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Il sultano e la grandeur

agosto 30, 2020 • Medio Oriente, Uncategorized, z in evidenza

di Mario Frascione –

Lord Byron morì in Grecia nel 1824, dove era andato a combattere per l’indipendenza ellenica dall’impero ottomano. Circa un secolo più tardi il suolo turco vide il primo genocidio del Novecento, quello dei cristiani armeni.

Ma, fin dal XV secolo, la caduta di Bisanzio (già  Costantinopoli) in mano islamica aveva segnato irreversibilmente il destino dell’Anatolia e dell’intero Mediterraneo per il tempo a venire. Sulla terra che vide lo splendore della civiltà greca, che fu sede di comunità ebraiche e cristiane fin dalle origini e divenne capitale dell’impero romano d’oriente ben oltre la caduta di quello d’occidente, sventola da secoli la bandiera con la mezzaluna, simbolo di una potenza che ha minacciato ripetutamente e pericolosamente l’Occidente.

Fino a vent’anni fa eravamo probabilmente abituati a pensare tutti questi eventi con il sufficiente distacco di chi guarda alla storia senza considerare i legami arteriosi che sempre collegano in profondità il passato col presente.

Antica debolezza della concezione lineare, aggravata da un ottimismo hegeliano cresciuto a dismisura nella nostra condizione di relativa tranquillità successiva al secondo conflitto mondiale.

I recenti sviluppi nel Mediterraneo Orientale portano invece acqua al mulino di Giambattista Vico, che vi troverebbe probabilmente spunti ed elementi a favore della propria concezione della dinamica storica, troppo spesso banalizzata a superficiale ritornello: corsi e ricorsi.

Tale dinamica mostra quanto illusoria fosse la percezione di chi acclamava addirittura l’inclusione della Sublime Porta in Europa, ipotesi fortunatamente accantonata anche grazie alle energiche resistenze degli scettici. E la filigrana che ci permette oggi di vedere con maggiore trasparenza la continuità col passato è l’inarrestabile marcia di Erdogan, presidente e leader maximo della rinata potenza,  da tempo orientato internamente all’acquisizione di un potere assoluto, e in politica estera a una “grandeur” neo-ottomana.

Il potente impero che nel corso dei secoli ha minacciato ripetutamente e seriamente l’Occidente europeo ha esercitato un potere macro-regionale quasi incontrastato almeno fino alla collisione inconciliabile con le spinte espansionistiche delle grandi potenze coloniali, Inghilterra in testa. 

Uno scontro che alla fine ne circoscrisse drasticamente la supremazia geopolitica ed ebbe come risultato indiretto il ridimensionamento della connotazione islamica con la salita al potere di Kemal Atatürk, che garantì uno sforzo considerevole di modernizzazione e laicizzazione di istituzioni e società. Fu un processo che impresse una direzione di cambiamento di cui ancora oggi rimangono tracce significative, benché non siano sufficientemente robuste da  contrastare il recupero, scientemente programmato da Erdogan, di un Islam forte della sua piena dimensione politica.

Esito conseguente sono la rimozione sistematica di quanto resta della presenza cristiana, di cui la conversione di Santa Sofia in moschea è il simbolo più eloquente, e la scalata alla leadership di una parte consistente del mondo islamico.

In politica estera la linea della grandeur si è tradotta in comportamenti ostili e aggressivi nei confronti di stati membri dell’Unione Europea, al di là di quanto esercitato a suo tempo con la storica e illegittima occupazione cipriota, che oggi si connota come una sinistra e precoce anticipazione.

Non solo gli interessi legittimi dell’Italia sono stati compromessi nel settore estrattivo, ma aperte provocazioni e sconfinamenti territoriali continui avvengono ai danni della Grecia, già fatta oggetto di flussi migratori insostenibili e usati anche come arma di ricatto contro l’intera Unione Europea. La Turchia vuole il proprio lebensraum.

Tutti elementi che rendono ormai evidente la grave incoerenza della presenza turca all’interno della Nato e dovrebbero indurre, se non a una aperta estromissione (a cui forse gli Stati Uniti sarebbero restii), sicuramente a un suo declassamento.

All’interno del mondo islamico sembra di assistere invece attualmente al consolidamento di due fronti antagonisti: quello wahabita/sunnita alleato con gli Stati Uniti e (forse) pacificato con Israele, contro l’altro di cui proprio Erdogan sarebbe il tessitore, che vedrebbe la Turchia alleata del Qatar e dell’universo sciita (Iran) in collegamento stretto col mondo islamista, intenzionata perfino a insidiare il primato saudita sui luoghi santi (La Mecca e Medina, con un occhio alle pretese su Gerusalemme).

Nulla di nuovo, sciaguratamente, anche nei confronti della popolazione curda che ha continuato a essere oggetto di vessazioni e attacchi, anche nel contesto del vicino teatro bellico siriano.

È una proiezione geopolitica stupefacente. La mezzaluna si allunga verso est, ospita e fiancheggia i palestinesi di Hamas in funzione anti-israeliana, presenzia da protagonista il campo libico ove pone proprie basi militari cacciando l’ospedale italiano. E non si limita alle coste del Mediterraneo, infiltrandosi anche in Africa continentale.

Uno dei punti di forza di Erdogan è certamente dato dalla letargia e inconsistenza della politica estera dell’Unione Europea.

Fino a oggi il governo italiano poteva essere classificato come “non pervenuto” persino a fronte delle bellicose minacce subite dall’Eni. 

La Francia, più reattiva, aveva inviato unità navali sul teatro Egeo, ormai connesso con quanto accade in Libia; la Germania (che ospita molti Turchi e fornisce la loro madrepatria di armamenti) balla da sola e tratta sottobanco col califfo, forse spartendosi con lui le membra della tribolata Grecia, su cui ha già messo parzialmente le mani in occasione del default.

Gli Stati Uniti non entrano per ora in partita. Trump è impegnato sul fronte interno nella corsa elettorale e probabilmente non vuole fornire spunti agli attacchi democratici su esiti problematici in politica estera, come nel caso della sospensione della sovranità israeliana in Cisgiordania.

Dunque per Erdogan, sultano del terzo millennio, un successo inarrestabile? Un tallone d’Achille è quello dell’economia turca, non proprio un colosso ai tempi duri della recessione mondiale Covid, ma Ankara flirta con partner che non hanno problemi di risorse. Per esempio il Qatar, senza disdegnare affari opachi con gli islamisti, e sarà sicuramente pronta ad accordi funzionali con la Russia e la Cina, entrambe interessate a un avamposto sulle acque europee.

In estremo ritardo l’Europa mostra una reazione minima di contenimento dell’aggressività turca, con una esercitazione militare congiunta che vede affiancate Francia, Cipro, Grecia, Italia.

Alla luce degli attuali sviluppi si ricrederà forse Paolo Mieli, con la tesi “ecumenica” che l’attacco all’impero ottomano del XIX secolo fu il vaso di pandora da cui discesero molti mali europei del secolo successivo. Se mai, la storia recente mostra la nostra miopia nel considerare estinta l’epopea ottomana.

Un ennesimo squillo di tromba per noi soporosi Europei, decadenti figli di un’eredità straordinaria che stiamo rapidamente delapidando e di cui dobbiamo invece quanto prima riconquistare consapevolezza. Abbiamo dimenticato che la storia si fa – anche – con l’esercizio della forza. Speriamo che qualcuno ricordi l’antica massima dei nostri progenitori: si vis pacem para bellum.

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