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Il labirinto dei Sentimenti: fra solitudine e infedeltà la grande attualità del film “L’ultimo bacio” 

agosto 15, 2020 • Paralleli, z in evidenza

di Roberto Zadik –

I sentimenti sono sempre stati un enigma irrisolto, una voragine più che un approdo, un punto di domanda dove si cercano punti di riferimento. In essi è facile perdersi, rovinare tutto, fra blocchi e impulsività, fra timidezze e eccessive “fiammate” che portano a tuffi senz’acqua, a tradimenti o invece a passioni compresse e soffocate. Poi ci sono anche tante coppie felici, almeno fino a prova contraria, nella difficoltà di dividere “il felicismo da social network” dalla vera e dura realtà. 

Secondo le statistiche aumentano i single, nella nostra Italia, addirittura i sondaggi Istat, sul sito di Repubblica lo scorso 30 dicembre, poco prima del “flagello Coronavirus” attestavano un 33 percento di “single” e una famiglia su 3 composta da un solo genitore. E chissà adesso dopo i vari segregamenti da lockdown come saranno i dati. Ovviamente la mia Milano è capofila in questa classifica assieme a Roma, ma come mai? Varie le domande e poche le risposte, forse le metropoli, lo stress, la freddezza di tanta gente, il classismo ma sono solo stereotipi e c’è anche una solitudine delle province e dei piccoli centri della quale non si parla altrettanto spesso. 

 Poi arrivano i sondaggi sulle infedeltà, dal Corriere, con tristi primati italiani. Ma i sentimenti oggi che posto occupano nella società? In un mondo e in un Paese dove cresce il “distanziamento sociale” e non solo per il virus e la vera patologia sembra l’abuso del contatto virtuale e del web come sostituzione della realtà e lo stereotipo di tanti stranieri di Paese “romantico” sembra sempre più scomodo nel cinismo e nell’opportunismo arido imperante di molta gente. Nel labirinto dei sentimenti assoluto protagonista è il carattere di chi li prova e la sfida per il cosiddetto equilibrio e la sognata stabilità, sempre che non sia monotonia. C’è chi è troppo impetuoso, chi è timido e non riesce a dichiararli, chi è invece  ipocrita e li recita, chi è freddo e li sfugge o non li capisce e passando dalla personalità si è sempre in continua ricerca di qualcuno che capisca, senta nello stesso modo, riesca a compensare senza “scompensare” questo universo tanto splendido e appagante ma anche tanto fragile e a volte doloroso o deludente. 

La spietata lucidità de “L’ultimo bacio” e la solitudine de “Io ballo da sola”. Due perle fra Muccino e Bertolucci

In questa rovente estate, da cinefilo e appassionato di spettacoli da tutta la vita, ricordo le emozioni forti che mi aveva suscitato il bel film di Muccino “L’ultimo bacio” e le solitudini pittoriche e di altra raffinatezza stilistica de “Io ballo da sola” dello scomparso, incostante e a tratti geniale regista parmense Bertolucci. Per chi demolisce il cinema nostrano, invece in certi casi io mi sento di difenderlo. Si tratta di due piccoli gioielli intimisti, ormai più che datati, quando ero giovane nel vero senso della parola. Ma lo sono sempre interiormente. 

Due film molto diversi, usciti uno nel 2001 “L’ultimo bacio” , ormai quasi 20 anni fa e l’altro nel 1996. Approfondendo il primo e la suggestiva canzone che dava il titolo al film scritta dalla brava Carmen Consoli si tratta, ancora oggi, di un affresco generazionale decisamente riuscito in cui ho ritrovato nella realtà odierna  lo smarrimento, l’infantilismo, la difficoltà a esprimere e a stabilizzarsi di molta gente o invece all’opposto, ma non sono presenti nel film tanti sono quelli che sembrano molto più vecchi della loro età. 

Nel cast una squadra di attori abbastanza credibili anche se la parte migliore secondo me era la regia davvero solida e ritmata. Un bravo Stefano Accorsi nella parte di Carlo che nel film era il difficile partner di Giulia, l’altrettanto efficace Giovanna Mezzogiorno e che viene travolto dal sentimento verso l’adolescente Francesca, interpretata con espressività da Martina Stella, mentre sta per diventare papà. 

Quella sindrome di “Peter Pan” che vedo così presente anche adesso, quel “rifiuto a crescere” che spesso rendono difficile la vita di tante coppie che poi si separano inquinate da immaturità e incomprensioni. Giorgio Pasotti, Adriano, in perenne lite con la moglie che invece incarnava la tensione in coppia data da divergente caratteriali irrisolvibili. E che dire di quell’eterno vagabondo di Alberto, impersonato da Marco Cocci, sempre in giro e senza punti di riferimento. 

E poi c’è Paolo, discreto anche Claudio Santamaria, lasciato improvvisamente dalla fidanzata. Davvero un affresco espressivo e coinvolgente, sulla difficoltà di “maturare”, di prendere responsabilità e visto senza pregiudizio e magari però con qualche generalizzazione sui 30enni che penso sia valido anche per i 40enni. Ma nel film  però manca la solitudine totale, che mi sembra quella molto presente in tantissimi ex giovani e nei tanti che sembra non abbiano “diritto” a condividere la vita con qualcuno.

 Il “salone dei rifiutati” per citare un movimento pittorico espressionista francese che invece dalla cultura, si pensi ai casi di Leopardi, della Dickinson, di Beethoven alla quotidianità sembrano vivere nell’ombra. Sempre soli e non si sa se per scelta loro o altrui, come si dice. Decisamente diverso “Io ballo da sola” diretto da un Maestro come Bertolucci, famoso per il suo indisponente “Ultimo Tango a Parigi” che non mi è piaciuto e per invece film di alto livello come “Il conformista”, “L’assedio” e “The dreamers”. 

Nella pellicola egli descrive una inquieta 19enne americana, Lyv Tyler, che arriva in Italia, nella poetica campagna toscana e conosce una serie di personaggi, molto intenso il suo rapporto con il drammaturgo inglese, impersonato da un eccellente Jeremy Irons. Fra splendide musiche, una colonna sonora davvero magnifica, una delle migliori degli anni ’90, colori raggianti primaverili, una fotografia estremamente curata, la solitudine tormentata e delicata della protagonista che sembra non “volere nessuno”. Fino a quando cambierà idea. 

I sentimenti dunque sono sempre protagonisti anche nelle vite di chi sembra respingerli con tutte le forze, come ben si vede nel capolavoro francese “Un cuore in inverno” continuano a ispirare libri, romanzi, film, canzoni. Ma forse il livello artistico da un ventennio a questa parte non riesce più a esprimerli con lo stesso alto livello di prima, forse in quei 20 anni siamo cambiati, come individui o come Paese. Forse invece “tutto cambia perchè nulla cambi” come diceva saggiamente il protagonista de “Il Gattopardo” e in ogni epoca ci sono gli stessi problemi in cerca di soluzioni o di momentanee consolazioni. 

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