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La favola che non illude

novembre 8, 2020 • Mondo, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Lo zucchero del buonismo si sparge abbondante sulla neo-presidenza Biden, il nuovo nonno d’America che invita alla calma e al dialogo mentre il bellicoso Trump sembra intenzionato a non concedergli la vittoria sperando di ottenere un improbabile ribaltamento della situazione, quando, in alcuni Stati, il conteggio delle schede è ancora in corso. Piangono nerboruti anchormen di colore e si felicitano star di Hollywood, ballano in strada giovani nativi americani, e si sente parlare di speranza come se fossimo nel 1946. 

Il “tiranno” è stato destituito, almeno così sembra, e il cavaliere bianco, tutto buoni sentimenti, occuperà presto, salvo impedimenti, lo Studio Ovale. 

Joe Biden, il travet della politica, giunge a 78 anni prossimi, alla presidenza degli Stati Uniti, che sono ancora, malgrado l’arrembante avanzamento della Cina, la più grande potenza planetaria, quella che ha plasmato da settanta anni l’immaginario di buona parte del pianeta e detta ancora legge in materia di potenza militare.

Nella sua lunga carriera politica non c’è nulla di eclatante, nessun discorso memorabile, nessuna idea originale, nessun gesto incisivo, è dunque perfetto per essere guidato e consigliato da presunti esperti o ex datori di lavoro come Barack Obama, o da navigate politicanti come Hillary Clinton, da chi, insomma, lo chiama da molti anni “Joe” e ne conosce a menadito qualità e limiti. E poi, al suo fianco avrà Kamala Harris, prima donna vicepresidente, scaltra e spregiudicata quanto basta per non farsi mettere nell’ombra e prepararsi per ogni eventualità, Dio non voglia, a sostituirlo. 

Dimentichiamoci il piglio irruento e il decisionismo brutale di Donald Trump, le sue ormai celebri irritualità, ciò che vedremo sarà il sonnolento e felpato cerimoniale del bon ton declinato con cura, dei toni suadenti, di una eleganza conformata ai riti di corte, perché, sia chiaro a todos, la vittoria di Biden, per il momento non ancora certificata istituzionalmente, ma proiettata massmediaticamente urbi et orbi, è un passo decisivo della Controriforma, ovvero la necessità di riportare le lancette dell’orologio al 2016, quando, al posto di Hillary Clinton, vinse “l’impresentabile” Donald Trump, il presidente che non avrebbe mai dovuto essere. E dunque, si cercherà di fare in modo di ricucire lo strappo nel tessuto del Progresso, confezionato dalla figura quasi messianica del primo presidente afroamericano e ora consegnato a quello che fu, per otto anni un suo sottoposto. 

Tuttavia Trump c’è stato e c’è, e nonostante gli intenti della Controriforma, di ripristinare l’ordine precedente, l’eredità di Trump, la potente e incisiva svolta che ha dato alla politica e alla cultura americana nei quattro anni della sua presidenza, ha lasciato un solco profondo nel paese, un paese diviso quanto mai. 

No, Biden non sarà il presidente di tutti, esattamente come non lo è stato Trump e non lo fu Obama. Al di là della retorica, le lacerazioni resteranno, soprattutto dopo una contesa elettorale come questa carica di veleni e con l’accusa da parte del presidente in carica di irregolarità nelle votazioni. Sono troppe le tensioni, le rivalità, gli odi, le macerie lasciate sul terreno, nonostante lo spargimento zuccherino.

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