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Antidoto al caos

settembre 1, 2020 • Agorà, z in evidenza

 

di Niram Ferretti –

La rimonta di Donald Trump, dato, durante l’apice della pandemia venuta dalla Cina (the Chinese virus), a lunghi passi dI distanza dal rivale Joe Biden, è, in fondo, nelle mani degli estremisti della giustizia sociale, i militanti di Black Lives Matter, e i loro supporters. 

Il saccheggio e la distruzione di proprietà privata, il caos ben organizzato, non trovano sostegno nel cuore e nella mente dell’americano medio. Lasciamo da parte la sinistra radicale, i fanatici che vorrebbero fare credere che gli Stati Uniti siano peggio del Sudafrica dell’apartheid, spingiamo di lato il giornale megafono del revisionismo storico dei salotti liberal, quel New York Times secondo il quale l’intera storia americana andrebbe letta sotto la luce fosca del peccato originale nella sua versione aggiornata, non la disobbedienza nei confronti di Dio, ma lo schiavismo (e cosa se no?). 

Lasciamo da parte Robin DiAngelo e il suo libro White Fragility, la cui tesi portante è che tutti i bianchi sono razzisti, volenti o nolenti, e debbono essere rieducati a questa comprensione. Lasciamo da parte anche Vicky Osterweil autrice di un altro libro, dal titolo emblematico, In Defense of Looting, (In difesa del saccheggio), secondo la quale “Il saccheggio è un potente strumento per determinare un cambiamento reale e duraturo nella società.

I rivoltosi che rompono le finestre e prendono oggetti dai negozi. . . sono impegnati in una potente tattica che mette in discussione la giustizia della ‘legge e dell’ordine’ e la distribuzione di proprietà e ricchezza in una società fondata sulla diseguaglianza”. Mettiamo un attimo tra parentesi la psicopatologia collettiva, discesa direttamente dai processi di Salem, che sta affliggendo gli Stati Uniti, e che ha trasformato un delinquente comune di colore ucciso malamente, George Floyd, in una figura numinosa e redentiva. Lasciamo da parte questo e altro e concentriamoci sulla realtà concreta, sottratta alle allucinazioni, alle pozioni magiche, ai tarantolati.  

Abe Greenwald in un articolo scritto sull’ultimo numero di The Commentary, a proposito di quanto sta accadendo in America scrive:

“La battaglia per la sopravvivenza degli Stati Uniti d’America è alle porte. Non si è presentata sotto forma di guerra civile tradizionale. Non ci sono eserciti in uniforme, bandiere in competizione o costituzioni alternative. La grande resa dei conti non viene combattuta entro i limiti fisici di un campo di battaglia. Invece sta accadendo intorno a noi e direttamente su di noi. Definisce la nostra cultura, sostiene i nostri media e dà nuova forma alle nostre istituzioni pubbliche e private. In questa lotta, non c’è distinzione tra quella che una volta era conosciuta come la guerra culturale e la politica intesa correttamente. Il confronto si estende attraverso il tempo e lo spazio, riformulando il nostro passato lontano mentre trasforma l’orizzonte, eruttando da costa a costa e limitando le nostre vite in modi sottili e ovvi. E sta accadendo troppo velocemente perché noi si possa prenderne piena misura”.

Questa è la questione concreta, l’immediato empirico. Una ondata oltranzista che trova sponda nei mass media, nella stampa liberal, nell’accademia, nel demi monde hollywoodiano, che vorrebbe annientare il passato per rifare il presente facendolo partire dal nuovo ab initio puro e giusto (specifico trito e ritrito di ogni rivoluzione, che non può fare a meno di tradire sempre la propria derivazione escatologica in salsa intramondana). 

La violenza come catarsi per inaugurare il mondo nuovo fondato sulla condanna della bianchezza, sfugge, nella sua portata cosmica all’elettore medio, ma non gli sfugge la sua manifestazione orizzontale, la distruzione e il saccheggio della proprietà privata, l’iconoclastia sempre più indiscriminata che dalla statua del Generale Lee giunge a Cristoforo Colombo, ma soprattutto non gli sfugge che è necessario mettere fine a questa ondata che può essere arginata solo attraverso la forza della legge e, dove occorre, la legge della forza. 

Per difendere l’esistente, botteghe, luoghi pubblici custodi di memoria storica, la propria stessa specificità razziale, che non è attaccata a nessuna colpa, perché non si è colpevoli di essere nati bianchi e chi, come la deragliata autrice di White Fragility lo pensa, non si rende conto di riproporre il topos caro ai razzisti veri e ai suprematisti hardcore, quello della colpevolezza ontologica, determinata dalla pelle. 

E’ qui che entra in gioco Donald Trump nel ruolo che sembra essergli stato consegnato da Dirty Harry, il custode dell’ordine e della legge, il basileus wasp. E di fatto, nell’ordinamento costituzionale americano, uno degli attributi del Presidente è quello di essere Commander in Chief, comandante in capo, così come il basileus, nel periodo più arcaico della civiltà greca, era soprattutto un reggitore di milizie.

L’ordine e la legge, gli unici antidoti al caos sovvertitore mascherato con i panni della giustizia sociale e necessitato, per motivare il proprio radicalismo, a rappresentare gli Stati Uniti come una distopia.

Forse, alla fine, dovremo ringraziare Black Lives Matter e i suoi turiferari se Donald Trump verrà riletto. 

 

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