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la forza comica e “malin-comica” del grande Ugo Tognazzi

ottobre 28, 2020 • Paralleli, z in evidenza

Roberto Zadik –

Il 27 ottobre,  30 anni che la verve irresistibile dell’attore e mattatore cremonese Ugo Tognazzi ci ha lasciato. Morto improvvisamente, per emorragia cerebrale, mentre faticosamente cominciavo quel Liceo Classico, Tognazzi è stato uno dei commedianti più luminosi e al tempo stesso malinconici della “commedia all’italiana” che ha saputo divertire e emozionare con la sua battuta sempre pronta, a volte  molto tagliente ma sempre con garbo e classe e quella sua espressività pacata ma vivacissima.

Non ci sono più stati né mai più ci saranno mattatori come lui, che assieme a Sordi e a Gassman ha “costruito” le fondamenta di un genere di commedia popolare e al tempo stesso profonda descrivendo vizi e virtù di un Italia scomparsa, della quale sinceramente ho nostalgia.

Più di 150 film in 40 anni di carriera e 68 di vita, studi interrotti ma cultura più che discreta grazie a una curiosità senza limiti, l’instancabile Tognazzi figlio di un anonimo ispettore assicurativo, impiegato presso un’azienda di salumi, sembrava ormai segnato da un’esistenza grigia e borghese. Ma già da adolescente covava in sé, il “genio dell’umorismo”, quel talento raro e prezioso di dissacrare e demolire il potere, di alleggerire la vita e il mondo circostante con le sue battute, di impersonare i ruoli più diversi, con impressionante naturalezza e energia.

Donnaiolo, ha avuto tre mogli, la più longeva sentimentalmente, la sua compagna romana Franca Bettoja, edonista e goloso, assetato di vita e di divertimento, ma anche padre affettuoso, lavoratore accanito e ottimo cuoco che invitava amici e colleghi a spiritose e abbondanti cene a casa sua. Cominciò nel teatro, poi si gettò a capofitto nel cinema esordendo nel 1950 ne i Cadetti di Guascogna  diretto da Mario Mattoli, che diresse altri mattatori come Totò e da lì non si staccò più dal grande schermo, intraprendendo una carriera lunga ma estremamente altalenante e diseguale e segnata da entusiasmi così come da vari periodi depressivi.

Come mai Tognazzi fu unico e quali i suoi migliori film? Tognazzi non si è risparmiato fino all’ultimo, sul lavoro e nella vita privata vivendo con straordinaria intensità. Ha lavorato con i migliori registi, patriottico e molto cremonese ma anche aperto al mondo, come dimostrano due straniere a cui si legò sentimentalmente, l’angloirlandese  Pat O’Hara madre di suo figlio Ricky e l’attrice norvegese Margarete Robsahm e le varie collaborazioni europee, sempre desideroso di migliorarsi e di mettersi in gioco.

Questo attore sapeva dare sempre un qualcosa di speciale, di ironicamente schietto, di bonario e al tempo stesso arguto e originale ai suo film. Anche se recitava in piccole parti emergeva da protagonista. Il gusto per lo “scherzo riflessivo” e la vivacità intellettuale nonostante egli abbia vissuto le asperità della Guerra e l’interruzione del percorso scolastico, attirarono le simpatie di grandi registi dando il suo meglio fra gli anni ’50 e 60’.

Da segnalare le interpretazioni in Policarpo ufficiale di scrittura, diretto dallo scrittore e regista Mario Soldati, il suo sodalizio con Raimondo Vianello, l’amicizia molto affiatata con Luciano Salce, futuro regista dei capolavori tragicomico-sociali Fantozzi e Secondo tragico Fantozzi,che lo diresse in vari film, in classici della commedia anti-sistema come Il federale e con Marco Ferreri, regista e amico stretto di Tognazzi con cui girò due fra i suoi lavori più amari, L’ape regina e soprattutto La grande abbuffata, opera tra le più drammatiche e riuscite della loro collaborazione.

Non basterebbero due pagine per descrivere l’ampiezza e la versatilità del suo repertorio e l’intensità della sua personalità, ma non si può certo dimenticare il suo incontro artistico più riuscito: quello col geniale e tormentato Mario Monicelli che ne seppe estrarre il meglio dirigendolo nei due memorabili Amici Miei del 1975 e Amici Miei atto II del 1982. Due fra i suoi film più riusciti, in quel buio decennio degli anni ’70 in cui diretto da Monicelli con il suo pessimismo lucidissimo incarnava lo sfortunato e dignitoso Conte Mascetti, nobile decaduto e assai impoverito che passava il suo tempo dilettandosi in “zinagarate” infantili e a volte patetiche con il suo clan di amici, un cast di attori sublimi, da Philippe Noiret, a Gastone Moschin.

Nel secondo episodio “prevede” la sua fine, infatti come lui il suo personaggio del Conte Macetti verrà colpito da un ictus. Le due pellicole, il cui soggetto venne firmato dal grande Pietro Germi, oltrepassano abbondantemente il genere comico sfociando in tematiche esistenziali e filosofiche nonostante il linguaggio spesso molto “scollacciato” e vernacolare di diverse sequenze. Si tratta, soprattutto Amici Miei Atto II che ho preferito di gran lunga al primo episodio, di  riflessioni generazionali e intimiste  di alto spessore nonostante i toni a volte goliardici decisamente volgari che però miravano a ridicolizzare la vena grossolana e infantile dei suoi protagonisti, in fuga dalle responsabilità e dal lato serio e severo della vita.

Molto brillante anche il suo ruolo ne Il vizietto divertente commedia sul tema complesso dell’omosessualità. Più spenti gli anni ’80 dove, nonostante opere di rilievo come La terrazza di Ettore Scola, inizia il declino di questa star dell’umorismo sprofonda in produzioni decisamente di basso livello come Il petomane, Dagobert o Amici Miei atto III. Non solo attore, ma anche mattatore, regista, commediante tutta la sua breve vita, durata solo 68 anni e non solo sullo schermo, lavorò anche per radio e per il teatro riversando la sua energia in un talento recitativo di grande freschezza, immediatezza e talento ancora oggi.

Ci manchi Ugo Tognazzi e il tuo sorriso sornione chissà cosa avrebbe detto di queste mascherine e del virus, dell’Italia di oggi, con quella capacità di divertire senza offendere nessuno, di analizzare pregi e difetti di un’Italia che a 30 anni dalla sua morte, sembra irriconoscibile, quasi un altro Paese più avanzato ma anche più arido e spesso privo della luce dell’umorismo e dell’autoironia di questo straordinario attore italiano. 

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