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Cesare Pavese che si licenziò dal “Mestiere di vivere

agosto 30, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Roberto Zadik –

E alla fine Pavese si licenziò dal “Mestiere di vivere”, una riflessione sul tabù del suicidio a 70 anni dalla sua morte. 

Non è poi così vero che oggi nel 2020 si possa affrontare qualsiasi argomento e in Italia esistono ancora diversi tabù. Fra questi la depressione e il suicidio, quel “Male oscuro” che tormenta spesso e volentieri artisti, scrittori e creativi e che il 26 agosto 1950 spinse il sobrio e lucidissimo scrittore e poeta torinese Cesare Pavese a togliersi la vita a soli 41 anni, di licenziarsi dal “Mestiere di vivere” (titolo di una delle sue opere più celebri) .

Due settimane prima del suo 42esimo complenanno che sarebbe stato il 9 settembre.

Questo articolo, come tanti miei omaggi, non vuole essere solo un omaggio all’eccezionale ingegno di Pavese e alla bellissima Torino, nota anche per diversi intellettuali importanti, dal “narratore dell’inenarrabile” Primo Levi che narrò con coinvolgente sobrietà la tragedia dell’Olocausto e che  si suicidò come Pavese, a Edmondo De Amicis e allo splendido “Libro Cuore”, ma una riflessione spero esaustiva, sul grande silenzio che avvolge il dramma di chi si toglie la vita.

Ma chi era Cesare Pavese e come mai fu tanto importante nel panorama letterario e intellettuale? Quali le cause possibili e eternamente irrisolte del suicidio in quell’anonima camera d’albergo dopo una overdose di sonniferi?

Stranamente l’estate sembra la stagione peggiore per chi vuole “farla finita” e da luglio a settembre una fitta schiera di talenti si suicidò. Scrittori come Hemingway che si sparò col suo fucile da caccia a 62 anni il 2 luglio, attori come Marilyn Monroe icona immortale di bellezza e fragilità, il 4 agosto e il sucidio shock del geniale intrattenitore Robin Williams che si impiccò al lampadario di casa l’11  agosto, rockstar e strane overdose da Jim Morrison e Brian Jones curiosamente Morrison scrisse una poesia sulla sua morte e morì 2 anni dopo, lo stesso giorno e alla stessa età, a Elvis Presley,  al produttore dei Beatles Brian Epstein. Ancora più curiosamente, il suicidio sembra essere molto diffuso in persone creative, artistiche o in grandi industriali, in chi ha “l’ansia da prestazione” continua.

Tornando a Pavese egli fu un eccelso letterato dalla prosa efficace e fine, dall’impareggiabile dono d’osservazione, malinconico ma mai vittimista e ripetitivo come altri, non ho mai amato Leopardi né Carducci o Pascoli, sempre contenuto e spesso sottilmente ironico. Educato rigidamente dalla madre, dopo essere rimasto da piccolo orfano del padre, legatissimo come Leopardi, al suo “natio borgo” di Santo Stefano paesino delle Langhe, nonostante avesse vissuto maggior parte della sua breve e intensa vita a Torino, appassionato delle prose entusiaste e a volte ridondanti di D’Annunzio, così opposto alla sua personalità, come il volitivo Alfieri, piemontese come lui, Pavese venne colpito fin da giovane da un misto di salute fisica e morale estremamente precaria e da una perenne irrequietezza.

Ingegno precoce, dedito alla poesia fin dall’adolescenza, fu  uno dei primi, a scoprire la letteratura angloamericana e questo è sicuramente fra i suoi meriti, influenzando probabilmente la sua amica e traduttrice Fernanda Pivano, genovese di madre scozzese scomparsa a 82 anni nel 2009 che ebbe il grande merito di far conoscere al pubblico italiano talenti della Beat Generation come Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti. Poeta, a  traduttore, intellettuale, Pavese è stata una figura assai interessante e contraddittoria, sospinto da passioni e entusiasmi e tutt’altro che passivo, collaborando attivamente nel campo della Cultura, scrivendo per riviste fin da giovanissimo, rapito dalle prose di Hemingway, anche lui finito suicida e dai versi di Edgar Lee Masters, che ispirarono anche il grande De Andrè per la sua versione in musica de “L’antologia di Spoon River”, tradusse il capolavoro di Herman Melville “Moby Dick”.

Il vero tormento di Pavese furono le donne, con cui ebbe un rapporto difficilissimo. Vitale ma represso, curioso ma molto timido, nascondeva una forte ipersensibilità sotto quei modi schivi e un po’ austeri, quelli spessi occhiali e gli impermeabili. Attività febbrile, ossessione per il tema del lavoro come dimostra anche il titolo di uno dei suoi primi componimenti “Lavorare stanca”, vittima della barbarie fascista, arrestato e confinato in Calabria per un anno, a 34 anni cominciò a scrivere prose e sempre di più i romanzi lo assorbiranno nella sua fertile e nostalgica vena letteraria.

Capolavori di profondità e efficace emotività sono “La bella estate” e il suo ultimo e dolente “La luna e il falo”. Legatissimo alla Pivano, genovese di madre scozzese, a una certa Tina Pizzardo, matematica torinese e coraggiosa antifascista, quella strana relazione con quella  attrice americana Constance Dowling che fu l’ultima passione della sua vita e che anche lei morì giovane a soli 49 anni. A fine agosto del 1950 se ne andava Pavese, una delle voci letterarie più versatili e stimolanti del panorama culturale del nostro Paese ma anche internazionale, che meriterebbe come troppi altri di essere apprezzato e riscoperto. Di ricevere una tardiva e quasi necessaria compensazione a quel “male di vivere” e quell’insicurezza che lo portarono ad un sonno senza risveglio assumendo oltre dieci buste di sonnifero. 

Il suicidio, quel sinistro tabù e la depressione nella società del “felicisimo cronico”: Mi sono sempre chiesto perché alla domanda, spesso formale “Come va?” bisognasse rispondere sempre “tutto bene”.  Come mai anche la semplice e sanissima “malinconia” sia da molti sfuggita peggio del Covid 19. Poi apro giornali e siti internet e leggo sempre di suicidi “per motivi economici”. Ma molti ricchi si sono tolti la vita e molti poveri vivono dignitosamente la loro condizione.

Saranno davvero solo i soldi, i problemi di lavoro a portare gli esseri umani a un’azione tanto inspiegabile e irrisolvibile? Ogni volta che sul metrò qualcuno si buttava di sotto sentivo commenti imbarazzanti. Il peggiore “ma non poteva suicidarsi a casa?”. Le reazioni della gente al suicidio sono fra le più svariate, ma esso è innegabile che susciti un senso di spaesata angoscia, di rassegnato dispiacere. Ma perché si arriva a questo? Quali i fattori scatenanti? E’ sempre disagio esistenziale, è sempre follia? Difficile dare una risposta e ci vorrebbe un trattato di vari volumi per almeno affrontare parzialmente questo tema così spinoso, condannato da tutte le religioni, che crea imbarazzo e quasi terrore in chiunque debba anche minimamente nominarlo.

Statisticamente con Covid e crisi economica terribile, il numero dei suicidi nel nostro paese è in netto aumento. Ma quali sono altri eventuali motivi? Sicuramente la solitudine, tema di una delle più belle poesie di Pavese, l’isolamento volontario o imposto dall’abbandono o dall’indifferenza di chi ci circonda, quel formale disinteresse che spinge troppe persone a isolare chi secondo loro è “out”, non in linea coi loro parametri, chi non li conviene socialmente, lavorativamente o non risulta attraente o vantaggioso.

Così come gli insuccessi nelle  classiche aree da previsione astrologica “amore, successo o lavoro”.  Molta depressione e morbosa dipendenza dai social, dipendono dalla solitudine che lentamente trascina ogni uomo, anche i solitari e i timidi come Pavese, nelle fosse delle sue complessità., dalla mancanza di successo vera o presunta e la cui rincorsa deprime sempre di più il carattere Non so se si debba per forza essere depressi, malinconici, chiusi per arrivare a suicidarsi, se si debba per forza fallire, molte star di successo si suicidarono e questo misterioso “Male oscuro” rimane sia oscuro e insondabile da analizzare a ancora di più da curare in ognuno di noi. 

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