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Kultura fascista

settembre 11, 2020 • Politica, z in evidenza

di Niram Ferretti –

In questo tempo di pesi massimi del pensiero (mai avuti così tanti), dobbiamo ringraziare la fashion influencer Chiara Ferragni, che chiedendosi dove andremo a finire, domanda conseguente all’uccisione del giovane Willy Monteiro Duarte e posta da suo marito il rapper Fedez, si è poi risposta da sola agganciandosi a una poderosa riflessione di @spaghetti politics. 

Andremo a finire male, senz’altro, se non verrà sradicata la “cultura  fascista”. 

Lo immaginavamo. Nonostante gli indagati per l’omicidio del giovane, non siano noti per fare parte di nostalgici del Duce, essi sarebbero degli epifenomeni della “cultura fascista”. 

Ora, la “cultura fascista” bisognerebbe capire esattamente in cosa consista, quali siano i suoi stilemi, i suoi ingredienti essenziali, e chi la rappresenti al meglio (o al peggio) oggi qui in Italia. 

Si può provare con un elenco approssimato: Il nazionalismo esasperato con corredo di suprematismo, la xenofobia, l’odio per il diverso, il culto della virilità e del vigore, la donna al proprio posto come angelo del focolare, il maschio al proprio posto come capofamiglia e dispensatore di autorità, e poi, naturalmente, Dio, patria e famiglia. 

Ma no, o meglio, sì, ma fino a un certo punto. 

Perché oggi “la cultura fascista” è tutto ciò che si contrappone alle parole d’ordine della sinistra, ovvero chi non è a favore dell’immigrazione selvaggia, chi pensa che le istituzioni sovranazionali non dovrebbero interferire nell’andamento politico ed economico dei singoli Stati, chi pensa che l’Islam non sia una religione della concordia e che davvero no, non faccia parte del corredo culturale dell’Europa, chi ritiene che le adozioni e i matrimoni omosessuali non siano fulgidi esempi delle magnifiche e inarrestabili sorti progressive a cui siamo avviati, chi ritiene che ci siano culture  e civiltà superiori ad altre,  e, di conseguenza, vi siano popoli più evoluti e altri meno. 

Sentirsi dare del fascista perché si hanno queste idee, magari ben argomentate, non espresse tra un rutto e un bercio, è questione di un momento. Non è necessario essere muscolosi, rasati o tatuati o praticare un misto di arti da combattimento, anche se, chi accorpa in sé questi elementi, quanto meno è assai sospetto. Basta avere le idee summenzionate e si può pure essere pingui e senza tatuaggi. 

I fratelli Bianchi di Colleferro sono soprattutto dei tamarri di provincia, dei balordi inclinati alla violenza, e chi volesse, loro tramite, salire per li rami fino alla “cultura fascista” farebbe una fatica inutile, perché giunto in cima all’albero, nel mezzo delle fronde non troverebbe nessuna cultura e nessun fascismo, ma solo una drammatica e desolante povertà concettuale.

La “cultura fascista” è un facile corpo contundente come tutto ciò che è impastato di demagogia e semplicismo, fatto apposta per non trovare risposte più adeguate e meno, assai meno, strumentalizzabili. 

Potere dire, per alcuni, che i mandanti morali dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, sarebbe il massimo, come dire che Donald Trump (oggi il Behemoth degli “antifascisti” da salotto e da centro sociale) è il mandante morale della morte di George Floyd. 

Sono tempi propizi per questa pseudo-sociologia d’accatto. Che a trovarla plausibile sia una fashion influencer, e insieme a lei i suoi esaltati fan, ci dice non dove andremo a finire, ma dove siamo già finiti.   

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