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Houellebecq il reazionario e nostalgico contro i quaccheri della modernità

agosto 17, 2020 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Michel Houellebecq è un reazionario e un nostalgico. Lo sanno tutti i suoi lettori e non solo quelli che lo seguono da Il senso della lotta, dove scrive: “Mi sarebbe piaciuta una patria, qualcosa di forte e di grande”. Il tabagista Michel si inserisce nel solco dei grandi moralisti delle lettere francesi. Coi suoi romanzi e le sue poesie si è guadagnato un posto accanto a La Rochefoucauld, Péguy, Bernanos e Muray. Tanto per citarne qualcuno. Nell’ultima intervista che ha concesso a Gilles Martin-Chauffier per Paris-Match, è tornato a farsi sentire con tutto il suo repertorio da iena incontemporanea:

“Grazie al mio lavoro mi sono conquistato la reputazione di reazionario e declinista. Non esito a consolidarla dicendo che, sì, per molti versi si stava meglio prima”.

La definizione di “reazionario” non lo disturba fin dai tempi dell’inchiesta di Daniel Lindenberg sui “nouveaux réactionnaires”, dove venne designato come critico passatista della modernità insieme ad Alain Finkielkraut, Maurice G. Dantec, Pierre Nora, Pascal Bruckner e Alain Besançon. 

Houellebecq rincara la dose affermando: “La nostalgia è un sentimento attivo, più vicino alla rivolta di quanto si possa immaginare. Non possiamo essere gelosi di uno status che ci pare inaccessibile, non possiamo provare nostalgia di un tempo di cui non si ha, nemmeno fugacemente, idea di come si vivesse”. Lo scrittore francese non può provare nostalgia per la Belle Époque, ma sicuramente la può avvertire per il mondo pre-Sessantotto che ha conosciuto da ragazzo, seppur fugacemente, ovvero la Francia ordinata, cattolica, patriottica e rurale. Poi, è arrivato il “Progresso” che ha così ben raccontato nei suoi capolavori, il tritacarne della modernità che recide i legami familiari, religiosi, nazionali e, per dirla con Marx, “ha fatto annegare nelle gelide acque del calcolo egoistico i sacri fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco, del sentimentalismo piccolo-borghese”.

All’età di sessant’anni, Michel, non si sento comunque responsabile del mondo in cui ha vissuto: “non mi sento responsabile per questo stato di cose. Non ho mai votato per Giscard né per Mitterrand, tanto meno per Chirac. In assenza di buoni candidati, ho preferito astenermi. Per chi ho votato in questi anni? Ricordo Édouard Balladur. Ricordo di aver votato per Philippe de Villiers e Charles Pasqua”. Houellebecq ha votato due conservatori, due gollisti euroscettici. La sua sfiducia nei confronti della tecnocrazia europea (e della democrazia rappresentativa) è massima: “Sostenitore della democrazia diretta, in linea di principio sono contrario all’elezione di rappresentanti, ancor più se riguardano alcune istituzioni europee. Votare alle europee è una specie di assurdità al quadrato per me. Della costruzione europea mi sento pressoché innocente”.

La modernità, sia essa liberale o socialdemocratica, non lo ha mai convinto. Come Giano vede bene sia il futuro che il passato, ma ama quest’ultimo ed è catafratto ai richiami delle sirene del nuovo che avanza. Prese le distanze sia dalla sinistra comunista, quanto dal neoliberismo della destra: “Non sono mai andato in estasi leggendo dei risultati pratici di Mao Tse-tung, non ho mai danzato sull’asfalto parigino inneggiando “Ho! Ho! Ho Chi Minh!”. Non avendo un passato di sinistra da farmi perdonare, mi sono guardato bene dallo scrivere sciocchezze monetariste, in voga durante l’era Reagan-Thatcher”.

Ciò che più disturba Houellebecq, sono le tendenze mercantilizzanti, razionalizzanti e desacralizzanti della “modernità tardiva”, per usare una definizione di Chantal Delsol. Lungi dal rappresentare una liberazione, il “Progresso” norma, vigila, sorveglia e controlla. L’autore di Serotonina racconta le sue piccole e viziose ribellioni all’impero del Bene burocratico: “Ho costantemente, e non senza coraggio, resistito all’interdizione di fumare nei luoghi pubblici… Senza essere un fan delle droghe non legalizzate, ne ho fatto uso. Infine, ho fatto ricorso alla prostituzione, in più occasioni (non più di tanto, anzi, mi ero addirittura astenuto, in Francia è organizzata davvero male, ma la legge che punisce i clienti mi ha obbligato a ricominciare, almeno una volta). Insomma, ho fatto del mio meglio per lottare contro leggi che mi sembravano contrarie alla mia concezione della libertà individuale”. Impossibile non immaginario come il protagonista del suo ultimo romanzo, un capolavoro reazionario, mentre manomette i dispositivi anti-fumo degli alberghi. 

Le prostitute sono state la sua ribellione al femminismo misandrico imperante: “Incolpevole di ogni esasperazione femminista, lo sono anche dell’igienismo, l’altra faccia (la peggiore) del neopuritanesimo che avvolge questo nostro infelice Paese”. Sempre in Serotonina ha contestato la definizione di “femminicidio”, che il suo protagonista trova “piuttosto divertente, faceva pensare a insetticida, o a ratticida”.

Traspare anche un notevole senso di sconfitta dall’intervista: “Sul disgustoso moltiplicarsi di controlli, diagnosi, regolamenti, norme che stanno trasformando la nostra vita in una interminabile Via Crucis amministrativa, le mie possibilità di azione sono sempre state nulle”. L’individuo non può nulla contro la megamacchina dello Stato, col suo incedere pesante e normativo. Houellebecq ha guidato ubriaco sfidando la crociata anti-alcol, ma non può evadere dal Cariddi della burocrazia e dallo Scilla della regolamentazione pervasiva dell’esistenza.

Michel Houellebecq è un punto di riferimento per tutti coloro che si sentono oltraggiati da un mondo sociale che ingiunge e sanziona, che mina la libertà individuale in nome della “liberazione” dell’umanità. Il volto dello scrittore ha qualcosa di salvifico. Se si consuma per la pessime abitudini, sappiamo che sta vincendo la sua battaglia contro il puritanesimo dei quaccheri del moderno.

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