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Le leggi razziali e le conseguenze sulla cultura italiana

settembre 4, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Cinque e sette settembre 1938: in prossimità dell’autunno ha inizio “ufficialmente” il pogrom di stato in Italia. La Gazzetta Ufficiale pubblica due decreti “sulla difesa della razza”, che raccolgono in gran parte i contenuti del Manifesto per la difesa della razza, apparso sul Giornale d’Italia del 14 luglio e firmato da numerosi esponenti del mondo della cultura e della scienza. Gli italiani di origine ebraica vengono così, d’autorità, privati di ogni diritto. Uno dei focolai della “pulizia etnica” del fascismo saranno le scuole e le università. 

Nello spazio di poche settimane, quattromila persone perdono i loro posti di lavoro, per essere cacciate nel nulla dell’apolidia, senza possibilità non solo di proseguire le loro carriere, ma anche di sopravvivere. Seimila studenti vengono allontanati dalle scuole pubbliche del Regno. In quei giorni, una profonda ferita venne inferta alla cultura italiana. 

Uno storico della scienza, il compianto Giorgio Israel, ha ricostruito quegli eventi in un libro, drammatico nella sua fredda e documentata esposizione dei fatti e del masochismo di quelle stagione. Il libro, quasi introvabile nelle librerie, ormai sempre più simili a luoghi d’intrattenimento, s’intitola Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime. In genere, su quella vicenda si stende un velo retorico, limitandosi a considerarla una parentesi vergognosa, ma non si affronta realmente il problema dell’antisemitismo italiano e della mutilazione della cultura nazionale prodotta dall’espulsione dell’elemento ebraico.

La giustificazione che di solito copre quegli anni e quelle leggi è una sorta di richiamo allo stato di necessità: la pressione dell’alleato nazista, sempre più forte e invasiva, l’ottusità dei gerarchi fascisti e l’opportunismo di Mussolini, disposto a sacrificare qualche migliaio di ebrei pur di accontentare Adolf Hitler. Esiste anche l’idea di una pretesa estraneità della cultura italiana ai semi funesti del razzismo e dell’antisemitismo di stato. In realtà, osserva l’autore, il razzismo nostrano, di cui quei due decreti rappresentarono la sanzione, non nasce dal nulla. Non è solo servilismo e imitazione del nazismo, ma ha radici profonde, ben inserite nel tessuto del nostro Paese e resero possibile la campagna razziale, che incontrò solo deboli tentativi di opposizione, e che ottenne il massimo consenso proprio tra gli intellettuali e i docenti universitari. 

Israel individua le radici in tre filoni intellettuali: l’imitazione dei nazisti, naturalmente, che però secondo l’autore pur giocando un ruolo politico importante, non ne rappresentò il ramo principale; l’antisemitismo cattolico, coltivato anche da esponenti della gerarchia ecclesiastica, allora ancorata alle immagini dei “perfidi ebrei” e degli “ebrei deicidi” (si ricordino le parole di padre Agostino Gemelli in morte di Felice Momigliano), pur se già allora v’ era chi nel mondo cattolico ne prendeva le distanze; e infine lo scientismo, alimentato da una scuola di eugenetica nazionalista che, riecheggiando la retorica mussoliniana, voleva riaffermare il mito della “stirpe italica” erede della grandezza di Roma, portatrice di civiltà nel mondo, e che perciò doveva depurarsi delle scorie che le si erano incrostate in secoli di invasioni. Le truculente tematiche paranaziste del “razzismo del sangue” erano sventolate su La difesa della razza, su Il Tevere e La vita italiana da personaggi come Telesio Interlandi, Giovanni Preziosi, Giorgio Almirante, Julius Evola, tutti argomenti benevolmente appoggiati dal Ministero della cultura popolare. Ma in realtà incidevano relativamente poco sia sui centri decisionali fascisti che sui sentimenti della nazione.

Un’Italia sostanzialmente indifferente al tema della purezza etnica, abituata, anche suo malgrado, ad aver avuto a che fare con occupanti di ogni luogo. Più insidioso si rivelò lo “spiritualismo” di matrice cattolica – ove si distingueva il gesuita Tacchi Venturi e il sopraccitato Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze – a quello che si rifaceva alla “purezza della stirpe italica”, di cui erano portatori gli “eugenisti”, medici e biologi del livello di Nicola Pende, che – pur negando a posteriori di avere aderito al Manifesto della difesa della razza, che pure portava la sua firma in calce – ammoniva: “italici con italici, per poter conservare e migliorare ancora i puri caratteri civilissimi della progenie di Roma”. In questo quadro, rilevante diveniva l’apporto “scientifico”. I più sensibili alle suggestioni razziste erano i filoni delle scienze demografiche, psichiatriche, eugenetiche e antropologiche. 

Secondo l’autore la connessione tra la tematica razziale e le scienze umane è di un’evidenza sconcertante. Inoltre, Giorgio Israel affronta un equivoco a lui molto caro, quello della pretesa neutralità della scienza e del suo carattere di “sapere oggettivo”. Mentre il “razzismo del sangue” di derivazione nazista era appannaggio di personaggi scientificamente di scarso rilievo e imbevuti di suggestioni mistiche ed esoteriche, a dirigere l’Ufficio studi sulla razza sedeva dapprima l’antropologo Guido Landra e poi il demografo Sabato Visco, preside della Facoltà di Scienze dell’Università di Roma, direttore dell’Istituto Nazionale della Nutrizione (la cui creazione aveva egli stesso postulato in nome della “politica autarchica” del regime), segretario del Comitato biologico del Consiglio Nazionale Delle Ricerche. Furono personaggi di questo calibro – come Corrado Gini (colui che inventò il “Coefficiente di Gini”, ancora usato in statistica), Arturo Donaggio, Edoardo Zavattari, Nicola Pende e altri illustri scienziati – a rendere il razzismo patrimonio ufficiale del mondo scientifico e culturale. Suscitando scarsi dissensi.

Uniche eccezioni di rilievo – ovviamente inascoltate – furono il filosofo Giovanni Gentile, lo scrittore Massimo Bontempelli e il fondatore del futurismo Tommaso Marinetti. Sommesse voci discordi si levarono anche in ambienti cattolici, preoccupate tra l’altro dalla piega “pagana” che sembrava prendere la persecuzione antiebraica. Ma, in genere, silenzio. 

Il massimo consenso alla campagna razzista rilevano si manifestò tra gli intellettuali e i docenti universitari. A sua volta De Felice, nel suo testo seminale Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, scriveva: “Troppi uomini di cultura videro nell’antisemitismo di Stato una maniera per mettersi in mostra, fare carriera, fare denaro, per sfogare i loro rancori e le loro invidie contro questo o quel collega”. Israel è implacabile nel denunciare il mondo scientifico, che quando non aderì al razzismo in forme talvolta sorprendentemente zelanti, tacque o al più emise qualche borbottio sommesso.

Spesso non fu un silenzio da intimoriti. Alla vigilia delle leggi razziali, gli ebrei in Italia rappresentavano una minuscola frazione della popolazione, ma fornivano il sette per cento dei docenti universitari. Tra loro, nomi illustri, specie nel campo della fisica e della matematica: basti ricordare Tullio Levi Civita (che aveva contribuito alla creazione di quel “calcolo differenziale assoluto” che venne utilizzato da Einstein per le equazioni della relatività generale), e altri nomi illustri della matematica come Vito Volterra, Federico Enriques, Guido Castelnuovo, Corrado Segre, Alessandro Terracini. E tra i fisici Bruno Rossi, Emilio Segrè (poi premio Nobel), Ugo Fano, Franco Rasetti, Bruno Pontecorvo e numerosi altri, che andarono ad arricchire le università americane e non solo.

Molti tra loro furono costretti all’esilio (come lo stesso Enrico Fermi, che ebreo non era ma aveva una moglie ebrea), altri costretti al silenzio e alla miseria, esclusi da quegli istituti che avevano fondato, come Levi Civita che si vide negare persino l’ingresso alla biblioteca del suo Istituto di Matematica dell’Università di Roma dal nuovo direttore, Francesco Severi, grande matematico egli stesso, ma zelante esecutore delle direttive del Minculpop.

Una componente essenziale del “tradimento dei chierici” italiani nei confronti dei loro colleghi ebrei fu da una parte la caccia alle prestigiose cattedre occupate da israeliti: si aprivano varchi insperati per numerose carriere universitarie, basti pensare a Norberto Bobbio che sostituì Adolfo Ravà; dall’altra, probabilmente, una sorta di complesso di inferiorità di molti docenti nei confronti del cosmopolitismo degli intellettuali ebrei (anche di quelli che avevano aderito al fascismo, e non erano pochi), alla loro capacità di dialogare con le avanguardie della cultura e della scienza mondiale. E, di conseguenza, la difesa di un’autarchia intellettuale che consentiva di stabilire da sé le proprie misure, evitando il confronto con il mondo, e che trovava una legittimazione nello spiritualismo, nella “stirpe italica”, nel “valore eterno e supremo della civiltà romana”, il tutto coniugato alla componente “scientifica” dell’ eugenismo e dell’antisemitismo. Con quei decreti, il provincialismo trionfò anche nelle università, oltre che nelle piazze. Con conseguenze disastrose per l’accademia italiana.

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