MENU

L’urlo di Janis Joplin, omaggio alla sua disperata vitalità a 50 anni dalla morte

ottobre 4, 2020 • Paralleli, z in evidenza

Roberto Zadik –

Janis Joplin è stata una delle icone dell’era hippie, assieme al leggendario chitarrista Jimi Hendrix e al carismatico e esplosivo “sciamano del rock” Jim Morrison leader dei Doors. Tutti e tre morti a soli 27 anni e in fila, quasi si fossero messi d’accordo, uno dopo l’altro. Fra il decesso di Hendrix e quello della cantante texana, passarono appena 15 giorni e in una anonima camera d’albergo questa straordinaria artista si è spenta uccisa dai suoi demoni interiori in una overdose, di solitudine e di droghe.

Ma chi è stata Janis Joplin? A 50 anni dalla sua scomparsa, in quel 4 ottobre 1970 intendo ricordarne personalità e talento. Una voce stridula e al tempo stesso dolce e penetrante, una femminilità tortuosa e tormentata, simbolo di ribellione e anticonformismo, ma piena di complessi a causa del suo aspetto fisico che la rese oggetto di bullismo e scherno nell’adolescenza, la bisessualità e lo sprofondamento in alcol e droga. Molto simile a Hendrix e a Morrison, in certe cose, negli eccessi, nella fusione di blues afroamericano e di sonorità angoscianti e coinvolgenti del rock “allucinogeno” americano fine anni Sessanta dal sound così fresco e penetrante ancora oggi. La Joplin però fu diversa da tutte le altre cantanti e già lo si vedeva ai tempi del bellissimo Cheap Thrills (Brividi a basso costo) il suo album assieme ai talentuosi musicisti della band Big Brothers and the Holding Company quando elettrizzava i giovani contestatori e sperimentatori di quelli anni, con capolavori come Piece of my heart e Kozmic Blues dal suo primo lavoro da solista nel 1969. Solo tre album, due anni e mezzo di carriera, tanti flirt, dal cantautore ebreo canadese Leonard Cohen a Kris Kristoffersson con cui scrisse la bellissima Me and Bobby McGee, e una capacità espressiva e interpretativa fuori dal comune espressa anche in una splendida e malinconica versione rock di Summertime, classico jazz del compositore Gerschwin.

Purtroppo la sua voce e il tipo di canzoni, sono davvero “per molti ma non per tutti” come diceva una famosa pubblicità e oggi troppi l’hanno dimenticata ma le sue canzoni sono davvero speciali. Dall’aggressività rock blues di Try Just a Little Bit harder al ritmo ipnotico della dolente Ball and Chain con cui ipnotizzò il Festival di Woodstock del 1969, rivelandosi una delle apparizioni più incisive assieme a Hendrix e al suo inno americano così emozionante in piena Guerra del Vietnam e a Joe Cocker mentre visibilmente “fatto” cantava una versione psichedelica del classico dei Beatles With a Little Help From My friends e dei Santana nel loro anno di esordio con una fulminante interpretazione di Soul Sacrifice.

La Joplin dal vivo aveva una forza trascinante, si dimenava, ballava, urlava e successivamente sapeva sciogliere il pubblico con incredibile sentimento con brani come Little Girl Blue una delle migliori canzoni della Joplin o la disperata Cry Baby. E’ difficile comprendere ancora oggi quanto la Joplin abbia saputo sublimare in una forma artistica unica nel suo genere le sue sofferenze e i insicurezze, come abbia saputo con tenacia sfidare le regole spesso ingiuste del mondo dello spettacolo che privilegiano da sempre la bellezza fisica al talento artistico ed è doveroso sottolineare la forza espressiva, la disperata vitalità, lo spirito avventuroso e quel misto di perfezionismo, di tenacia e di fragilità che ne caratterizzarono la personalità.  Joplin visse una carriera turbinosa, diseguale, segnata da trionfi e da tonfi, da esibizioni memorabili, come al Festival di Monterey, primo raduno dell’era hippie del 1967 così come il Festival di Wight fu il tramonto di questo febbrile e irripetibile rinascimento musicale, da problemi caratteriali e emotivi e dalla costante ricerca di sentimento, affetto e approvazione divisa fra voglia di stabilità e brividi di avventurosa incoscienza.

Quell’incoscienza che la uccise a soli 27 anni, nel pieno della sua carriera e della vita quando profeticamente cantava Buried Alive in The Blues (Sepolta viva nel Blues) prevedendo la sua fine, come i suoi colleghi e connazionali, Hendrix con New Rising Sun e Jim Morrison con la spettrale Riders on The Storm e morendo improvvisamente e misteriosamente. Sola in una stanza d’albergo, quel Chelsea Hotel a cui il grande Leonard Cohen dedicò una struggente canzone come omaggio al talento e all’anima di Janis Joplin. E’ già passato mezzo secolo, ma quando si ascolta un capolavoro come Pearl, suo testamento musicale, prodotto da Paul Rothschild produttore nientemeno che dei Doors, se ne rimane ancora oggi rapiti, assuefatti e un sospiro accompagna le note eterne di quelli anni indimenticabili e sicuramente irripetibili.

E così Janis Joplin con la sua rabbiosa vitalità, il dolore mischiato alla gioia, la trasgressione e la profondità della sua femminilità così contorta e fascinosa è stata davvero una star unica nel suo genere, che emanava intensità e talento come poche altri cantanti della sua e della nostra epoca e che ancora oggi è capace di stupire e di emozionare chiunque si appresti ad ascoltarne le travolgenti interpretazioni canore e sceniche immergendosi nella sua luminosa oscurità. 

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »