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La falsa provvidenza del giacobinismo

ottobre 28, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Mario Frascione –

Vittorio Mathieu è mancato lo scorso settembre a Chivasso, a pochi chilometri da Torino.

Quello che gli è stato tributato, almeno in prima battuta, sembra un ricordo neutro. Ovvero: sincero tributo ai meriti filosofici e accademici, ma relegando su uno sfondo sfumato il potenziale interpretativo del suo lascito per il nostro presente. In qualche caso non è mancata una pennellata un poco ambigua – ma forse si pecca a pensare sempre male – nel ricordare anche il suo impegno politico.

Qui ci fa piacere soffermarci brevemente, e lasciandogli spesso la parola, sul suo contributo alla storia delle idee. Sulla bruciante attualità di molte intuizioni per come le espresse in Cancro in Occidente. Le  rovine del  giacobinismo (Milano, Editoriale Nuova, 1980, di seguito citato come CiO).

In questo nostro tempo di giacobinismo imperante quanto Mathieu espresse con chiarezza adamantina quarant’anni fa risuona con tagliente attualità.

Giacobinismo come categoria

Per lui il giacobinismo è una velenosa pianta in perenne fioritura: nutrita dal terreno del tardo Illuminismo, sboccia con la Rivoluzione francese coltivando la pretesa di organizzare tutto il reale nel segno di una redenzione puramente razionale della società, della storia, e in ultima analisi della stessa condizione umana.

Le sue caratteristiche si esprimono al di là del lascito politico di Robespierre e Saint-Just, da cui ricevono l’imprinting, fino a vivere di vita propria nella storia delle idee e nella realtà tragica della storia fatta dalla carne e dal sangue degli uomini.

Una delle sue costanti è la riduzione a colpevolezza del valore dell’individuo, a fronte della legittimità unica ad agire in nome dell’Universale. Se Robespierre (con ascendenti diretti in Rousseau) ne fu il capostipite politico, l’idea non tardò a fecondare il pensiero filosofico attraverso Hegel, e quello politico con Marx e i suoi epigoni.

Ne derivò un travaso ben al di là del territorio delle idee generali fino alla struttura degli stati contemporanei, là dove prevale la tendenza a una delegittimazione radicale (quando non criminalizzazione) della volontà e dell’interesse individuale in nome di quello generale, stabilito ovviamente da chi detiene il potere.

Mathieu ha mostrato essere ascrivibile al giacobinismo l’idea di uno Stato Provvidenza in rapporto a un individuo incapace di autonomia, ingabbiato in un numero abnorme di leggi (come non pensare oggi anche allo stravolgimento dell’idea iniziale di Unione Europea?). Compito di tale Stato Provvidenza è quello di ridistribuire le risorse tra i cittadini in modo da livellare in senso egualitario la loro condizione (il riferimento agli sviluppi politici italiani degli ultimi anni diviene palese, ma Mathieu pubblica Cancro in Occidente nel 1980).

“L’attribuzione allo Stato, come suo principale ufficio, del compito di correggere le iniquità della sorte fa dello Stato il contraltare della Provvidenza.” [CiO, p.73].

Non aveva mai fatto mistero di professare un liberalismo spinto, che lo portava a mettere in discussione molti aspetti del welfare per come noi siamo abituati a concepirlo.

Era contro il totalitarismo assistenziale che pretende di accompagnare l’individuo cittadino dalla culla alla tomba, a fronte di un drenaggio fiscale di risorse sempre più gravoso e insensato, fino al limite di uccidere l’economia che produce le risorse stesse. Tale enorme captazione tributaria aveva secondo lui ragioni profonde benché non del tutto esplicite: sottrarre di fatto risorse ai singoli per scongiurare la possibilità di disporre liberamente delle proprie scelte di vita (per esempio come curarsi e istruirsi). 

Stigmatizzava tale modello, che tende a esercitare un controllo diffuso su tutte le attività degli individui. Una possibilità di controllo intravista precocemente, a cui i nuovi supporti tecnologici offrono la possibilità di sviluppi inquietanti, visto che alla comodità associano una tracciabilità totale (abolizione del contante nelle transazioni, il grande capitolo relativo al traffico dei dati e alla privacy, ecc… ).

All’annichilimento dell’iniziativa individuale è significativamente dedicato il capitolo sulla “Santa spogliazione”, ovvero una mostruosa imposizione tributaria sui cittadini e sulle loro attività, con il pretesto di perseguire un obiettivo di giustizia sociale. 

L’intenzione profonda sarebbe in realtà “… l’inammissibilità che il privato abbia mezzi con cui intraprendere azioni come privato” [CiO, p. 109]. E ancora: “… al privato dev’essere lasciato solo il minimo necessario ai suoi consumi, in modo che non possa formarsi presso di lui nessuna energia economica potenziale.” [CiO, p. 112].

Infine Mathieu aveva da tempo evidenziato la crisi profonda del sistema giudiziario italiano, in particolar modo di quello penale. Ne parla nel capitolo sulla “Colpevolezza universale”, per cui in fondo la vera responsabilità dei delitti individuali viene traslata nella società, ingiusta nel suo complesso: “Le teorie dell’irresponsabilità, antichissime, furono rispolverate a partire dal Settecento, ma per molto tempo non fecero danno perché non riuscirono a collegarsi stabilmente con la mistica giacobina e rivoluzionaria” [CiO, p. 143].

E poco oltre: “La condanna continua a essere pronunziata contro individui, perché non si sa come fare altrimenti, ma col sottinteso che, propriamente, si rivolge alla società. Logico, perciò, che l’individuo non la sconti, ma sia liberato, in modo che la faccia scontare, appunto, alla società” [CiO, p. 144].

Lo sguardo ovviamente non era rivolto solo all’Italia, benché di essa fosse un acuto osservatore. La sua era appunto una riflessione sull’Occidente nel suo complesso, e in tal senso è oggi impossibile non essere consapevoli del suo lascito. Specialmente per quanto riguarda il grande filone del pensiero sociale e politico “progressista” attuale, di cui abbiamo purtroppo imparato a conoscere (e a subire) la funesta fenomenologia: proliferazione di leggi a contrasto di presunte “fobie” varie che finiscono per censurare il diritto di espressione e di critica, azione delle organizzazioni non governative divenuta prevalente sulla sovranità degli stati, rivolte urbane, stravolgimento del significato dell’antifascismo e dell’antirazzismo ormai usati come categorie contundenti contro gli avversari politici, proclamazione della necessità di continuare a tenere aperti i porti all’immigrazione indiscriminata e incontrollata, trionfo di un politicamente corretto che di fatto pregiudica ormai la libertà di espressione, ecc…

All’origine di tutto questo non è difficile scorgere il perdurante giacobinismo forgiato ai tempi di quella Rivoluzione francese guardata con orrore da Edmund Burke, e in cui è possibile riscontrare la confluenza di due grandi filoni: lo gnosticismo e il profetismo, che in diverso modo alimentavano (e alimentano ancora oggi) le fiamme dello spirito di rivolta distruttiva.

Gnosticismo risorgente

Un presupposto spirituale del giacobinismo rivoluzionario stava nella via della gnosi, il pensiero del mondo antico che, a fronte di una realtà profondamente impregnata di male, offriva attraverso un percorso di conoscenza e illuminazione individuale la via d’uscita verso la salvezza. 

L’intuizione della relazione tra gnosi (o quanto meno di uno dei suoi possibili esiti) e pensiero politico e rivoluzionario è stata felicemente messa a fuoco da diversi studiosi del Novecento, tra cui Eric Voegelin.

Anche Mathieu aveva riflettuto sul tema ne La speranza nella rivoluzione. Saggio fenomenologico” (Rizzoli, Milani, 1972).

E ancora la menziona esplicitamente in Cancro in Occidente: “Le classi sociali – una delle quali «va in paradiso», mentre le altre rimangono all’inferno – sono semplicemente la traduzione sociologica di una distinzione degli uomini in buoni e cattivi (ovvero in «penumatici» e «sarchici») tipica degli gnostici, per i quali il merito e il demerito – se così li si vuole ancora chiamare – non dipendono dall’azione bensì dalla posizione di ciascuno nella costellazione degli esseri. Ciò che fa uno è bene, perché la sua è la posizione giusta (ad esempio «progressiva» nel senso della storia). La stessa cosa, fatta da un altro, è male, perché la sua posizione è sbagliata (ad esempio reazionaria).” [CiO, p. 172].

Vi ritorna nuovamente nella prefazione a una nuova edizione (Roma, Armando, 1992) de La speranza nella rivoluzione, citando Metamorfosi della gnosi (1974) di Emanuele Samek Ludovici, suo collaboratore all’università di Torino. Nella prefazione, la critica di Mathieu si concentra stavolta sull’ambientalismo integralista dell’inizio degli anni ‘90. In esso e nella sua volontà salvifica ravvisa il medesimo spirito alla base del rivoluzionarismo giacobino. Ovvero quello di uno slancio tutto immanente alla condizione umana, volto a salvare e redimere se stessi e il mondo dal male (atteggiamento strutturalmente diverso da una schietta etica della responsabilità, consapevole dei doveri ma anche dei limiti ineradicabili dell’uomo).

Era la gnosi infatti che schiudeva la possibilità di divenire protagonisti di una redenzione dal male non più in una dimensione escatologica (da spostare quindi alla fine dei tempi), ma da provocare mediante la propria azione nel futuro prossimo del tempo storico.

Una chiave di lettura acuta, che oltre agli orrori della rivoluzione bolscevica, permette a noi di meglio comprendere la natura del fenomeno Greta Thunberg di oggi, fortunatamente molto meno cruento benché più pervasivo.  Così la novella Pulzella d’Orléans trecciuta, imbronciata e giallocerata, apostrofa il Re di Francia richiamandolo alle sue responsabilità (la casa sta bruciando!).

Profetismo desacralizzato

Si passa qui a un altro elemento che accomuna la galassia della fenomenologia giacobina, intesa in senso lato: il profetismo stravolto.

Nell’antico Israele profeta è colui che parla per conto di Dio richiamando il popolo e i suoi capi alla volontà dell’Altissimo e alla retta via, pagando spesso il prezzo oneroso imposto da una umanità ostile che recalcitra, preferendo peccato e idolatria.

Consumata la desacralizzazione della modernità, il profetismo sopravvive al di fuori dell’ambito religioso,  in qualità di ribellione alle istituzioni e all’autorità e di appello diretto al popolo, senza farsi carico di rispondere dei costi e della effettiva realizzabilità che implica il proprio progetto di redenzione universale.

Robespierre rivendicava “… la natura profetica del giacobinismo. I suoi seguaci, che quasi mai hanno riconosciuto con altrettanta chiarezza di agire in nome di una religione secolarizzata, non hanno punto smesso, per questo, di fare i profeti… “ [CiO, p. 165].

Ancora una volta non è difficile riconoscere il modello di questo profetismo secolarizzato in tanta parte della nostra contemporaneità: BLM, immigrazionismo, “costruiamo ponti e non muri”, ecc… Appunto un profetismo che non origina più da una viva radice religiosa (anche quando ne indossa le vesti, leggasi Papa Francesco), ma appartiene alla realtà tutta intramondana dell’ideologia. 

Il fine dichiarato resta sempre quello del Bene, dell’Umanitarismo, della Solidarietà, della Giustizia; gli esiti sono invariabilmente catastrofici.

“Il giacobinismo sembra, con ciò, essere divenuto eterno: non come realtà, beninteso, ma come mentalità, o, secondo l’efficace espressione franco-germanica, come Attitüde. Ciò che lo caratterizza non è tanto un bagaglio di idee (il suo è un movimento di princìpi, anzi di un unico principio, non di idee) quanto la fatalità con cui giunge a risultati diametralmente opposti ai propri propositi. Malauguratamente, i propositi dei giacobini sono sempre eccellenti e molto favorevoli all’umanità: sicché il loro esito è disastroso.” [CiO, p. 36-37].

E ancora: “Qualsiasi interpretazione provvidenziale della storia, per poco che sia seria, non mancherà di registrare un seguito di atrocità e di disastri, con cui la Provvidenza guida il mondo verso i suoi fini. La Provvidenza non è per nulla dolce di cuore. Ma il contrapporle, per questo, una controprovvidenza che ne compensi le crudeltà, e faccia regnare finalmente la dolcezza di cuore, ottiene, di fatto, risultati così rovesciati, aggiunge un tal cumulo di crudeltà e di miserie nuove, sui singoli e sulle masse, che conviene pur riconsiderare l’intera questione, per vedere se non ci sia qualche vizio nel ragionamento… “ [CiO, p. 75].

 

C’è speranza? 

Se ascoltiamo onestamente il respiro dell’Occidente contemporaneo non possiamo che condividere con Mathieu la consapevolezza della gravità del male. Un grande organismo indebolito dal cancro e minacciato da numerose metastasi, inclusa una viscerale ostilità a se stesso. Ma resta qualche speranza o bisogna concludere per una fine prossima, certa e cruenta tra l’abbattimento delle statue, il dilagare del terrorismo, l’incendio delle chiese e la decapitazione di insegnanti che tentano di difenderne i valori?

“Le istituzioni dell’Occidente – governi, amministrazioni, magistratura, polizia, scuola – non sono affatto condannate per ragioni tecniche o giuridiche a servire la causa di chi le vuole abbattere: sono condannate a far ciò solo da una incapacità di pensare il proprio principio, che è, insieme, una mancanza di coraggio nel farlo valere.” [CiO, p. 257].

La diagnosi di Mathieu era equilibratissima e priva di compiacenze nichiliste: “Abbiamo ancora una speranza di ritrovare un centro, o siamo condannati a veder moltiplicarsi in noi le cellule cancerose, che obbediscono a un programma che non è il nostro? Rispondere positivamente sarebbe avventato, senza qualche indicazione concreta, e noi non presumiamo abbastanza per darla. Ma anche rispondere negativamente sarebbe affrettato. Quel che occorre è pensar di guarire, e cercare anzitutto le condizioni perché ciò avvenga. Spesso anche i migliori clinici sbagliano nel pronosticare la morte come inevitabile.” [CiO, p. 265].

Stupirà forse a questo punto il pragmatismo del filosofo: tra le vie d’uscita indicate infatti c’era il mantenimento dell’ordine pubblico e il buon funzionamento della giustizia penale, in uno Stato che svolga la sua efficace posizione arbitrale affinché l’esercizio della libertà dell’uno non impedisca l’esercizio della libertà degli altri, senza arrogarsi compiti che gli individui possano svolgere da sé. E senza rinunciare a difendere ostinatamente la propria civiltà: “Se è vero che non si può stabilire a priori quali inibizioni convengano a una civiltà e quali la disturbino, ce n’è una, però, che sicuramente la porta a rovina: l’inibizione a difendersi.” [CiO, p. 24].

Quanto all’ordine pubblico viene da pensare, oltre che alle rivolte,  ai Territori Perduti, aree di Paesi occidentali di cui lo Stato ha perso la sovranità, colonizzate da organizzazioni criminali, culture e religioni che li governano ormai in via esclusiva.

E sulla condizione della giustizia penale Mathieu stesso non era ottimista; sarà utile rileggere in proposito il suo Perché punire. Il collasso della giustizia penale, (ristampato da Liberilibri nel 2008, ma scritto nel 1977).

Allora non resta che la dimensione dell’impegno individuale: “… se l’Occidente non ritrova il modo di ridare responsabilità agli individui, è perduto” [CiO, p. 173], nella lucida consapevolezza (così facile a smarrirsi) che la tentazione di costruire Mondi Nuovi conduce al disastro. Potrà accompagnarci, assieme al lascito di Mathieu, la lezione di due grandi padri nobili del nostro pensiero: molto meglio riformare ed emendare instancabilmente l’esistente piuttosto che indugiare in tentazioni rivoluzionarie (Burke), poiché il legno di cui è fatta la nostra umanità è inguaribilmente storto (Kant).

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