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Il flatus vocis del “fascismo eterno”

settembre 16, 2020 • Agorà, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

Durante il suo discorso pronunciato nel 1995 alla Columbia University, nell’ambito delle celebrazioni della liberazione dell’Europa dal nazifascismo, Umberto Eco coniò il concetto di “fascismo eterno”. 

Come l’eterno ritorno dell’uguale nietzscheiano, il fascismo eterno sarebbe un destino ineluttabile. Tuttavia, non andrebbe accettato con amor fati, ma, al contrario, combattuto. Il male va, infatti, combattuto. 

Il “fascismo eterno” odora di metafisica, a cui, tuttavia Eco era refrattario, evoca la perennità e l’indistruttibilità. Ciò che è eterno non può perire. Forse sarà sconfitto in un’ultima tenzone escatologica. Ma Eco non credeva in un orizzonte escatologico. No, eterno, per lui significava semplicemente che il fascismo, al contrario del comunismo e del nazismo, non finisce mai, è continuamente riciclabile. Strano. Di ricicli del comunismo ne abbiamo visti senza sosta in tante guise mentre sì, il nazismo gode oggi, fortunatamente di salute scarsa. Ma Eco non si occupò durante quell’intervento dell’”eternità” del comunismo, dopotutto il comunismo, nella forma del paese che lo sosteneva e lo propagava, l’Unione Sovietica, aveva combattuto a fianco degli alleati per sconfiggere il nazifascismo e in un discorso sulla liberazione dell’Europa dalla sua presenza accennare alla perennità esiziale del comunismo non sarebbe stato bello. 

Il concetto di fascismo eterno si regge su questa affermazione, “Il termine ‘fascismo si adatta a tutto, perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti e lo si potrà sempre riconoscere come fascista”.

Diversamente dal nazismo, di cui Eco parlò e del comunismo, a cui fece pochi accenni, il fascismo sarebbe, come la plastilina, plasmabilissimo, e basta che della combinatoria da lui proposta come sua specifica, (tradizionalismo, nazionalismo, esoterismo, imperialismo, anticapitalismo, irrazionalismo, xenofobia, culto dell’azione e della bella morte o morte eroica, elitismo popolare, populismo qualitativo, militarismo, machismo), sia presente qualcuno di questi elementi, per identificarlo in quanto tale. 

Non è difficile vedere che nessuno di essi mancava al nazismo, ma il nazismo, per Eco, al contrario del fascismo, non è Ur, non possiede la pristina qualità dell’originario e dell’eterno. Il nazismo si può coagulare monoliticamente contenendo tutti, o quasi, gli elementi del fascismo, e non essere altro che se stesso, mentre all’Ur-fascismo sarebbe data la sorte di riprodursi senza sosta. Il fascismo assume qualità tipicamente demoniache. Come il diavolo è una realtà metamorfica e mimetica, ma, sempre come il diavolo, ha caratteristiche inequivocabili che, all’occhio attento, (quello di Eco in questo caso) permettono di identificarlo. La resistenza del fascismo, inteso come lo intendeva Eco, la sua presunta e persistente adattabilità (“Si adatta a tutto”) è una caratteristica del Male assoluto, è il Male assoluto (appunto il diavolo).

Se desumessimo che anche il comunismo fu una forma di fascismo, poiché almeno l’anticapitalismo, il nazionalismo, l’imperialismo e il populismo qualitativo, (“Gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il popolo è concepito come una qualità, una entità monolitica che esprime la ‘volontà comune’“), erano suoi aspetti intrinseci, saremmo tuttavia in errore. Secondo i criteri proposti da  Eco, il comunismo, come il nazismo, non potrebbe condividere con il fascismo se non alcune caratteristiche accessorie della combinatoria, ma non essere fascismo, perché il fascismo è sempre detraibile da un insieme compatto, il comunismo no, così come il diavolo non è mai del tutto nelle guise che assume, ma sempre oltre e sempre pronto a rinnovarsi.   

Essere nazionalisti e tradizionalisti, nel senso di avere un senso forte di appartenenza alla propria nazione, come lo hanno avuto a lungo anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale tra le nazioni europee, Francia e Gran Bretagna, e oggi lo hanno ancora in buona parte Stati Uniti e Israele, e avere a cuore valori consolidati come il proprio patrimonio culturale, la famiglia classica eterosessuale, sarebbe sufficiente, nella prospettiva di Eco, per essere considerati epifenomeni del fascismo eterno. 

Occorre fermarsi. Qualcosa non quadra. Il ragionamento vacilla. Se il fascismo fu unicamente una sommatoria di elementi, o come lo ha definito icasticamente George L. Mosse, “una specie di organismo saprofago”, al di là dello specifico regime che assunse questo nome, esso, come realtà con una sua ontologia forte che travalicherebbe il proprio ipostatizzarsi storico, non si dà. Si può certo dare una mentalità fascista, nel senso di un orientamento che faccia propri elementi specifici del fascismo in quanto tale, o si riconosca appieno nel regime che fu, ma questo vale per qualsiasi altra ideologia, e non manifesta altro che il perdurare di determinati archetipi o inclinazioni umane ideologicamente incarnate. 

Un bricolage è un composto di elementi eterogenei, e il fascismo fu interamente questo composto. Fuori di esso non esisteva in quanto tale. Gli elementi eterogenei che lo componevano di per sé non possono riassumerlo, trasformarsi in sineddoche. Se si è irrazionalisti o esoteristi, o se si è populisti, o imperialisti, o xenofobi, o addirittura razzisti, non si è fascisti, ma si è, tautologicamente, irrazionalisti, esoteristi, populisti, ecc. Così come fu, prima dell’avvento del fascismo, che si limitò ad affastellare un insieme di atteggiamenti e idee, così come è oggi. A meno di non rendere fascisti ante litteram i romani o i greci, gli esoteristi elisabettiani, i conquistadores spagnoli e gli schiavisti americani.

L’Ur fascismo, o il “fascismo eterno”, è un flatus vocis, è l’inesistente tribunale da cui trarre l’imputazione di fascista contro chiunque abbia idee che non coincidano con la vulgata progressista di cui Eco fu uno dei sacerdoti laici.

   

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