ha costruito un ordigno artigianale contenente migliaia di dadi e bulloni, l’ha riposto in un grande zaino e si è recato a piedi all’arena. Una volta lì, seduto sui gradini dell’atrio pubblico, ha atteso la fine del concerto della Grande, del “Dangerous Woman Tour”. Alle 22:31, il giovane si è alzato, ha attraversato l’atrio in direzione della sala dalla quale usciva il pubblico, e ha detonato il dispositivo esplosivo.

Il ministro dell’Interno Priti Patel ha avviato un’inchiesta sull’attentato alla Manchester Arena “per scoprire esattamente cosa è successo” e “formulare raccomandazioni per cercare di evitare che si ripeta ciò che non ha funzionato”. L’inchiesta ha rivelato importanti informazioni sulla sicurezza fornita quella sera dalla società privata Showsec. 

La storia inizia con  Christopher Wild che stava aspettando la figlia presente al concerto. Verso le 22:15, l’uomo notò Abedi dal fare sospetto ed espresse la sua preoccupazione a un addetto alla sicurezza della Showsec, Mohammed Ali Agha, 19 anni. Wild definì Abedi “losco” e “dall’aspetto pericoloso”, facendo notare che portava un “grosso zaino” sulle spalle.

Agha chiese a un collega, Kyle Lawler, 18 anni, di tenere d’occhio Abedi. Lawler si avvicinò a 3-4 metri da Abedi e si accorse che era “nervoso e sudato”. Nella sua testimonianza, Lawler ha dichiarato che aveva avuto “un cattivo presentimento su di lui, ma non aveva nulla per giustificare quell’impressione”. L’addetto alla sicurezza ha ammesso un certo allarmismo, pur sentendosi “combattuto”, perché aveva avvertito qualcosa di insolito, ma considerava Abedi “solo un uomo asiatico seduto in mezzo a un gruppo di bianchi”.

Come Lawler ha dichiarato nel quadro dell’inchiesta:

“Ero incerto su cosa fare. È molto difficile identificare un terrorista. Per quanto ne sapevo, avrebbe potuto essere un innocente giovane maschio asiatico seduto sui gradini. Non volevo che la gente pensasse che lo stavo stereotipando a causa della sua razza. (…) Se mi fossi sbagliato, sarei finito nei guai. Mi sono chiesto cosa fare. Volevo fare le cose per bene e non sbagliare, reagendo in modo eccessivo o giudicando qualcuno dalla razza.

Anche se Lawler ammette di provare “un senso di colpa” e di addossare “molta colpa a me stesso”, quando gli è stato chiesto se fosse ancora preoccupato di essere bollato come razzista, ha risposto: “Sì”.

Cosa pensare delle parole di Lawler? Da notare questa frase chiave: “Avevo paura di commettere un errore e di essere bollato come razzista”. In un certo senso, questa sensazione è del tutto comune. È, ad esempio, il motivo per cui la polizia di Rotherham e di altre città britanniche per sedici anni non ha contrastato le bande di stupratori pakistani.

In un altro senso, è sorprendente. Il fatto che un addetto alla sicurezza non dia seguito ai suoi sospetti per paura di “essere etichettato come razzista” denota un problema. A meno che il sospettato non sia un jihadista che pianifica una furia omicida – qualcosa che non è affatto probabile – chiunque esprima le proprie preoccupazioni rischia di essere sanzionato, licenziato, di incorrere nell’indignazione della stampa, di subire cause legali e anche di suscitare disordini. Slogan del tipo “Se vedi qualcosa, di’ qualcosa”, si rivelano falsi. È un grosso problema ricordare quanti jhadisti sono stati incastrati nel corso di normali controlli stradali o grazie ai vicini sospettosi.

Il timore di essere accusati di razzismo ha la conseguenza illogica che una persona che ha la pelle più scura o sembra essere musulmana potrebbe passarla liscia; l’occhio vigilante può permettersi di sbagliarsi su una bionda, ma non su una donna con l’hijab. Ancor più strana è l’implicazione che qualcuno che intende fare il male possa trarre vantaggio dall’avere un aspetto musulmano.

Una protezione efficace richiede un margine di errore. I capitani delle compagnie aeree, la polizia in servizio, perfino gli specialisti di Islam devono avere la libertà di esprimere le proprie preoccupazioni senza timore di essere diffamati a mezzo stampa, di perdere il lavoro o di subire ritorsioni legali.

Finché non avverranno questi cambiamenti necessari, aspettiamoci altri atti di violenza jihadista.

Addendum del 3 novembre 2020: Richard A. Landes aggiunge un’importante informazione: Mohamed Atta non venne fermato l’11 settembre per lo stesso motivo, a causa di un agente della sicurezza che si sentiva in imbarazzo.

*Daniel Pipes – http://www.danielpipes.org/19918/the-fatal-fear-of-being-accused-of-racism

Traduzione di Angelita La Spada

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