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L’inganno del bene comune

novembre 9, 2020 • Agorà, z in evidenza

 

di Stefano Bonacorsi –

A scuola, durante le lezioni di diritto, ci insegnavano che fare politica significa “prendere posizione”. Giocoforza, la politica non può essere “unitaria”, può avere punti in comune, visioni in comune, ma non può essere unitaria. Non nel senso di quello che viene sbandierato come bene comune o interesse nazionale.

Se ne fa un gran parlare ora che negli Stati Uniti c’è un gran fermento, con Biden probabile presidente eletto e Trump che non gli riconosce la vittoria. Il primo però invita all’unità. Si, ma quale? Quella ipocrita di chi fino a un minuto fa demonizzava senza mezzi termini l’avversario e, di conseguenza, tutto il suo elettorato? In Italia poi, non siamo diversi.

Diciamoci la verità, la politica è divisiva per natura, la stessa libertà non sarebbe tale, se non si potesse pensare diversamente rispetto al proprio vicino. Persino Gesù Cristo, che spesso e volentieri viene tirato in ballo da chi non sa niente di spirito, ma pretende di collocarlo politicamente a sinistra, è forse il personaggio più divisivo che l’umanità abbia mai visto: il Vangelo di Matteo al capitolo 12, versetto 30 dice chiaramente “Chi non è con me è contro di me”. Nel medesimo libro, al capitolo 10 versetto 34 dice altrettanto chiaramente “Non pensate ce i sia venuto a mettere pace sulla terra, non sono venuto a mettervi la pace ma la spada”.

Se dunque Gesù Cristo, il Messia, l’uomo sul cui messaggio (il Vangelo) è fondata la civiltà occidentale è ben lungi dall’essere il profeta del “volemose bene” dipinto da Papa Francesco a ogni Angelus; per quale motivo dopo una competizione elettorale senza esclusione di colpi bassi nonché meschini, si deve fare appello all’unità di un paese? In nome di cosa?

La narrazione di questi ultimi anni, ha portato a una concezione della politica che debba andare per forza in direzione di un non meglio precisato buon senso, ragion per cui ci ritroviamo con politici assai poco coraggiosi e piuttosto debolucci nella gestione della cosa pubblica. Per quello che riguarda l’Italia, una repubblica dei cagasotto, come abbiamo già avuto modo di scrivere, o nella migliore delle ipotesi, una repubblica di passacarte.

Negli Stati Uniti, la più grande democrazia del mondo, le cose non vanno meglio, ma chi oggi invita all’unità perché non lo ha fatto ai tempi delle proteste di Antifa o di Black Live Matter? 

Ma soprattutto, la vogliamo piantare con questa narrazione di un’America divisa, spaccata, lacerata, come se nel profondo, dentro le pagine dei libri o dei film che amiamo e che da là provengono, trovassimo le pagine che non vorremmo mai leggere?

Gli Stati Uniti, sono nati da una divisione, le colonie contro la madrepatria. Gli stessi padri fondatori erano divisi nel redigere la complessa costituzione che da 250 anni regge il paese e, non a caso, è un reperto giuridico di una complessità unica frutto di un compromesso.

Perché diciamolo, quando la politica unisce, nella migliore delle ipotesi c’è un compromesso e, per tornare in Italia, il compromesso migliore mai uscito da un’aula parlamentare, è la nostra Costituzione, sedicente più bella del mondo, ma che in quanto figlia di un compromesso, è di una fragilità che non ha eguali al mondo.

Perché la realtà dei fatti è questa: il mondo vive in pace, quando gli equilibri tra fazioni reggono, mentre le guerre scoppiano quando la parte dominante sa, o per lo meno presume, di poter sottomettere quella più debole. E gli equilibri che reggono nonostante la diversità di vedute, non si appoggiano sul così detto bene comune (Usa e Urss avevano un bene comune da tutelare durante la guerra fredda?) ma sulla capacità di contrapporre un proprio interesse per non vederlo soccombere.

L’arte compromissoria, seppur necessaria, non dev’essere il leitmotiv della politica ma in Italia questa è diventata prassi a causa di connivenze e mercimoni.

Dal basso del nostro provincialismo, guardiamo a quella che pare essere la vittoria di Biden, come un qualcosa che riunirà sotto le stelle e le strisce un paese che non è diviso dall’avvento di Trump, ma è diviso da sempre.

 A oggi, gli strascichi della guerra di secessione sono ancora vivi, la segregazione razziale è persistente e non sarà Kamala Harris, così come non lo è stato Barak Obama, a fermarla. Ma l’assurdo è che ci diranno che dovremmo imitare quello spirito unitario che è inesistente, come è inesistente in tutti i paesi democratici.

Il compromesso “per il bene comune” è uno dei più colossali e ipocriti falsi storici che si siano mai visti nella storia, le democrazie moderne sono nate onde evitare che le fazioni contrapposte risolvessero i loro contenziosi con le armi, bensì con le elezioni; e solo quando queste non sanciscono un vincitore, diventa necessario un compromesso. 

Ma il compromesso, altro non è che un trattato di pace, il decalogo di un equilibrio, il ripristino di una calma apparente. 

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