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Il “progresso” e l’ostacolo da rimuovere

ottobre 11, 2020 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

L’irrompere sulla scena, nel 2016, di Donald Trump come candidato alle presidenziali americane e la sua sorprendente vittoria è stato il fatto politicamente più dirompente degli ultimi decenni. 

Trump, l’outsider, Trump il “clown”, Trump l’impresentabile, non doveva vincere, non poteva vincere. Il grande apparato progressista del consenso saldatosi pazientemente su suolo americano negli otto anni otto di Barack Obama, premiato con un insensato Nobel per la pace senza che avesse fatto nulla per promuoverla (prima benedizione laica a lui concessa da parte dell’apparato), restò traumatizzato dalla sua vittoria. 

I suoi sommi sacerdoti, in primis americani e poi internazionali, la UE, il Vaticano, i conglomerati massmediatici, i salotti buoni dell’industria e della finanza “illuminata” e illuminista, avevano già collocato Hillary Clinton al vertice del potere, prima donna presidente. Nel mosaico composto con perizia avrebbe dovuto essere una tessera della grande narrativa imperniata sulle magnifiche sorti e progressive anticipata dal primo presidente afroamericano. Ma qualcosa andò storto, anzi, stortissimo. Al suo posto venne intronato il re dei deplorables. 

Da quel momento, è stato fatto ogni sforzo possibile per espellere quello che i sacerdoti del Pensiero Unico considerano all’unanimità un corpo estraneo, un intollerabile impaccio lungo la marcia trionfale del Progresso, perché Trump, alla loro concezione di progresso: un mondo senza muri e senza confini, con via libera praticamente incondizionata all’immigrazione e tutelato da una governance sovranazionale (sostanzialmente il mondo auspicato da Fratelli Tutti, l’ultima enciclica bergogliana ), si è opposto fin da subito. E il problema, il grosso problema è questo. Non c’è ne è un altro di più grande per chi è convinto di potere indirizzare la storia secondo il proprio estro.

La dittatura del Consenso non ha investito risorse sgomentevoli per imporsi, non ha edificato le sue parole talismano, “diritti umani”, “antirazzismo”, “antifascismo”, “giustizia sociale” riempite con i propri contenuti, per farsele mettere in discussione in modo troppo brusco. La dittatura del Consenso, come ogni buona dittatura, non può permetterlo, e così, ha cercato di fare fuori Trump fin da subito. Non fisicamente, certo. Oggi, i funzionari dell’apparato globale non usano i metodi spicci e arcaici delle dittature vecchio stampo, provvedono altrimenti, attraverso la demonizzazione, l’uso ben orchestrato della giustizia, un enorme dispiegamento di risorse. E’ sufficiente. Non servono il polonio, o il gas nervino, non per misericordia, ma perché sarebbe troppo rischioso, e il personaggio è troppo in alto, troppo potente, e l’effetto potrebbe essere controproducente. La violenza si travestirà dunque da Bene, vecchio trucco ma sempre assai efficace, e promuoverà l’antagonista come il Male: sarà, di volta in volta, pazzo, un pericolo per la democrazia, affetto da congenita demenza, moralmente inadeguato, e così via. 

Lo vediamo adesso. Mai nessun fronte così massiccio si era mosso dal dopoguerra contro un presidente americano. La costellazione è ampia, trasversale, internazionale, e comprende, papi, imprenditori, capi di Stato, attori e attrici, cantanti e scrittori, l’intero comparto massmediatico, mancano solo i morti celebri, da risuscitare come zombie per piegarli alla propria causa. 

L’apparato del Consenso, sia chiaro, procede come uno schiacciasassi, e ha un vantaggio notevolissimo sui Reich millenari e sull’internazionalismo comunista, ha dalla sua, la democrazia, il migliore dei travestimenti. Chi si oppone, è immediatamente bollato come antidemocratico e fascista, un bruto reazionario che non ha alcun domicilio nel futuro predisposto. 

Trump è solo contro questo Behemoth, ed è dato soccombente. Dovesse farcela, sarebbe una vittoria dalla quale il mostro uscirebbe assai ammaccato. 

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