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Il Manifesto di Bergoglio

ottobre 12, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Niram Ferretti –

I dubia, per chi li aveva, che l’attuale papa regnante utilizzasse il cristianesimo come un drappo con cui ricoprire un filantropismo imbevuto di pauperismo e terzomondismo, con l’aggregato fashion dell’ecologismo, se li è tolti definitivamente.  

La nuova enciclica papale, Fratelli Tutti lascia poco spazio a chi ha gli occhi sufficientemente aperti per leggere un documento in cui, dominante, è un umanitarismo universalista immanentista corredato, a modo di un richiamo più retorico che teologico, da alcune parabole del Vangelo, come quella del buon samaritano.

Ricorre nel testo, senza sorpresa, tutto il bestiario nero caro a papa Francesco, il capitalismo, il neoliberismo, il nazionalismo, l’anti-immigrazionismo, insomma tutti buoni motivi per vedere come il fumo negli occhi l’amministrazione Trump e non concedere una udienza papale al Segretario di Stato Mike Pompeo, con il pretesto che gli USA sono in campagna elettorale. Ma Trump a parte, la questione sta a monte, prescinde dall’attuale inquilino della Casa Bianca e si situa là dove Loris Zanatta ha da tempo individuato alcune specifiche bergogliane. Vediamole. 

“Il peronismo nazionalcattolico in cui è cresciuto e si è formato Jorge Mario Bergoglio è assolutamente coerente con la visione del mondo dei fratelli Castro, di Mujica, di Evo Morales, di Chávez. L’idea di fondo è che la cultura appartiene al popolo e il terreno comune è il profondo antiliberalismo. Per questa categoria di leader, come per il Pontefice, la classe media è una classe coloniale e questa è una definizione che quarant’anni fa tutti, in America latina, avrebbero sottoscritto senza troppi problemi. Per questo dico che c’è una coerenza totale”. Coloniale perché? “In quanto minaccia alla cultura tradizionale del popolo, che è una figura mitica, custode dei valori cattolici”. 

Quanto sia esatta la diagnosi di Zanatta lo può verificare chiunque abbia letto l’enciclica papale, in cui il bastone cala duro contro il Capitale, e il pueblo è assurto a locus redentivo della storia.

Quando si leggono frasi come «Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale», tratta da un precedente intervento papale e incastonata nell’enciclica come altre frasi del pontefice a comporre un testo fortemente autoreferenziale, cosa si può pensare? Che il paradiso in terra effettivamente è ardua impresa realizzarlo ma che l’ostacolo maggiore al suo compimento è il mostro economico sociale. E’ colpa di questo mostro, infatti, se il banchetto della fraternità non si realizza, non ci sono altre ragioni e poco importa se il tasso globale di “povertà estrema” basato su chi vive con meno di 1,90 dollari al giorno, come certifica la Banca Mondiale, dal 1990 al 2010 è stato dimezzato e che nel 1990 “1,85 miliardi di persone vivevano in condizioni di povertà estrema, ma entro il 2013 , la cifra è scesa a 767 milioni, il che significa che il numero di coloro che vivevano con meno di 1,90 dollari al giorno era diminuito di oltre un miliardo di persone”. 

Nella prospettiva bergogliana se ci sarà un solo reietto economico, il banchetto della fraternità universale non potrà essere imbandito. Resta dunque da riflettere sul perché la povertà mondiale non sia stata annullata, nonostante sia stato lo stesso Gesù a dichiarare, “I poveri li avrete sempre con voi; e quando volete, potete far loro del bene; ma non avrete sempre me” (Marco 14,3-9) e la risposta giunge presto, nel seguente passo:

Nei primi secoli della fede cristiana, diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati.[91] Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro».[92] Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene».[93]

In altre parole, detto forse un po’ bruscamente o grossolanamente, la proprietà privata è un furto. Eccoci retrocedere ai dolciniani, alla tentazione riformista-pauperista degli ordini mendicanti, di una Chiesa ridotta esclusivamente a mensa per i poveri, anche se Francesco si guarda bene dall’indicare questa strada per la Chiesa stessa. E dunque ecco che, autocitandosi, il papa ricorda che: 

«La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica.

Se i beni creati sono ab origine di tutti, e questo è il diritto prioritario, ne consegue che il diritto secondario, la proprietà privata appunto, è sostanzialmente un parassita, e siamo nuovamente da capo, al furto, all’usurpazione, all’abuso. 

La proprietà privata solo come diritto secondario, viene rimessa in riga ammonita, “La tua sovranità è subordinata a un’altra a te superiore, quella collettiva“. Ma chi è il detentore della sovranità prioritaria? L’Umanità, naturalmente, e nella sua figurazione mitica, come evidenziato da Zanatta, il popolo. 

Ed è questo il vero detentore di ogni diritto, di ogni status. Il collettivo e solo il collettivo è benefico, o meglio, possiede la potestà della nobiltà sociale. Lo vediamo in seguito a proposito dei migranti. Così come la proprietà privata conculca un diritto collettivo e legittima l’egoismo individuale, ogni Stato, ogni nazione deve aprirsi all’altro, non escludere nessuno che provenga da altrove. 

Nessuno dunque può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non possono impedire che questo si realizzi. Così come è inaccettabile che una persona abbia meno diritti per il fatto di essere donna, è altrettanto inaccettabile che il luogo di nascita o di residenza già di per sé determini minori opportunità di vita degna e di sviluppo.

Se la proprietà privata è già un limite che impedisce il compimento del sogno umanitario, quanto più lo sarà non dare accesso agli stranieri, chiunque essi siano, escludendoli dalla fratellanza, della fraternità universale? Dunque:

Per quanti sono arrivati già da tempo e sono inseriti nel tessuto sociale, è importante applicare il concetto di “cittadinanza”, che «si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli».

La neolingua umanitaria chiede dei sacrifici, e se non viene ancora chiesto di rinunciare ai propri beni, o a parte di essi, per la collettività, si chiede tuttavia la rinuncia a certe parole. Abbiamo già appreso dal politicamente corretto che ci sono termini che non possono più essere usati, “minoranza” diventa uno dei essi, e un domani forse anche “minore”, poiché suggerisce una disparità gerarchica. Quando si vuole purgare il linguaggio da presunte magagne “discriminatorie” si sa dove si comincia ma mai dove si andrà a finire. 

Lo sviluppo dell’Umanità, il grande collettivo, chiede misure ed interventi ben precisi e calibrati, un indirizzo coordinato al fine di conseguire il bene, che se non sarà compiutamente redentivo lo sarà tuttavia quanto serve:

Al di là delle diverse azioni indispensabili, gli Stati non possono sviluppare per conto proprio soluzioni adeguate «poiché le conseguenze delle scelte di ciascuno ricadono inevitabilmente sull’intera Comunità internazionale». Pertanto «le risposte potranno essere frutto solo di un lavoro comune», dando vita ad una legislazione (governance) globale per le migrazioni. In ogni modo occorre «stabilire progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza. Essi dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate».

Il governo sovranazionale che indirizzerà i vari Stati nella filantropia, è un vecchio progetto illuminista ed evoca fraternità di illuminati, confraternite massoniche. In nome della fratellanza universale si fa questo e altro, lo ricorda mirabilmente in un libro sempre attuale, come lo sono tutti i libri indispensabili, Elémire Zolla, “Il primo cantico, della fratellanza, oh quante volte non ha risuonato, ora come gioco di fantasia, ora come urlo di guerra! Nel romanzo ellenistico di Giambico, si favoleggia di isole felici dove essendo stata tolta la proprietà privata, tutto è soavità e giubilo…Il sogno serpeggia in varie forme e con insistenza, se Aristotele prende cura di confutarlo minutamente, avvertendo che non la proprietà danna, ma la malvagità” (Che cos’è la tradizione, Adelphi, p. 276). 

Va notato, dulcis in fundo, come Bergoglio si preoccupi che gli aiuti ai paesi di provenienza dei migranti non subiscano l’imposizione di essere subordinati a pratiche e politiche che snaturino i popoli e le culture a cui sono indirizzati. Sarebbe, ovviamente, colonialismo culturale e non si potrà mai vedere un simile abominio sotto questo papato che mai, una sola volta, ha avanzato l’inaudita pretesa che il cristianesimo sia superiore a qualsiasi altra religione.  L’imam Ahmed al-Tayeb, il Grande Imam di Al Azhar, citato ben due volte nel contesto dell’enciclica, sarà contento. 

Fratelli Tutti rappresenta, al momento, la summa della dottrina di Bergoglio, è il palinsesto del suo pontificato “riformista”, in cui, alla Chiesa è chiesto di essere soprattutto una grande ONLUS informata da un pensiero patchwork in cui Cristo e il suo messaggio di salvezza si notano solo nelle indispensabili cuciture che tengono unite le varie tessere. 

P.S.  Su Ahmed al Tayeb nelle vesti di un analogo simbolico del sultano Al-Malik-al Kamil, dal quale si recò nel 1219 San Francesco, va dedicata una nota a parte.

Nel 2019 l’attuale papa che porta il nome del santo di Assisi e l’Imam si incontrarono ad Abu Dhabi per firmare un documento sulla fraternità umana per la pace nel mondo e la convivenza. Il documento, nulla più che un abecedario di buone intenzioni, venne descritto come una svolta storica. In esso si leggono frasi alate come, “La libertà è un diritto di ogni persona: ogni individuo gode della libertà di credo, pensiero, espressione e azione … il fatto che le persone siano costrette ad aderire a una certa religione o cultura deve essere respinto, come anche l’imposizione di un stile di vita che gli altri non accettano”.

Peccato che, come ha scritto l’islamologo Raymond Ibrahim: 

Al-Tayeb, tuttavia, ha dichiarato che gli apostati – cioè chiunque sia nato da un padre musulmano che vuole lasciare l’Islam – dovrebbero essere puniti. Per quanto riguarda la pena che meritano, nel luglio 2016, durante uno dei suoi programmi televisivi, al-Tayeb ha riaffermato che “Coloro che sono edotti nella legge islamica [al-fuqaha] e gli imam delle quattro scuole di giurisprudenza considerano l’apostasia un crimine e concordano che l’apostata deve o rinunciare alla sua apostasia o essere ucciso “. Per sottolineare il punto, citò un hadith, o tradizione, del profeta dell’Islam, Maometto, dicendo: “Chiunque cambi la sua religione islamica, uccidilo”. (Sahih Al-Bukhari vol. 9 n.57). 

Molto altro si potrebbe dire di questo “moderato” islamico che il papa considera fratello, come fare riferimento al suo antisemitismo e al suo appoggio esplicito al terrorismo palestinese, «La soluzione al terrorismo israeliano sta nella proliferazione degli attacchi fidai (attacchi di martirio)che terrorizzino i cuori dei nemici di Allah. I Paesi islamici, così come le persone e i governanti, devono supportare questi attacchi di martirio».

Il fatto che nell’enciclica in questione, Al-Tayeb venga nominato due volte figurando come interlocutore privilegiato di un dialogo sulla fratellanza, ci dice due cose. O il papa ignora chi egli sia e quali siano le sue posizioni dottrinarie, e in questo caso pecca di una sbalorditiva ingenuità e ignoranza, oppure egli sa benissimo chi è il suo interlocutore, ma in nome della marcata impronta ideologica del suo magistero, che l’enciclica Fratelli Tutti esplicita in modo dirompente, sia disposto, per ragioni squisitamente politiche e ideologiche, a fingere di non saperlo.

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